LA MAFIA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA

LA MAFIA NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA
di Franco Maresco


Franco Maresco dirige con La mafia non è più quella di una volta un seguito ideale del suo Belluscone - Una storia siciliana, andando a indagare ciò che resta della coscienza civica della sua Palermo (e del paese tutto) nel venticinquennale delle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Il risultato è una ricognizione devastante e amaramente divertita, di rara consapevolezza e coerenza.

L'oblio unificante

A cinque anni di distanza (quattro se si considerano le rispettive lavorazioni), tornando col suo occhio indagatore “sui luoghi del delitto” – che qui sono due, ovvero la sua Palermo, e la Mostra del Cinema di Venezia come vetrina di presentazione – Franco Maresco assembla con questo La mafia non è più quella di una volta un seguito ideale del suo Belluscone – Una storia siciliana. Un quinquennio in cui è successo tanto, quello intercorso dall’uscita della precedente opera del regista, che ha visto il volto della politica nazionale cambiare faccia e sostanza: o forse, semplicemente, un lasso di tempo in cui facce diverse – mediamente più brutte delle precedenti – hanno rivelato di più e meglio la sostanza (purulenta) che continua a infettare la nostra vita democratica. Quella sostanza, tuttavia, nella Palermo indagata di nuovo dal regista non ha mutato in modo sostanziale la sua tendenza a manifestarsi: la vediamo nei volti intervistati dal regista durante la parata del 23 maggio 2017 in ricordo di Giovanni Falcone, la sentiamo nelle parole indifferenti quando non ostili della cittadinanza, per cui Maresco, col suo cinismo sornione, finge di scandalizzarsi: la scorgiamo persino, (mal)celata, nella retorica plastificata e svuotata di senso della ricorrenza, quando dal palco qualcuno si lascia sfuggire che il giudice Falcone è “scomparso” (non trucidato con il tritolo, ma semplicemente scomparso) 25 anni fa.

Un vuoto di senso, quello che informa di sé il venticinquennale degli assassinii di Falcone e Borsellino, che ha fornito lo spunto iniziale, diremmo l’urgenza espressiva, per questo nuovo lavoro di Maresco. Un lavoro, questo La mafia non è più quella di una volta, per cui il regista ha voluto accanto a sé, a sostituire il Tatti Sanguineti del film precedente, un’altra artista capace di dare forma compiuta e valenza espressiva all’orrore mafioso: l’amica fotografa di mafia, e indomabile attivista, Letizia Battaglia. Proprio il contrasto tra l’ottimismo rivoluzionario della fotografa, figlio della sua formazione negli anni ’70, e il cinico disincanto del regista (chiamato “scetticismo”, con generoso eufemismo, dall’amica) costituisce il leit motiv che attraversa tutto il film. Così, la vacuità della ricorrenza – contrappuntata con effetto straniante dalle sgranate immagini della (stessa) folla ritratta nel 1992 – spinge i due a cercare altrove, a tentare l’indagine laddove i riflettori istituzionali e i caroselli della politica non arrivano: precisamente nel quartiere popolare ZEN – ghetto urbano e rifugio degli invisibili – dove la vecchia conoscenza Ciccio Mira, organizzatore di feste di piazza già visto nel film precedente, sta preparando per il 19 luglio l’evento “I neomelodici per Falcone e Borsellino”. Quasi un ossimoro in termini: forse il mafioso di terz’ordine Mira cerca un improbabile riscatto? O forse, come lui stesso afferma, davvero “la mafia non è più quella di una volta”, e l’antimafia di facciata può esserne un degno rimpiazzo?

Non basta, a Maresco, la presa d’atto dell’oblio che ha ormai attanagliato la sua città, preparato da un cinquantennio di compresenza di potere politico e mafioso, poi definitivamente fatto calare, come un manto obnubilante, dal ventennio berlusconiano; non gli è sufficiente il “vincere facile” sull’amica Letizia Battaglia, derivatogli anche – come lei stessa ricorda, ironica, a più riprese – dal fatto che in fondo si sta girando il film del regista, con la sua legittima visione del mondo. Vuole andare più a fondo, Maresco, scandagliare l’abisso, indagare quell’umanità reietta, ferita senza neanche sapere di esserlo, che è serbatoio culturale inesauribile per il potere mafioso. L’umanità delle feste di piazza nei quartieri poveri, che si emoziona per la retorica kitsch dei cantanti neomelodici, che si fa venire gli occhi lucidi ogni volta che qualcuno ricorda la sofferenza di un suo esponente finito dietro le sbarre; quella che ha imparato a odiare gli “sbirri” e i loro apparati, capaci solo di sfogarsi con l’ultimo anello della catena. Quella che sa istintivamente di essere stata abbandonata a se stessa, e per cui in fondo (ormai) mafia e antimafia sono la stessa cosa: formule vuote, che blandiscono in modo analogo con panem et circenses e poi ti abbandonano nelle stesse condizioni di prima, una volta spenti i riflettori e smontati i palchi della sagra (o della parata) del momento. Un’umanità in cui tuttavia la paura serpeggia viva e (pre)potente, che in un riflesso condizionato si ritrae impaurita alla prospettiva di pronunciare una condanna esplicita della mafia; pur sapendo che i boss, a quella condanna urlata su un palco, reagirebbero comunque con una risata.

In La mafia non è più quella di una volta Maresco va disperatamente a cercare risposte che (disgraziatamente) già conosce, intervistando i cantanti che animeranno la tragicomica festa organizzata da Ciccio Mira, andando a cercare ostinatamente nelle loro parole un sussulto di consapevolezza, un segno pur esile di risveglio civile, che sa già non troverà. Falcone e Borsellino, per quella parte di cittadinanza, sono ormai santini plastificati e svuotati di senso, vacue effigi intercambiabili con quelle religiose. Figure che appaiono in sogno neanche fossero nuove Madonne, invitando il giovane cantante Cristian Miscel a cambiare vita, ma mai a pronunciare una parola contro la mafia: e d’altronde lui, quella parola, non la pronuncerebbe neanche se glielo chiedesse Gesù in persona. Forse quella visione, per il giovane cantante, non c’è nemmeno realmente stata, come apprendiamo più tardi: forse è stata indotta dalla scaltrezza di Mira, ma lui, ormai, sembra crederci pienamente. Il navigato impresario e organizzatore di feste, da par suo, piccolo mafioso di un’altra epoca e rigorosamente ripreso in bianco e nero, è un galoppino che appare quasi simpatico: un cialtrone capace di instillare nei suoi sodali crisi mistiche o depressive (a seconda dei casi), appena più scaltro degli altri esponenti di quel tessuto sociale ferito e disastrato in cui è cresciuto; comunque più autentico di quei rappresentanti istituzionali (locali e nazionali) che Maresco fa a pezzi lungo tutta la sua indagine.

Una ricognizione, quella del regista palermitano in La mafia non è più quella di una volta, che dalle commemorazioni del 2017 si sposta in avanti a seguirne i protagonisti con le loro grottesche storie personali, fino a lambire i giorni nostri e i loro cortocircuiti politici: il punto di approdo sono gli albori di quell’era “gialloverde” di cui, con beffardo tempismo (a)sincronico, viene preconizzato il rapido esaurimento. Non si salva nessuno, nella requisitoria tombale di Maresco, neanche quel Sergio Mattarella di cui viene suggerito un antico legame con la famiglia di Mira, ma a cui soprattutto non si perdona il silenzio sulla storica sentenza sulla trattativa Stato-Mafia. Ride sardonicamente, Maresco – e più che mai amaramente – sulle macerie di una civiltà e di una coscienza civica di cui ha il film descrive così mirabilmente il disfacimento: macerie che si estendono ben oltre i confini della città del regista, a seppellire un popolo privo non solo di coscienza sociale e politica, ma anche della più basilare consapevolezza di ciò che vive e respira. Un cinismo radicale e di estrema coerenza (con la sua vicenda di artista in primis) che comunque troverà sempre il suo contraltare – altrettanto deciso – nell’ottimismo della volontà incarnato dall’amica Letizia: lei, la sua vena battagliera più che mai da nomen omen – e con lei le Agende Rosse in piazza, sparute ma decise – continuerà a portarla avanti a prescindere dall’evidenza del baratro. Il regista non lo nasconde, e anzi sembra esserne ben consapevole. Forse, sotto sotto, ne è addirittura felice.

Titolo originale: La mafia non è più quella di una volta
Regia: Franco Maresco
Paese/anno: Italia / 2019
Durata: 105’
Genere: Documentario, Grottesco
Cast: Ciccio Mira, Cristian Miscel, Franco Maresco, Franco Zecchin, Letizia Battaglia, Matteo Mannino, Pino Maniaci
Sceneggiatura: Franco Maresco
Fotografia: Tommaso Lusena de Sarmiento
Montaggio: Edoardo Morabito, Francesco Guttuso
Musiche: Salvatore Bonafede
Produttore: Anna Vinci, Rean Mazzone
Casa di Produzione: Dreamfilm, Ila Palma, Tramp Limited
Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà

Data di uscita: 12/09/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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