AMERICAN SKIN

AMERICAN SKIN
di Nate Parker


Presentato nella sezione Sconfini della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, American Skin rappresenta per Nate Parker una degna opera seconda, che riesce a fare del cinema sociale – con un approccio squisitamente di genere – non concedendo molto alla retorica e tenendo entrambi i piedi nella contemporaneità.

Morire nella propria pelle

Arriva alla Mostra del Cinema di Venezia con qualche polemica, questo American Skin. Polemiche che tuttavia, stavolta, si riferiscono a eventi avvenuti fuori dallo schermo, ormai un ventennio fa, tradotti in un’accusa di stupro nei confronti del regista Nate Parker e di un suo allora compagno di college; eventi conclusisi (almeno giuridicamente) con una sentenza di assoluzione, ma rinfocolati dal tragico suicidio della ragazza accusatrice nel 2012. L’attuale, particolare attenzione al tema della violenza sessuale, all’interno del mondo hollywoodiano, non poteva probabilmente far passare inosservata una storia del genere, malgrado la piena sentenza di assoluzione nei confronti del regista; ciò si va a sommare al carattere fortemente sociale e tutto improntato all’impegno civile del cinema di Parker, la cui autenticità si vorrebbe (molto ipoteticamente) messa in ombra da quella vecchia accusa. Qui, tuttavia, apriamo questo articolo sottolineando l’ovvio: ovvero che la scelta di un film come quello del regista afroamericano, in una manifestazione come quella veneziana, è perfettamente sensata e legittima, e che il nuovo lavoro di Parker va valutato per ciò che fa vedere sullo schermo.

E sullo schermo, di fatto American Skin fa vedere di più, e in modo più convincente, di quanto il regista e attore americano aveva mostrato nel suo esordio dietro la macchina da presa – l’irrisolto Birth of a Nation – Il risveglio di un popolo. Probabilmente, nel narrare la storia di un padre, ex marine afroamericano, che tiene in scacco un’intera stazione di polizia improvvisando un processo a carico dell’impunito poliziotto che ha ucciso suo figlio, Parker riesce qui a giovarsi del budget contenuto e del generale look “indipendente” dell’intera operazione. Laddove il film precedente, infatti, ricercava – ed era quasi un obbligo dato il tema – l’afflato epico e la riconduzione (non sempre perfetta) degli eventi della storia all’attualità, qui il suo sguardo si stringe e si fa fortunatamente più puntuale; ma anche, diremmo, più lucido. L’approccio contaminato ma squisitamente “di genere” del film di Parker, con una dialettica sempre presente tra un’estetica da found footage (negli squarci dei filmati registrati dalla giovane co-protagonista) e una struttura da thriller che occhieggia anche a certi recenti lavori di Spike Lee, fanno in modo che American Skin sia duro, senza fronzoli ma visivamente accattivante. Un pugno nello stomaco che proprio nell’estetica sporca e nella contrazione spaziale e temporale dell’azione gioca le sue carte migliori.

L’approccio di Parker – che di nuovo scrive, dirige e si ritaglia il ruolo di protagonista nel film – è chiaramente quello di un’opera dal portato sociale, legata a doppio filo alla contemporaneità, ai tanti eventi simili a quello rappresentato occorsi negli ultimi anni, nonché ai tratti di una questione afroamericana che negli USA sembra tornata in evidenza solo ora, con l’aperta sfida ai diritti civili della presidenza Trump, ma che in realtà ha lasciato sul tavolo questioni irrisolte che anche l’amministrazione precedente non era stata in grado di affrontare. In un quartiere povero e nero, a prescindere dal nome e dalla pigmentazione della pelle del presidente di turno, un poliziotto continuerà probabilmente a fermare un’automobile con dentro padre e figlio in piena notte, non per eccesso di velocità ma solo perché “sospetta”; e lo stesso poliziotto probabilmente metterà mano alla pistola prima ancora di attivare qualsiasi processo cognitivo, in quanto condizionato da una secolare forma mentis che vede l’individuo di colore come potenziale minaccia. Tutti concetti risaputi, che tuttavia, in un periodo in cui l’attenzione dell’opinione pubblica è selettivamente guidata, e i media digitali restituiscono spesso l’idea distorta di un’avvenuta “democratizzazione” della società, è bene ribadire appena possibile. Se poi li si ribadisce con un approccio tanto secco e privo di retorica, tanto meglio.

Guidato da uno stile nervoso e “fisico”, tutto teso a restituire una quotidianità – quella della famiglia del protagonista – già violentata dall’uccisione del figlio, e in seguito completamente stravolta, American Skin mostra una regia che sembra impaziente di far convergere la storia nel punto nodale della stazione di polizia; il film di Parker è teso e preciso nella delineazione dei suoi personaggi, intelligentemente contratto nella durata (circa un’ora e mezza), poco incline alla retorica. Sono stati citati Quel pomeriggio di un giorno da cani e La parola ai giurati, come termini di paragone per American Skin; modelli certo impegnativi, ovviamente da prendere con le dovute cautele, non a caso tra i più alti conseguimenti di un autore, Sidney Lumet, che proprio della convergenza tra capacità di intrattenere e rigore tematico aveva fatto una delle sue cifre più riconoscibili. Ha in effetti qualcosa della libertà espressiva e della forza grezza di certa New Hollywood, il film di Parker, ma il suo approccio alla materia è assolutamente personale: il motivo del processo e dei dodici improvvisati giurati reclutati nella stazione di polizia serve al regista per problematizzare ulteriormente il tema, mettendo in evidenza il punto di vista dei carnefici e mostrandone la patologia (che è politica, prima ancora che culturale) alla base. Una patologia che disgraziatamente, come il film sembra voler ribadire, è ben lungi dal trovare una sua cura. Ciò che il cinema può fare, coi suoi strumenti, è solo (ri)metterla, una volta di più, in evidenza.

Titolo originale: American Skin
Regia: Nate Parker
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 89’
Genere: Drammatico
Cast: Beau Knapp, Dominic Bogart, James C. Burns, Karibel Rodriguez, Larry Sullivan, Michael Warren, Mike Randall, Milauna Jackson, Nate Parker, Nicole Randall Johnson, Omari Hardwick, Shane Paul McGhie, Theo Rossi
Sceneggiatura: Nate Parker
Fotografia: Kay Madsen
Musiche: Henry Jackman
Produttore: Dwight Wilson II, George Loucas, Lukas Behnken, Mark Burg, R.D. Delgado, Tarak Ben Ammar, Van Hayden
Casa di Produzione: Sterling Light Productions, Tiny Giant Entertainment

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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