LA NOTTE DEL GIUDIZIO – ELECTION YEAR

LA NOTTE DEL GIUDIZIO – ELECTION YEAR
di James DeMonaco


Diretto come i precedenti episodi da James DeMonaco, La notte del giudizio - Election Year porta avanti (bene) la saga di cui fa parte, facendosi esplicito nei suoi riferimenti politici, e confermando la natura del franchise a metà tra “exploitation di serie a” e sempre presente attenzione al pubblico.

Lotta di classe ai tempi dello Sfogo

Nell’annuale notte dello Sfogo, in cui i cittadini americani sono autorizzati a commettere qualsiasi reato, compreso l’omicidio, la famiglia di Charlie Roan viene massacrata davanti ai suoi occhi. Diciotto anni dopo, la donna è un’agguerrita senatrice, oppositrice convinta della ricorrenza e lanciatissima verso la presidenza degli Stati Uniti. Il suo rivale, Edwige Owens, conservatore e membro dei Nuovi Padri Fondatori, vede la senatrice insidiare pericolosamente il suo primato: il partito di Roan decide così, per liberarsi della rivale, di eliminare la “protezione” di cui i politici godono durante l’imminente notte dello Sfogo. Charlie diventerà così bersaglio di una banda di addestrati e letali mercenari, assoldati dagli esponenti dei Nuovi Padri Fondatori. Nel frattempo, il giorno prima dello Sfogo, il commerciante Joe Dixon si vede raddoppiare il premio per l’assicurazione sul suo negozio, che resta così privo di protezione: l’uomo decide quindi di difendere la sua attività da solo.

La sinergia produttiva tra l’indipendente Blumhouse Productions di Jason Blum e la Platinum Dunes (etichetta fondata da Micheal Bay e dedicata al cinema di genere) ha generato quella che è senz’altro una delle più interessanti saghe thriller/horror di questo decennio. In un periodo dominato da remake e prodotti derivativi, un’idea semplice e folgorante (una notte in cui l’omicidio diventa lecito) è stata utilizzata per un franchise dal notevole potenziale politico, legato a doppio filo all’attualità e foriero di suggestioni che dal genere si allargano fino a toccare un ampio spettro di tematiche. Dopo due episodi che hanno sviscerato i diversi aspetti dello Sfogo, dal punto di vista di una famiglia assediata (nell’originale La notte del giudizio, del 2013) a quello di un individuo in cerca di vendetta (nel suo primo sequel, Anarchia – La notte del giudizio), questo La notte del giudizio – Election Year – diretto ancora da James DeMonaco – si immerge direttamente nei temi politici alla base della serie, divenendo esplicito nei suoi riferimenti all’attualità, e scoperto nel potenziale allegorico dei suoi temi.

Così come i suoi due predecessori, questo terzo episodio guarda al cinema di genere degli anni ‘70 e ‘80, ai thriller di John Carpenter e ai lividi affreschi urbani di Walter Hill, all’horror politico di George A. Romero, e più in generale a una visione indipendente e “militante” del genere, che utilizza i suoi meccanismi per trattare la contemporaneità. Cronologicamente posto molti anni dopo la fine del secondo episodio, legato a quest’ultimo dai personaggi dell’ex sergente Leo Barnes e del rivoluzionario Dante Bishop (rispettivamente interpretati da Frank Grillo ed Edwin Hodge) La notte del giudizio – Election Year entra nelle stanze del potere e ne svela i rituali, sviscerando in modo esplicito la natura classista, mirata all’eliminazione del più debole, di un’istituzione come quella dello Sfogo. Lo sguardo più ravvicinato sulle stanze dei Nuovi Padri Fondatori, emblema di una politica americana che, nelle sue linee principali, trova più di un’assonanza diretta con l’attualità, non toglie spazio alla tensione di genere, esplicitata in una collaudata struttura da thriller che, ancora una volta, segue l’odissea di un gruppo di personaggi in una singola, livida notte.

Teso alla pari dei suoi due precedenti capitoli della saga, costruito su un canovaccio non dissimile da quello del precedente Anarchia – La notte del giudizio, questo La notte del giudizio – Election Year è permeato da un ancor più scoperto impeto politico, che rende del tutto trasparente la sua metafora e i destinatari di quest’ultima. Di nuovo, il regista James DeMonaco riesce a parlare della contemporaneità con gli strumenti del genere, e lo fa non perdendo mai di vista l’intrattenimento e la consapevolezza delle peculiarità del suo pubblico. La saga de La notte del giudizio è exploitation portata nel cinema di serie a, permeata dello stesso spirito iconoclasta dei suoi modelli, ma consapevole del cambiamento dei tempi e dei gusti del pubblico. In questo senso, si tratta di operazioni che mostrano un livello di cinefilia, di citazionismo e passione per un passato sempre tenuto come punto fermo – ma anche di intelligente duttilità nella rielaborazione dei topoi – che hanno pochi eguali nel moderno cinema di genere.

Certo, giunta al suo terzo episodio la saga perde inevitabilmente un po’ del suo potenziale tematico, essendo ormai noti i meccanismi narrativi alla sua base, e le implicazioni che i suoi temi sviluppano sui personaggi. Dal punto di vista del racconto, appare un po’ pretestuoso lo spunto che muove una delle due sottotrame (il raddoppio del premio assicurativo sul negozio di Joe Dixon) mentre il personaggio della senatrice interpretato da Elizabeth Mitchell risulta leggermente monocorde. Limiti di scrittura tutti interni al genere, che, per l’esegeta del cinema a cui il film si rifà, possono essere sommati a considerazioni comuni all’intera saga: la violenza del franchise de La notte del giudizio si conferma infatti, anche qui, priva di quel potenziale esplicito, anarchico e “tribale”, che informava di sé i modelli a cui la saga fa riferimento. L’appassionato, nell’approcciarsi a questo come ai due precedenti film del franchise, farebbe bene a tenere a mente di essere di fronte ad un prodotto che sceglie di fare i conti con le regole del mainstream, cercando un compromesso tra la sua natura indipendente e la necessità di parlare (col suo linguaggio) al pubblico moderno.

Fatte queste necessarie considerazioni, va sottolineato comunque che La notte del giudizio – Election Year, nel suo proseguire su un solco che è ormai tracciato, sviluppa e approfondisce (bene) le premesse dei suoi due predecessori, supplendo all’inevitabile, minore appetibilità della “formula” col parziale cambio d’ottica, e con uno sguardo più ravvicinato su un potere bestiale quanto disgraziatamente (più che mai) umano. Una formula che coi dovuti, minimi aggiornamenti qui operati, resta inoltre assolutamente efficace nei suoi meccanismi narrativi, accattivante nella sua confezione senza perdere nulla in impeto ideale e iconoclastia.

Titolo originale: The Purge: Election Year
Regia: James DeMonaco
Paese/anno: Stati Uniti / 2016
Durata: 105’
Genere: Azione, Fantascienza, Horror, Thriller
Cast: Adam Cantor, Betty Gabriel, Edwin Hodge, Elizabeth Mitchell, Ethan Phillips, Frank Grillo, Jared Kemp, Joseph Julian Soria, Kyle Secor, Liza Colón-Zayas, Mykelti Williamson, Terry Serpico
Sceneggiatura: James DeMonaco
Fotografia: Jacques Jouffret
Montaggio: Todd E. Miller
Musiche: Nathan Whitehead
Produttore: Andrew Form, Bradley Fuller, Jason Blum, Michael Bay, Sebastien Lemercier
Casa di Produzione: Blumhouse Productions, Platinum Dunes
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 28/07/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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