THE FAREWELL – UNA BUGIA BUONA

THE FAREWELL – UNA BUGIA BUONA
di Lulu Wang


Al suo secondo lungometraggio, Lulu Wang dirige con The Farewell - Una bugia buona un'opera dal forte carattere autobiografico, che riflette sulle diverse declinazioni del concetto di famiglia e su una “diaspora” cinese globale che non intacca alcuni aspetti forti della cultura d'origine.

La bugia dei due mondi

Arrivata al suo secondo lungometraggio (il primo fu, nel 2014, il dramma Posthumous) la regista cino-statunitense Lulu Wang sceglie nettamente con The Farewell – Una bugia buona la materia autobiografica. Il film, già grande successo al Sundance Film Festival e altrettanto ben accolto alla recente Festa del Cinema di Roma, si ispira infatti direttamente al vissuto familiare della regista, nata a Pechino e immigrata in tenera età negli Stati Uniti: come recita la didascalia sui titoli di testa, il film di Wang è tratto “da una bugia vera”. La bugia è quella che la protagonista Billi (un’intensa Awkwafina) e la sua famiglia raccontano all’anziana Nai Nai, diagnosticata con un tumore in fase terminale e destinata a vivere non più di tre mesi. La famiglia, quasi completamente composta da emigrati in varie parti del globo, sceglie di non rivelare alla donna la gravità della sua patologia, e di riunirsi nella vecchia casa di famiglia con un pretesto: i familiari di Nai Nai inscenano infatti il finto matrimonio del nipote della donna, con tanto di cerimonia e ricevimento. Billi, da tempo stanziata a New York ma molto legata alla nonna, si interroga sulla giustezza etica nel non dirle la verità.

Cresciuta negli USA ma intimamente legata alle sue origini, soggetta letteralmente all’influenza di due mondi, Lulu Wang ha riversato in The Farewell – Una bugia buona molto del suo vissuto personale, ma anche una formazione cinematografica che è, per sua natura, meticcia e divisa tra oriente e occidente. C’è infatti, nel film, molto dell’approccio intimo, contemplativo e insieme dolorosamente terreno, che il cinema cinese ha espresso a partire dalla cosiddetta “quinta generazione”; ma c’è anche una materia da melò familiare che, nelle scelte estetiche (e in special modo in un uso della musica presente e significativo, per quanto non invasivo) ha molto del cinema europeo e statunitense. La natura meticcia di The Farewell – Una bugia buona si riflette sul volto spaesato e combattuto della Billi di Awkwafina, alter ego della regista e giovane ancora incapace di trovare una propria collocazione nel tessuto sociale e culturale americano; un personaggio di cui il film adotta integralmente l’ottica, nella sua voglia di riconnettersi a una realtà familiare da cui è stata forzatamente sradicata, ma anche nella difficoltà ad accettare, di quella realtà gli aspetti più “teatrali” e apparentemente posticci.

Nel suo essere opera che, dalla base del dramma familiare, si espande a trattare il confronto tra due culture, The Farewell – Una bugia buona trova infatti uno dei suoi punti più interessanti nell’esplorazione della teatralità e del carattere estetizzante – e intimamente portato alla “rappresentazione” – della cultura familistica cinese; una realtà che, laddove pone la famiglia (nella sua versione estesa) in un ruolo centrale nella società, quale entità che trascende l’individuo, dà un particolare peso a una ritualità che prescinde dal vero (spesso negandolo). Proprio in questo senso, la bugia del titolo non è che un aspetto di questa perdita di rilevanza del vero, in nome della preservazione di un equilibrio trascendente; un equilibrio rappresentato nel film come più forte della dispersione dei membri della famiglia, e delle modificazioni urbane che hanno colpito, nell’ultimo trentennio, i luoghi dell’infanzia della protagonista. Basti pensare al motivo delle lacrime e agli attori pagati per piangere durante i funerali, evocati in una scena del film, o alla significativa sequenza (con sfumature grottesche) della visita al cimitero da parte dell’intera famiglia alla tomba del marito della donna, coi ripetuti inchini di fronte alla lapide. Una teatralità che, replicata nell’attenta e ricca preparazione del ricevimento nuziale, impregna di sé ogni aspetto della riunione familiare.

La regia di Wang è puntuale e attenta nel cogliere il conflitto interno della protagonista, facendo un largo uso di primi piani, ma anche valorizzandone intelligentemente il linguaggio del corpo (con quella postura sovente curva). Il senso di precarietà, più volte evocato, di un mondo privo di punti di riferimento saldi come quello della moderna New York, si somma alla voglia di recupero di un legame che si fa confusa nostalgia dell’infanzia, evocazione idealizzata – e “fittizia” come la sua cultura vuole – di un passato che è stato già sepolto dai vorticosi cambiamenti nel tessuto urbano. Un passato da cui la stessa madre della protagonista (altro personaggio centrale) cerca di tenerla lontana, svalutando sistematicamente i suoi tentativi di riconnetervisi. I conflitti e le inevitabili linee di tensione nel nucleo familiare sono rappresentati in modo efficace in un serrato dialogo durante una cena, in cui ogni membro parla della propria esperienza di emigrato. Ed è proprio questa doppia natura, quella di attenta radiografia familiare e di riflessione a più largo raggio sul confronto e il conflitto tra culture (e, più in generale, sulle modificazioni drammatiche nella stessa cultura della Cina continentale negli ultimi decenni) a costituire un altro degli aspetti più interessanti di The Farewell – Una bugia buona.

Il film di Lulu Wang si giova comunque di uno sguardo tutt’altro che plumbeo o privo di aperture umoristiche, a dispetto (e forse proprio in virtù) del suo tema: The Farewell – Una bugia buona mescola infatti per buona parte della sua durata – integrandoli nel migliore dei modi – toni da melò familiare a decisi accenni di commedia; lo fa, il film di Wang, facendo emergere spesso questi ultimi dal contrasto tra il carattere ormai “globalizzato” della famiglia e la fissità di un luogo – l’interno della casa e i suoi rituali – rimasto artificialmente atemporale. C’è, nel film, una levità di fondo che (in questo caso) sposa il punto di vista dell’anziana Nai Nai, espressione di una saggezza che vede nel carattere trascendente della struttura familiare, pur dispersa, un argine concreto a qualsiasi difficoltà. Un ottimismo di fondo che sarà capace di far breccia nello spaesamento e nel dolore dipinto in modo così plastico sul volto della protagonista. Ed è proprio questa mescolanza – per una volta felice ed equilibrata – di toni, suggestioni e riferimenti culturali, a costituire il vero punto di forza del film di Lulu Wang, espressione di un talento di cui auspichiamo senz’altro ulteriori manifestazioni.

The Farewell recensione

Titolo originale: The Farewell
Regia: Lulu Wang
Paese/anno: Cina, Stati Uniti / 2019
Durata: 100’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Aoi Mizuhara, Awkwafina, Becca Khalil, Chen Han, Diana Lin, Jiang Yongbo, Li Xiang, Lin Hong, Lin Xi, Liu Hongli, Liu Jinhang, Lu Hong, Shi Lichen, Tzi Ma, Wang Lin, X Mayo, Yang Xuejian, Zhang Jing, Zhang Shiming, Zhao Shuzhen
Sceneggiatura: Lulu Wang
Fotografia: Anna Franquesa Solano
Montaggio: Matt Friedman, Michael Taylor
Musiche: Alex Weston
Produttore: Andrew Miano, Anita Gou, Chris Weitz, Dan Balgoyen, Daniele Tate Melia, Jane Zheng, Joshua M. Cohen, Marc Turtletaub, Peter Saraf
Casa di Produzione: Big Beach Films, Depth of Field, Kindred Spirit
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 24/12/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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