WESTERN STARS

WESTERN STARS

Sono state ben quattro, nel corso degli ultimi dodici mesi, le occasioni in cui abbiamo potuto vedere o ascoltare Bruce Springsteen attraverso uno schermo cinematografico o televisivo: una presenza massiccia e arrivata persino troppo tardi, viene da pensare, considerato il potenziale intimamente cinematografico della musica del cantautore americano. Dal film-concerto Springsteen on Broadway (passato in Italia sui teleschermi di Netflix) al recente Blinded by the Light – Travolto dalla musica di Gurinder Chadha, romanzo di formazione di un adolescente – ispirato e orientato dalla musica di Bruce – passando per il documentario Asbury Park, dedicato alla città e alla scena artistica che di quella musica fu culla, si arriva direttamente a questo Western Stars: un titolo che vede Springsteen firmare, a 70 anni, la sua prima regia cinematografica, insieme all’amico e collaboratore di vecchia data Thom Zimny. Un lavoro, questo, che prende il titolo dall’ultimo album del rocker americano, e che da un lato ne illustra la realizzazione e i temi ispiratori, dall’altro ne rappresenta una sorta di prolungamento: il cuore del lavoro, infatti, è un concerto live di fronte a un ristretto pubblico di amici, tenuto da Springsteen nel fienile della sua tenuta agricola a Colts Neck, nel New Jersey.

Eviteremo, qui, di reiterare i disclaimer già fatti per la recensione di Blinded by The Light, rimandando eventualmente i più distratti alla sua lettura: ci limiteremo solo a ripetere l’ovvia considerazione per cui la voce del fan, nell’approcciare e valutare operazioni del genere, non si può far tacere del tutto. Ciò è valido ancor più per un lavoro personale, e decisamente intimo, come questo Western Stars, che se da un lato semplicemente non esisterebbe senza il suo referente diretto (il disco omonimo, a parere di chi scrive tra i più riusciti tra quelli pubblicati da Springsteen nell’ultimo ventennio), dall’altro getta uno sguardo ravvicinato su un mondo e una poetica del tutto personali, sulle istanze che ne hanno permesso la realizzazione e su quella spinta intima, quella tendenza all’autoanalisi anche spietata, che nella musica di Bruce viene prima dei suoi oceanici concerti (e forse indipendentemente da essi). Consta di due facce, Western Stars, ed è forse questo il suo aspetto più interessante: da un lato il film-concerto, filologico nella riproposizione delle tracce dell’album – con l’aggiunta, in coda, della cover di Rhinestone Cowboy di Glen Campbell – dall’altro il resoconto del processo creativo e delle sue origini, illustrato dalla voce dello stesso Springsteen e contrappuntato da immagini di repertorio e suggestive riprese di esterni; il tutto, a delineare quell’estetica western, ipnotica e in chiaroscuro, che già l’ascolto dell’album evocava in nuce.

In questo senso, Western Stars rappresenta una sorta di prosecuzione ideale (e di approfondimento) del percorso già iniziato in Springsteen on Broadway: operazione, quest’ultima, che vedeva un Bruce capace di esprimere una dimensione di autoanalisi e messa a nudo personale – tanto intima quanto toccante nella sua assenza di filtri – raramente raggiunta in passato. Lo Springsteen di questa fine decennio (quello che non disdegna – e fa bene – l’uso del cinema come mezzo espressivo) sembra voler affiancare alla dimensione allegorica della sua musica, e a quella che tendeva a presentare i suoi personaggi come emblemi di un più grande e universale racconto americano, la tendenza all’introspezione e al racconto diretto di sé, la voglia di guardarsi indietro, il proposito di ritrovare nei personaggi, nei luoghi e nelle storie, quei pezzi di sé liricizzati e messi nei testi, riguardandoli con occhio diverso e più maturo. Ogni singola canzone dell’album viene analizzata nel testo e “spiegata” nel percorso creativo che ne è stato origine, ma il processo è inevitabilmente più complesso: il testo si carica di riferimenti al passato e al presente, alla solitudine e all’amore, alle palpitanti visioni di corse in automobili, amori e fughe (quelle che hanno riempito i testi del primo Springsteen) come al successivo fantasma, altrettanto presente e pressante, della depressione.

C’è un percorso che è limpido nella sua evoluzione, in Western Stars, prolungamento visivo e concettuale dell’album omonimo e sua trasposizione in immagini, che articola una risalita verso la luce (dal cuore nomade e inquieto della traccia di apertura Hitch Hikin’, passando per la malinconica – ma non rassegnata – voglia di esserci, in un mondo che non si riconosce più, in Drive Fast (Fall Hard), fino alla celebrazione del potere salvifico dell’amore di Moonlight Motel), di cui non si può non cogliere l’urgenza. Il supporto visivo ai racconti del cantautore funge in alcuni casi in senso direttamente illustrativo (le immagini dello stesso Springsteen in automobile, i paesaggi western ripresi al Joshua Tree National Park), in altri diviene allusione e rimando indiretto, assonanza emozionale più che visualizzazione esplicita: è il caso delle immagini di repertorio che ritraggono scene familiari, di amici e compagni di viaggio, e dei rari filmati (divertente, e a suo modo molto toccante, quello che ritrae Springsteen insieme a Patti Scialfa in luna di miele a Yosemite), capaci di adeguarsi alla musica in senso non meramente didascalico.

Si può forse rilevare che si sarebbe potuta dare un’estensione maggiore, e un carattere “narrativo” ancora più spinto, agli intermezzi filmati, visivamente tutti di grande impatto: ma è comprensibile come si sia scelto, qui, di mediare tra la componente di ricerca sull’immagine e il carattere di film-concerto che pure l’opera presenta. Dispiace anche (e resta difficile da comprendere) l’assenza di sottotitolazione per i testi delle canzoni, scelta che limita quel carattere “integrato” tra musica, immagini e racconto che il film si propone di raggiungere. Una scelta poco dannosa per il fan, ma limitante per chi si approcci a Western Stars con una conoscenza superficiale del lavoro originale, nonché del suo posto nel più generale percorso artistico del suo autore: un pubblico, quest’ultimo, che il film, per com’è proposto e costruito, non vuole certo escludere.

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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