BLACK BUTTERFLY

BLACK BUTTERFLY

Riprendendo un topos come quello dello scrittore in crisi, Brian Goodman confeziona con Black Butterfly un thriller che è soprattutto un'interessante riflessione metacinematografica sui meccanismo del thriller.

Tra la mente e la pagina

Pubblicità

Scrittore in crisi, da anni incapace di trovare idee valide, Paul vive da solo nella sua casa colonica nei boschi del Colorado. La crisi finanziaria in cui versa, unita all’abbandono da parte della moglie, lo ha convinto a cercare di vendere la sua casa: ma trovare un acquirente sembra impossibile. Un giorno, durante una lite con un camionista in un bar, Paul viene difeso da Jack, un vagabondo che aveva assistito alla scena. Riconoscente, lo scrittore decide di ospitare il benefattore per la notte; questi, affascinato dalla figura di Paul, si offre di aiutarlo a ristrutturare la casa, e di offrirgli nuovi spunti per la sua prossima storia. Quello che Paul non immagina, tuttavia, è che Jack è uno psicopatico omicida, che presto inizierà un perverso gioco psicologico con lo scrittore, tenendolo prigioniero nella sua stessa abitazione.

Sono abbastanza chiare, le coordinate di Black Butterfly, thriller che sfrutta il tema (ormai un topos, cinematografico e letterario) dello scrittore in crisi. Il debito con Misery deve morire, indimenticato frutto della sinergia creativa tra Stephen King e Rob Reiner, è evidente sin dal nome del personaggio interpretato da Antonio Banderas, Paul. Mettendo in scena un teso gioco di gatto e topo, retto sostanzialmente su due singoli personaggi (al protagonista, e alla sua nemesi col volto di Jonathan Rhys Meyers, si aggiungerà brevemente l’agente immobiliare interpretata da Piper Perabo), il film di Brian Goodman cerca di declinare il filone attraverso la carta metacinematografica, immaginando una vicenda che (di fatto) viene raccontata nel suo farsi.

Il punto di vista mutuato dal cult di Reiner viene quindi scomposto e ampliato, nella sceneggiatura del film, in una narrazione che sembra riflettere su se stessa e sui suoi stessi meccanismi, così come sulla sua capacità di mutare pelle nel corso della storia. Proprio la natura teorica del film di Goodman, quella di esperimento sui meccanismi del thriller e sull’identificazione spettatoriale, diventerà via via più evidente, in un’evoluzione che nel suo dipanarsi riserva più di una sorpresa. L’essenzialità del soggetto, così come la concentrazione di tempo e spazio del racconto, favoriscono nel film una semplicità narrativa solo apparente: un gustoso mascheramento, in realtà, per un congegno narrativo che chiama costantemente lo spettatore a riflettere su ciò che vede, e a leggerlo da tutti i possibili punti di vista.

Tipica uscita da distribuzione estiva, prodotto di genere pensato principalmente come macchina da tensione, Black Butterfly offre tuttavia alcuni non trascurabili spunti di interesse, specie per il modo peculiare in cui tratta un argomento (quello della crisi creativa dello scrittore) in sé piuttosto abusato. L’interessante substrato metacinematografico viene portato gradualmente fino alle sue estreme conseguenze, attraverso uno sviluppo narrativo non scontato, né assimilabile automaticamente ai tanti prodotti che hanno adottato (nel corso degli ultimi decenni) soluzioni analoghe. L’affascinante ambientazione, e il senso di isolamento da essa prodotto, si uniscono a una regia solida, capace di accompagnare efficacemente le varie tappe del racconto e i suoi (vari) rivolgimenti. Al suo secondo lungometraggio (dopo una non trascurabile carriera di attore cinematografico e televisivo) Goodman dimostra in questo un buon senso della tensione e del ritmo, supportato da due protagonisti decisamente efficaci.

La natura “teorica” di Black Butterfly, il suo carattere di riflessione (un po’ seria, un po’ ludica) sui meccanismi del thriller, finisce in parte per nuocere alla sua credibilità. Pur accettandone le premesse, è davvero difficile, nell’ultima parte della storia, sospendere l’incredulità: non ci si libera dell’impressione che le varie evoluzioni narrative della vicenda, con un po’ più attenzione in fase di scrittura, potessero essere meglio preparate e giustificate. In questo, il film di Brian Goodman resta un “gioco” interessante ma un po’ fine a se stesso, che finisce per funzionare più come riflessione metacinematografica (non nuovissima, ma comunque interessante nelle sue premesse) che come prodotto di genere in sé.

Scheda

Titolo originale: Black Butterfly
Regia: Brian Goodman
Paese/anno: Stati Uniti, Italia, Spagna / 2017
Durata: 93’
Genere: Thriller
Cast: Abel Ferrara, Alexandra Klim, Antonio Banderas, Brian Goodman, Cherish Gaines, Craig Peritz, Cristina Moglia, Jake Daley, Jonathan Rhys Meyers, Joy Libardoni, Katie McGovern, Nathalie Rapti Gomez, Nicholas Aaron, Piper Perabo, Randall Paul, Timothy Martin, Tracy Green, Vincent Riotta
Sceneggiatura: Justin Stanley, Marc Frydman
Fotografia: José David Montero
Montaggio: Julia Juaniz, Mark Sult
Musiche: Federico Jusid
Produttore: Harry Finkel, Alexandra Klim, Silvio Muraglia, Viki Marras, Matt Varosky, Monika Bacardi, Alberto Burgueño, Marc Frydman, Andrea Iervolino, Juan Antonio García Peredo
Casa di Produzione: Compadre Entertainment, Paradox Studios, AMBI Pictures, Battleplan Productions
Distribuzione: Notorious Pictures

Data di uscita: 13/07/2017

Trailer

Pubblicità
Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.