LIGHT OF MY LIFE

LIGHT OF MY LIFE
di Casey Affleck


Prima regia di fiction per Casey Affleck, Light of My Life da un lato asciuga la materia del film post-apocalittico, ma dall’altro rende esplicita e quasi dirompente la sua componente melò; il risultato è tanto coerente quanto rischioso sul piano commerciale. Presentato nella sezione Alice nella Città della Festa del Cinema di Roma 2019.

Luce che guarisce

L’opera seconda di Casey Affleck (la prima interamente di fiction, dopo il mockumentary Joaquin Phoenix – Io sono qui, del 2010) ha il passo e il respiro che non ci si aspetta. Il regista e attore americano, d’altronde, dopo una carriera di interprete già corposa e variegata, ha scelto per questo Light of My Life un genere tutt’altro che facile da approcciare: da un lato, infatti, la sci-fi post-apocalittica ha visto negli ultimi anni una tale quantità di epigoni (e varianti) da sfiorare l’inflazione, la schematizzazione e il conseguente disinteresse del pubblico; dall’altro il tema familiare connesso, col focus esclusivo su due singoli personaggi, è materia scivolosa e da maneggiare con cura. Viene in mente in modo quasi automatico, leggendo la trama del film di Affleck – ma anche rilevandone l’ambientazione e lo svolgimento – un film come The Road di John Hillcoat, per il modo analogo di asciugare la materia del fantastico e il viaggio al centro della trama; ma anche il poco fortunato Contagious – Epidemia mortale (infelice adattamento italiano del titolo originale Maggie, del 2015) di Henry Hobson, con un Arnold Schwarzenegger insolitamente misurato, mostra qualche punto di contatto con questo lavoro di Affleck.

Ma lo sguardo di Light of My Life, titolo esplicitamente e quasi “spudoratamente” improntato al melò, è in realtà tutto personale: il calore esplicito che lo pervade, insieme alla sua voglia di non concedere molto al gusto mainstream Netflix-oriented – quello che informa di sé gran parte del genere – sono trasparenti. E lo sono fin dal prologo. Una ripresa fissa, dall’alto, padre e figlia l’uno accanto all’altra, una storia raccontata dal primo alla seconda, che riscrive a suo modo la vicenda biblica del diluvio. La ascoltiamo, insolitamente costretti ad attivare la componente immaginativa invece di farci catturare (come da prassi per il racconto cinematografico) dal flusso audiovisivo. La storia dura diversi minuti, incurante dello sguardo dello spettatore che – più per abitudine che per altro – vorrebbe allargarsi al contesto, recuperare la sua centralità e mantenere un legame col primo livello narrativo, quello del racconto a cui sta assistendo sullo schermo. Il meccanismo messo in atto da Affleck vuole invece un’immersione totale nel secondo livello: il racconto è diretto a noi quanto alla Rag col volto – inizialmente, forzatamente mascolino – della giovane Anna Pniowski. Il regista/protagonista vuole qui giocare alle sue regole, e lo dichiara fin dall’inizio.

Il valore delle storie, e quello dell’atto stesso di raccontare, è richiamato più volte in Light of My Life come un implicito mantra; un raccontare inteso non solo come fondamentale trasmissione di un patrimonio culturale, quale definizione e rinnovamento dell’identità (quella del singolo come quella collettiva), ma anche in senso più strettamente ed esplicitamente ludico. L’atto di trasmissione è visto come fondamentale, per un’umanità che rischia di estinguersi a causa di un virus che ne ha quasi annientato la popolazione femminile; l’atto ludico è invece quello che consente al personaggio di Affleck (privo di nome nella storia) e a sua figlia di vedere oltre il presente, ma anche di ribadire il proprio singolo legame. La scelta del film di evocare, più che mostrare, attraversa d’altronde trasversalmente tutto il racconto; persino i flashback sono astratti, quasi sogni più che ricordi, mentre la moglie morente del protagonista è ripresa quasi sempre con primi e primissimi piani. Lo sguardo diretto, quello più strettamente cinematografico, ci mostra esclusivamente un pezzo di presente, quello che corrisponde all’ottica dei due protagonisti; e ce lo mostra con piglio naturalistico, evitando qualsiasi tentazione di usare le scenografie in funzione spettacolare, ma mantenendo al contrario i due a distanza sempre ravvicinata.

Dramma familiare classico, deliberatamente dilatato nei tempi, dipanatosi su un palcoscenico quasi privo della presenza umana, Light of My Life non è tuttavia quello che si direbbe un film che lavora “di sottrazione”; al contrario, tanto è scarna ed essenziale la messa in scena del film, con la radicale scelta di rinunciare a qualsiasi artificio (anche la gestione del suono è all’insegna del più stretto naturalismo, mentre gli interventi del commento musicale sono scarni e discreti), quanto più è esplicita e presente la sua componente melò. Tutto il film si sviluppa nel senso di una graduale (ri)appropriazione, da parte della giovanissima protagonista, della sua identità femminile, visivamente sempre più evidente nel dipanarsi della narrazione, ma anche riconosciuta nel suo potere salvifico, in senso individuale e collettivo. La storia vera dell’arca di Noè, o almeno quella che ad Affleck piace evidentemente considerare tale, la racconterà verso la fine la stessa Rag; e sarà lei stessa a metterne in pratica una sua versione. Il ruolo di agente di guarigione, e di rigenerazione, tornerà infine a chi ne è legittima proprietaria. In fondo, anche la Storia (sia nel senso di racconto, che in quello più complessivo di narrazione umana) è in molte lingue un sostantivo femminile; il film si incarica di ricordarcelo implicitamente più volte. E proprio di quella sensibilità – rischiosa sul piano commerciale e capace di chiedere molto a chi guarda/ascolta – Light of My Life fa anche la sua più arma più efficace.

Titolo originale: Light of My Life
Regia: Casey Affleck
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 119’
Genere: Drammatico, Fantascienza
Cast: Anna Pniowsky, Casey Affleck, Dee Jay Jackson, Elisabeth Moss, Jesse James Pierce, Lloyd Cunningham, Michael Ching, Patrick Keating, Thelonius Serrell-Freed, Timothy Webber, Tom Bower, Tommy Clarke
Sceneggiatura: Casey Affleck
Fotografia: Adam Arkapaw
Montaggio: Christopher Tellefsen, Dody Dorn
Musiche: Daniel Hart
Produttore: Geoff Linville, Geoffrey Quan, John Powers Middleton, Teddy Schwarzman
Casa di Produzione: Black Bear Pictures, Sea Change Media
Distribuzione: Notorious Pictures

Data di uscita: 21/11/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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