FUOCOAMMARE

FUOCOAMMARE

Dopo Sacro GRA, Gianfranco Rosi si riaffaccia con Fuocoammare al concorso di un grande festival internazionale (qui Berlino): la sua idea di documentario, qui più che mai intrecciata con l'attualità, si conferma personale e radicale, tutta tesa alla (ri)educazione di un occhio pigro alla visione e alla decodifica del reale.

L'occhio non più pigro

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Samuele, 12 anni, vive a Lampedusa. Un’isola apparentemente fuori dallo spazio e dal tempo, sospesa tra due continenti, circondata dal mare e regolata dagli immutabili cicli naturali. Eppure, Lampedusa è anche punto di approdo per uno dei più giganteschi, e drammatici, movimenti migratori che la storia ricordi. Da circa 20 anni, migliaia di disperati, in fuga da fame, conflitti e persecuzioni, cercano di raggiungere in massa le coste dell’isola; spesso non vi riescono, e trovano nel mare intorno all’isola la loro tomba. Ma delle loro storie, delle loro esistenze e del loro travaglio, poco arriva a Samuele e al mondo intorno a lui. Un velo, sottile ma persistente, sembra separare i due mondi. Solo reminiscenze del passato, vecchi racconti familiari di quando il mare si colorava di rosso, e diventava minaccioso, avvicinano indirettamente il ragazzino alla tragedia in atto.

Dopo il trionfo al Lido di Sacro GRA, risalente ormai a quasi tre anni orsono, Gianfranco Rosi si riaffaccia con questo Fuocoammare al concorso di un grande festival internazionale. Il nuovo lavoro di Rosi, per il prestigio del suo autore e il suo tema di bruciante attualità, era una delle opere più attese del concorso berlinese: e, alla sua presentazione, pubblico e stampa tedesca hanno riconosciuto il coraggio e la forza del film del regista italiano, al punto di inserirlo tra i più seri candidati alla conquista dell’Orso d’Oro. Ma interessano poco, in fondo, i pronostici sull’eventuale conquista di un riconoscimento (pur prestigioso) in una selezione complessivamente deludente: ciò che conta è la sostanza di un’opera che, nelle storie che sceglie di raccontare, e nel modo in cui le mette in scena, pone una serie di problemi. Tutti di grande interesse.

In Italia, la critica si è già divisa specularmente sul film di Rosi: c’è stato chi ne ha lodato il rigore e il coraggio, e chi al contrario ha puntato il dito contro la sua scelta di mostrare, organizzare e fare estetica della sofferenza e della morte. Una discussione vecchia di decenni, di non facile soluzione, quella su dove lo sguardo del cinema (e in particolare quello del documentario) debba fermarsi di fronte al dolore reale, e su quanto sia etico fare di quest’ultimo uno strumento espressivo, alla stregua di qualsiasi altro mezzo cinematografico. La macchina da presa di Rosi non arretra di fronte alla mostra della morte, ma anzi (in una significativa sequenza posta a metà film) ne fa elemento funzionale al suo discorso. Sulla liceità o meno di questa scelta, probabilmente le discussioni potrebbero andare avanti molto a lungo.

Non si può, tuttavia, non rimarcare l’originalità (e il coraggio) del regista italiano nella scelta di raccontare in Fuocoammare due mondi che confliggono, lasciando fuori campo, di fatto, lo stesso evento del conflitto. Il piccolo Samuele, e i disperati che gli giungono fin davanti la porta di casa, restano universi apparentemente lontani. Confinanti, ma irrimediabilmente divisi da un “occhio pigro” che rifiuta di vedere. Solo allusioni, metafore, vecchie storie di famiglia e di mare, giungono a collegarne indirettamente i terminali. Lo fanno come in una fionda che si tende – quella del giovane protagonista – ma che infine è incapace di sferrare il colpo: perché, anche laddove l’occhio non arriva a decodificare ciò che gli si para di fronte, il sentore di sofferenza e morte tutto intorno è inequivocabile. Quel sentore, pur indiretto, che forse aiuterà infine l’occhio a tornare a vedere.

Laddove Sacro GRA metteva in scena un mondo (geograficamente e storicamente limitato), Fuocoammare ne racconta due: due mondi anch’essi racchiusi in un lembo di terra altrettanto ristretto, oggetto di un impatto che il film mette intelligentemente tra parentesi. La metafora dell’occhio pigro del piccolo Samuele, e quella che collega (in modo indiretto, ma forte) la sua latente ansia all’orrore che si agita intorno a lui, rendono superflua l’esplicitazione di un conflitto che è nei fatti, tra le pieghe delle immagini e nelle parole dei soggetti ritratti. Quello di Rosi è un documentario che da un lato lavora per allusioni, per rimandi indiretti e per tesi non esplicitate; dall’altro non si fa problemi a mostrare, con gli strumenti espressivi del cinema, ciò che l’occhio non vuole più vedere. Lo trasforma in racconto, questo non visto, ne fa narrazione, estetica, organizzandolo e rendendolo funzionale al proprio discorso poetico. Lo fa prendendosene anche i rischi, ma lasciando che chi guarda (stimolato, ma non manipolato) possa elaborarne una sua tesi. E mostrando, in questo, una coerenza non da poco.

I dubbi sull’etica del documentario di Rosi – e per estensione su quella di decenni di storia del genere – certamente sono legittimi. La questione resta di non facile soluzione, potenzialmente tale da generare infinite discussioni: noi, da par nostro, riconosciamo l’onestà intellettuale e la coerenza del regista italiano nel perseguire la sua idea di cinema-verità, ma non pretendiamo di dire una parola definitiva su un tema tanto scivoloso. Messo da parte l’aspetto etico e teorico dell’argomento, si deve comunque ribadire che Fuocoammare non arretra di un centimetro di fronte alla visualizzazione esplicita della sofferenza e della morte: di questo, chi vi si approccia deve essere ben consapevole. Così come dev’essere consapevole che non troverà, nel film di Rosi, un documentario a tesi, men che meno qualcosa che ne piloti (più o meno esplicitamente) reazioni e valutazioni sul tema: esplicito nella rappresentazione dell’oggetto, il film lascia allo spettatore la gestione del suo aspetto etico e politico. Una scelta netta, anch’essa, ma certo portata avanti con limpida, innegabile coerenza.

Scheda

Titolo originale: Fuocoammare
Regia: Gianfranco Rosi
Paese/anno: Italia / 2016
Durata: 106’
Genere: Drammatico, Documentario
Cast: Francesco Mannino, Francesco Paterna, Giuseppe Fragapane, Maria Costa, Maria Signorello, Mattias Cucina, Pietro Bartolo, Samuele Caruana, Samuele Pucillo
Sceneggiatura: Gianfranco Rosi
Fotografia: Gianfranco Rosi
Montaggio: Jacopo Quadri
Musiche: Stefano Grosso
Produttore: Paolo Del Brocco, Gianfranco Rosi, Donatella Palermo
Casa di Produzione: Stemal Entertainment, 21 UnoFilm, Rai Cinema, Cinecittà Luce
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 18/02/2016

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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