ROBINÙ

ROBINÙ
di Michele Santoro


Con Robinù, Michele Santoro racconta la paranza dei bambini col piglio crudo e cronachistico delle sue trasmissioni televisive, componendo un affresco dall’indubbio valore divulgativo, ma dallo scarso appeal cinematografico.

Sangue (troppo) giovane

Negli ultimi due anni, la violenza camorristica che insanguina Napoli ha assunto un nuovo volto: è quello dei sicari adolescenti, veri e propri baby killer che rifuggono alle regole dei vecchi clan e ingaggiano, per le strade dei quartieri popolari, una spietata lotta per il potere. Da Forcella ai Decumani, fino ai Tribunali e a Porta Capuana: la “paranza dei bambini” segna una nuova fase nella criminalità organizzata partenopea, quella di adolescenti che “rottamano” le vecchie generazioni camorristiche, contendendosi il territorio (e il controllo del traffico di droga) con piglio mai così aggressivo e sanguinario. Le loro storie, quelle dei loro familiari e amici, e quelle di chi a questa logica sanguinaria è riuscito a sfuggire, sono oggetto del racconto filmato di Michele Santoro.

15 giugno 2015: con quaranta condanne, perlopiù di giovani e giovanissimi, il tribunale di Napoli riconosce ufficialmente l’esistenza di un fenomeno nuovo, quello di una guerra di camorra praticamente priva di regole, combattuta da criminali adolescenti. La “paranza dei bambini” ha attirato da subito l’attenzione di Michele Santoro (già uso, nei suoi programmi televisivi, all’esplorazione del sottobosco criminale italiano), che con questo Robinù ne ha voluto raccontare dall’interno logiche e regole. Presentato nella neonata sezione “Cinema del giardino” dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film di Santoro arriva ora nelle sale italiane, per una presentazione-evento da tenersi nelle giornate del 6 e 7 dicembre.

Polifonico, animato da un piglio descrittivo e cronachistico mutato dai servizi che il giornalista ha già realizzato per il piccolo schermo, Robinù punta a comporre il quadro di un universo criminale destrutturato, in cui difesa e preservazione del prestigio delle vecchie generazioni camorristiche si saldano (venendone in parte sopraffatte) col fare anarchico e insofferente alle regole dei “nuovi” baby killer. A fianco, la descrizione di un “mondo di mezzo” contiguo ma non sovrapponibile all’universo criminale, quello delle donne che preparano, confezionano e spacciano dosi di cocaina per mantenere la propria famiglia, quello dei genitori muti e increduli di fronte al carcere subito dai propri figli, quello di una giovane cittadinanza che innalza questi eroi nichilisti a simboli, nello stesso modo in cui venera il sangue di Padre Pio o scrive, con tenera inconsapevolezza, speranzose missive a Maria De Filippi.

È impressionante, guardando il film di Santoro, apprendere delle trasformazioni subite negli ultimi anni dal sottobosco camorristico partenopeo, la sua “colonizzazione” delle zone turistiche cittadine, la sua rinnovata aggressività, parallela all’abbassamento di età dei suoi protagonisti. Non sono manovalanza, ma attori partecipi, i personaggi di Robinù: il sorriso di Salvatore, 24 anni e una possibile condanna all’ergastolo, la sfumatura di lucida follia che si legge nei suoi occhi, dicono di più, in questo senso, di un qualsiasi trattato sociologico. Così come dicono tanto le voci di questi ribelli sui generis, spietati e (in)consapevoli angeli della morte, asserviti alla rapacità di una logica che vede il denaro, il potere e il loro accumulo, come meri emblemi da perseguire, completamente svuotati della loro valenza concreta. Priva di un valore concreto resta anche la vita umana, elemento che, nella sua ipotetica sottrazione violenta, trova la sua unica, vera funzionalità: veicolo ulteriore di ostentazione del potere, vettore di un’ebbrezza (quella dell’omicidio) che prescinde da qualunque considerazione di carattere economico e/o utilitaristico. Un nichilismo, quello di questi giovani criminali, che il documentario di Santoro fa emergere nel modo più naturale possibile, attraverso le loro stesse, spesso impressionanti, testimonianze.

Encomiabile negli intenti, ed efficace nella capacità di lasciar emergere l’oggetto rappresentato, Robinù è tuttavia privo di un’estetica prettamente cinematografica, andando a costituire, di fatto, poco più di un’estensione – articolata nelle dimensioni del lungometraggio – dei reportage che il giornalista (e il suo staff) realizzavano per le loro trasmissioni televisive. Manca, nell’affresco polifonico di questa criminalità adolescente, la capacità di farsi racconto, di penetrare più a fondo motivazioni e pulsioni dei suoi protagonisti, di costruire un ritmo coerente e armonico che possa risultare davvero cinematografico. Il concetto insito nel titolo (la visione di questi baby killer come eroi popolari, beniamini delle classi più deboli) poteva essere meglio sviscerato; così come poteva (e doveva) trovare maggiore approfondimento il carattere “generazionale” di questa nuova guerra di camorra, la ribellione dei figli contro i padri, le ricadute del fenomeno su un territorio già eroso da decenni di violenza. Il carattere anonimo, privo di uno sguardo davvero personale sulla materia trattata, del documentario di Santoro, unito al mancato sfruttamento di alcune delle sue migliori suggestioni, fa sì che Robinù resti un prodotto dall’indubbio valore divulgativo, ma dallo scarso appeal puramente cinematografico.

Robinù poster locandina

Titolo originale: Robinù
Regia: Michele Santoro
Paese/anno: Italia / 2016
Durata: 91’
Genere: Documentario
Sceneggiatura: Maddalena Oliva, Micaela Farrocco, Michele Santoro
Fotografia: Marco Ronca, Raoul Garzia
Montaggio: Alessandro Renna
Musiche: Lele Marchitelli
Produttore: Roberto Manni
Casa di Produzione: Videa Next Station, Zerostudios
Distribuzione: Videa

Data di uscita: 06/12/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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