NAILS IN MY BRAIN

NAILS IN MY BRAIN
di Hilal Baydarov


Nails in My Brain, peculiare documentario dell’azero Hilal Baydarov, è un lungo viaggio psicanalitico che non concede niente – in termini di indulgenza visiva – allo spettatore, configurandosi come un’operazione terapeutica più a beneficio di chi narra che di chi ascolta. In questa curiosa intransigenza sta la sua fonte di fascino, ma anche il suo limite principale. Nel Concorso documentari del Trieste Film Festival 2021.

Ossessioni che bruciano

Sono due i film del regista azero Hilal Baydarov che sono stari proposti, quest’anno, dalla speciale edizione online del Trieste Film Festival: da una parte il dramma on the road In Between Dying, già presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, dall’altra questo documentario – anch’esso datato 2020 – intitolato Nails in My Brain. Un lavoro, quello del trentaquattrenne Baydarov, che va a completare una trilogia iniziata dai precedenti When the Persimmons Grew e Mother and Son, in cui il regista racconta se stesso e il proprio passato, e si ferma a riflettere su tematiche filosofiche e sociali. Se la struttura della fiction, nella narrazione di In Between Dying, rendeva più accessibili i temi toccati dal regista, così come la fiera, a volte ostinata ermeticità con cui li metteva in scena, il ritorno al documentario fa cadere qualsiasi sovrastruttura narrativa e cinematografica, qualsiasi orpello concesso dalla macchina da presa all’occhio dello spettatore. Nails in My Brain è un monologo interiore ad alta voce, corredato da immagini e suoni che ritornano rispettivamente (e compulsivamente) sugli stessi luoghi e sugli stessi toni. Un racconto che, nella concretezza da cui muove, arriva a un passo dall’astrazione.

Il regista/protagonista è ritratto mentre si muove tra le rovine della sua casa d’infanzia, aggirandosi tra le stanze e il giardino esterno, richiamando alla mente memorie, riflessioni, eventi e ragionamenti sepolti nel passato. Ogni tema richiamato è – letteralmente – un chiodo nella testa dell’uomo, una spina conficcata nel tessuto dei ricordi, che fa male e preme per essere rievocata; riflessioni sulla famiglia, sull’amore, su Dio e la morte, quelle provenienti dal passato che si confondono e si sovrappongono a quelle del presente, senza soluzioni di continuità. Nails in My Brain è suddiviso in segmenti, ognuno con un suo titolo; ma questi segmenti delimitano spazi tematici dai confini labili, rappresentando più un tentativo da parte del regista di mettere un minimo d’ordine nel flusso ininterrotto del pensiero/racconto, che una reale sistemazione tematica dei contenuti. La struttura, più che circolare, è elicoidale, si muove tra il fuori e il dentro della grande casa di campagna, alternandosi simbolicamente con l’esplorazione dell’esterno e dell’interno della mente del regista, con la riflessione che va a precedere e accompagnare l’azione – quella rievocata dalla memoria. Il film si muove in una continua coazione a ripetere, di spazi più e più volte attraversati, utilizzando persino in modo reiterato e ossessivo un unico motivo musicale, periodicamente riproposto ad accompagnare le immagini.

Ha un fascino incompiuto e difficile da esplicitare, Nails in My Brain, quello di un luogo ritratto come se fosse uno spazio dell’anima, quello dell’assonanza visiva tra i chiodi conficcati nel muro e i rami che fuoriescono come spilli dalla neve, all’esterno; quello delle pagine di un libro provocatoriamente smembrato, appese ai chiodi e date alle fiamme più e più volte, nel tentativo (vano) di creare un unico fuoco che le avvolga tutte, che getti luce sulle ossessioni prima di dissolverle per sempre. Ossessioni che bruciano solo per tornare, o per essere sostituite da altre analoghe, in un percorso di (ri)scoperta faticoso, ostico, accidentato. Il film di Hilal Baydarov non concede niente in termini di indulgenza visiva allo spettatore, così come l’operazione di autoanalisi del regista stesso non concede niente al suo soggetto; di questo sviscera piuttosto, impietosamente, i recessi più intimi della memoria, richiamando immagini di luoghi e persone, di eventi dimenticati che hanno originato riflessioni rimaste a livello subconscio, sepolte provvisoriamente sotto le acque di un fiume che ribolle di continuo, inquieto e mai domo. Il confronto con la materia informe del pensiero dovrà essere compiuto fino in fondo, le ossessioni messe nero su bianco, i chiodi staccati uno a uno dal muro; con la consapevolezza che forse qualcuno rimarrà lì, nonostante tutto, a ipotecare la linearità del futuro e a richiamare con forza (ancora) il passato.

Radicale e ostinatamente privo di compromessi con la forma-cinema classica – ma anche con la struttura più abusata del cinéma vérité autobiografico – Nails in My Brain rischia per larghi tratti di eccedere con l’ermetismo, di accumulare simboli che poi non decripta completamente, di lambire l’autoreferenzialità con un viaggio/racconto che è più per chi a beneficio di chi lo narra che di chi lo ascolta. Sembra di assistere, spesso, a una lunga seduta psicanalitica più che a un’opera cinematografica compiuta: una seduta vista dall’esterno, scrutata furtivamente da un occhio non invitato né previsto, che non dispone nemmeno degli strumenti per decifrarne del tutto i contenuti. Ci si sente un po’ intrusi e voyeur, guardando il film di Hilal Baydarov, testimoni non invitati di un’operazione terapeutica che deve seguire i suoi rituali, senza preoccuparsi dell’occhio di chi la guarda dall’esterno. In questa intransigenza autoreferenziale sta – in un certo senso – la principale fonte di fascino di Nails in My Brain, ma anche il suo limite più grosso, laddove lo si valuti come un’opera che deve (anche) tener conto del suo fruitore.

Nails in My Brain poster locandina

Titolo originale: Beynimdəki mismarlar
Regia: Hilal Baydarov
Paese/anno: Azerbaijan / 2020
Durata: 80’
Genere: Documentario
Cast: Hilal Baydarov
Sceneggiatura: Hilal Baydarov
Fotografia: Hilal Baydarov
Montaggio: Hilal Baydarov
Casa di Produzione: Ucqar Film

Articoli correlati:

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *