RED JOAN

RED JOAN
di Trevor Nunn


Ispirandosi alla vicenda di una vera talpa del KGB nella Gran Bretagna degli anni ‘30 e ‘40, Trevor Nunn confeziona con Red Joan un film loffio, didascalico nei suoi andirivieni tra passato e presente e incapace di sfruttare la portata dei suoi temi.

Una spia rosso sbiadito

Campeggiano due volti, sulla locandina di Red Joan, due incarnazioni dello stesso personaggio, la fisica Joan Stanley, in due diversi momenti della sua vita: da una parte il personaggio ha le fattezze di Judi Dench, vecchia signora in pensione che si vede sconvolta l’esistenza dall’irruzione in casa di agenti dell’MI5, che la accusano di essere una spia; dall’altra il volto è quello di Sophie Cookson, giovane, idealista studentessa di fisica, che viene a contatto con un gruppo studentesco di sinistra alla fine degli anni ‘30, quando il mondo è sull’orlo della guerra. Lo stesso personaggio declinato in chiavi diverse, talmente divergenti da denunciare qualcosa di più del semplice scorrere del tempo: da un lato l’irruenza, l’impulsività e una volubilità legata non solo all’età, dall’altro il dolore per il ricordo del passato accompagnato alla fierezza nel rivendicare le proprie scelte. In questo contrasto, “spia” (ci si passi l’allusione al tema del film) di una gestione non proprio coerente del personaggio, sta uno dei problemi del film di Trevor Nunn, regista veterano del teatro britannico con sporadiche irruzioni nel cinema (tra queste, un adattamento della commedia shakespeariana La dodicesima notte, datato 1996). Un contrasto che si declina anche nelle rispettive capacità attoriali delle due interpreti, non proprio accostabili.

Red Joan, basato sul romanzo omonimo di Jennie Rooney – a sua volta ispirato alla vicenda reale della “talpa” inglese del KGB, Melita Norwood – sembra procedere con l’idea che basti la statura di un’attrice come la Dench per conferire un qualche pathos a una vicenda che nasce stanca e risaputa; scolastica nella gestione dei suoi andirivieni tra passato e presente, incapace di trasmettere il senso di urgenza e frustrazione che muoveva vasti settori della società inglese alla vigilia del secondo conflitto mondiale. L’utilizzo dell’anziana attrice britannica, in effetti, è qui quantomai esornativo e poco funzionale, visto lo spazio limitato a lei riservato, e il superficiale trattamento che lo script fa del personaggio nella sua veste anziana; viene in mente l’analogo ruolo della Dench in Philomena di Stephen Frears, anch’esso sospeso tra passato e presente, anch’esso basato su un doloroso segreto sepolto nella memoria; un ruolo, tuttavia – pur nel discutibile approccio alla vicenda del film di Frears – costruito lì su basi ben più solide, e con una scrittura di ben altra caratura. La Joan Stanley del 2000, qui, sembra dapprima un pesce fuor d’acqua, incapace di trovare un senso alle accuse che le vengono rivolte, fragile e sperduta oltre ogni dire; per trasformarsi poi, senza accenno di vera evoluzione, in una veterana convinta di aver compiuto la scelta giusta, quella che meglio coniuga cuore e ragione. Una superficialità, nella gestione dei personaggi e della loro evoluzione, che risulta ancor più evidente nel trattamento riservato alla figura del figlio della protagonista, l’avvocato impersonato da Ben Miles.

Al di là di una regia stanca e didascalica, che sente la necessità di esplicitare smaccatamente le sovrapposizioni emotive tra le due versioni del personaggio (alcuni stacchi di montaggio tra i volti delle due interpreti risultano a dir poco stucchevoli), il problema principale di Red Joan sta proprio nella qualità della scrittura. Non aiutato, in questo, dalla prova di una Sophie Cookson sottotono – che sembra limitarsi a fare il broncio nei momenti in cui il ruolo richiede una qualche modulazione espressiva – il personaggio della giovane protagonista è privo di coerenza, a tratti preda di smorfie e svenevolezze totalmente fuori contesto in una vicenda come quella qui raccontata, a tratti capace di slanci emotivi – e idealistici – che la sceneggiatura non si preoccupa di preparare e giustificare adeguatamente. E non va molto meglio, invero, né con la figura del suo giovane amore perduto (un Tom Hughes che sarà forse ricordato come uno dei più evidenti casi di miscasting degli ultimi anni) né con quella dell’amica Sonya, stucchevole e involontariamente kitsch nelle sue facce e mossette. Manca soprattutto, nella preponderante parte del film ambientata nel passato, un’adeguata descrizione del clima di un mondo che si preparava ad affrontare la più grave carneficina della sua storia, nonché di un contesto – quello della sinistra studentesca, ammaliata dal mito dell’Unione Sovietica – che si trovò disorientato e presto scavalcato dagli eventi. Un contesto la cui descrizione si limita qui all’aspetto meramente esteriore, e a qualche cartellone che invita gli studenti all’arruolamento volontario nella guerra di Spagna.

Era potenzialmente valido e suggestivo, il tema di Red Joan: lo era specie nel motivo – emerso in realtà solo nell’ultima parte del film – che basa il lungo periodo di pace vissuto dal mondo, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, su quello che gli storici chiamano “equilibrio del terrore”. L’idea che il possesso dell’arma atomica da parte di entrambe le superpotenze abbia scongiurato, di fatto, una catastrofe generale, è ormai largamente accettata; ma il fatto che tale idea diventasse guida all’azione (fuorilegge, passabile addirittura di condanna capitale) di un singolo, negli anni della guerra e in quelli immediatamente successivi, era sicuramente motivo valevole di approfondimento. Il problema è che, nel film di Trevor Nunn, il conflitto tra fedeltà al proprio paese – e alla propria comunità, e in senso lato alla propria cultura – e ragione “globale”, conflitto che intuiamo muovere le azioni della protagonista, è trattato nel modo più semplificato e grossolano possibile; affidato, alla bell’e meglio, a un’interprete che (non solo per sua colpa) non riesce lontanamente a esprimerne la portata. Così, tra salti nel tempo, una love story che si sviluppa sullo sfondo di un’approssimativa idea della Storia, con personaggi che entrano ed escono dal racconto (lo scienziato che diverrà marito della protagonista) Red Joan si trascina stancamente verso il suo finale; un finale che esprime una retorica perfettamente in linea con ciò che si è visto nel resto del film film. Una retorica a cui, dati i risultati, sembra essere stato il regista il primo a non credere.

Titolo originale: Red Joan
Regia: Trevor Nunn
Paese/anno: Regno Unito / 2018
Durata: 101’
Genere: Drammatico, Spionaggio
Cast: Ciarán Owens, Judi Dench, Kevin Fuller, Laurence Spellman, Robin Soans, Simon Ludders, Sophie Cookson, Tereza Srbova, Tom Hughes
Sceneggiatura: Lindsay Shapero
Fotografia: Zac Nicholson
Montaggio: Kristina Hetherington
Musiche: George Fenton
Produttore: David Parfitt
Casa di Produzione: Cambridge Picture Company, Embankment Films, Quickfire, Trademark Films, Twickenham Studios
Distribuzione: Vision Distribution

Data di uscita: 09/05/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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