THE OAK ROOM

THE OAK ROOM
di Cody Calahan


Quarto lavoro del canadese Cody Calahan, presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival 2020, The Oak Room è un neo-noir che riflette sui meccanismi del genere, in parte smontandoli, attraverso una struttura narrativa di sicura presa.

È la storia, non colui che la racconta

Dopo l’esordio zombistico/apocalittico di Antisocial – con relativo sequel – e il successivo, cronenberghiano Let Her Out, Cody Calahan sembra fare una virata e cambiare genere e atmosfere in questo The Oak Room, presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival. Non è più l’horror, ma il neo-noir a essere oggetto dell’indagine del regista canadese, che tuttavia offre una particolare declinazione del genere in cui il peso del racconto orale – e della sua visualizzazione – va a impattare direttamente con la storyline principale. Protagonista della trama è Paul, barista che, mentre sta chiudendo il suo locale durante una tempesta di neve, riceve la visita di una vecchia conoscenza, Steve, figlio di un amico da poco scomparso. L’uomo è inizialmente ostile verso il giovane, che aveva abbandonato la cittadina senza più dare notizie di sé anni prima; tuttavia, alla fine acconsente ad ascoltare una sua storia, che parla di un altro locale, il The Oak Room, e di un altro sconosciuto presentatosi durante una tempesta di neve. La storia ne contiene a sua volta un’altra, e poi un’altra ancora, mentre il clima della notte si fa sempre più oscuro e minaccioso.

Parte da uno spunto di sicura presa, The Oak Room, con una situazione di base che è quasi un archetipo (due individui in un luogo chiuso mentre fuori infuria la tempesta, un racconto narrato a voce) sviluppata poi in direzioni inedite e imprevedibili. La regia di Calahan è decisamente più composta, e controllata, rispetto ai suoi lavori precedenti, affidandosi soprattutto alla forza affabulatoria del racconto orale, e al complesso gioco a incastri di una sceneggiatura che va avanti e indietro nel tempo, ricostruendo solo alla fine gli esatti contorni della storia. Proprio nel gioco di scatole cinesi di racconti contenuti l’uno nell’altro – inizialmente apparentemente gratuito – viene lentamente svelato il background dei personaggi, che evolvono, si trasformano e a volte si rivelano nella loro vera natura col progredire della storia (o meglio, delle storie). Personaggi rigorosamente in noir, ognuno coi propri demoni personali, ognuno in lotta con un passato che li ha visti fallire, o prendere semplicemente la decisione sbagliata. Con pochi dialoghi, distribuiti attraverso i vari racconti contenuti nel film, la sceneggiatura delinea caratteri essenziali quanto credibili, ognuno con un proprio peso nella costruzione narrativa del film.

Guardando un po’ al cinema dei primi fratelli Coen (d’altronde già adocchiato nell’estetica del precedente Let Her Out) Cody Calahan costruisce un neo-noir che si affida in gran parte alla forza dello script, opera dell’esordiente Peter Genoway. La messa in scena è all’insegna dell’essenzialità, facendo conto soprattutto sul fascino dell’idea iniziale e su una narrazione che da sola detta il ritmo del film. La regia di Calahan è in effetti, in sé, piuttosto statica, ma il copione non richiedeva chissà quale guizzo autoriale o soluzione ardita con la macchina da presa: il soggetto di The Oak Room, con qualche minima variazione, potrebbe tranquillamente essere messo in scena a teatro, ma qui ritmo, montaggio e recitazione risultano assolutamente cinematografici. Anche le scelte di fotografia sono decisamente più sobrie rispetto ai film precedenti, senza il facile abuso di luci al neon e filtri artificiali, contando soltanto sulla cupezza degli interni – contrapposta al bianco abbacinante delle poche riprese in esterni.

Esempio di cinema di scrittura più che di regia, riflessione sul genere del noir attraverso la scomposizione di una storia in più frammenti e la sua ricomposizione solo nei minuti finali, The Oak Room trova il suo unico limite in qualche forzatura narrativa, specie in un finale che sacrifica qualcosa in termini di credibilità per ottenere l’effetto più plateale possibile (nonché emotivamente efficace). Limiti che comunque non inficiano sostanzialmente l’efficacia del film di Cody Calahan, che risulta un buon prodotto d’intrattenimento capace anche di rileggere il genere attraverso una luce moderna, riflettendo sui suoi meccanismi e in parte rovesciandone le premesse – che includono tra le altre cose una linearità e consequenzialità del racconto. Un risultato che lascia ben sperare per l’evoluzione di un regista partito con qualche incertezza, che tuttavia sta lentamente assumendo fiducia nei suoi mezzi e controllo della messa in scena.

The Oak Room poster locandina

Titolo originale: The Oak Room
Regia: Cody Calahan
Paese/anno: Canada / 2020
Durata: 89’
Genere: Noir, Thriller
Cast: Amos Crawley, Ari Millen, Avery Esteves, Coal Campbell, David Ferry, Martin Roach, Nicholas Campbell, Peter Outerbridge, RJ Mitte
Sceneggiatura: Peter Genoway
Fotografia: Jeff Maher
Montaggio: Mike Gallant
Musiche: Steph Copeland
Produttore: Ari Millen, Chad Archibald, Christopher Giroux, Cody Calahan, Jeff Maher
Casa di Produzione: Black Fawn Films, Breakthrough Entertainment, Citizen Skull Productions

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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