120 BATTITI AL MINUTO

120 BATTITI AL MINUTO

Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, 120 battiti al minuto è un’opera in cui Robin Campillo cattura con forza e precisione il clima politico degli anni ‘90 e lo stigma verso le persone sieropositive; il film, tuttavia, si rivela meno efficace quando cerca di descrivere il privato dei suoi personaggi.

Amore e rivolta ai tempi dell’AIDS

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1992: in piena epidemia di AIDS, mentre il contagio continua a mietere vittime, anche a causa di un’informazione parziale e sbagliata, il giovane Nathan decide di unirsi al collettivo Act Up-Paris, che si batte per i diritti delle persone sieropositive. Mentre le azioni di protesta dell’associazione si moltiplicano, fruttando al gruppo una grande visibilità, Nathan inizia una relazione con Sean, tra i militanti più radicali del movimento. La vita del gruppo prosegue in modo irregolare e tumultuoso, tra riunioni, infuocati dibattiti e spettacolari dimostrazioni pubbliche, ma intanto la malattia di Sean si aggrava. Nathan, già ben inserito nelle dinamiche del collettivo, dovrà così far fronte, contemporaneamente, al deterioramento delle condizioni del compagno e al suo impegno all’interno dell’associazione.

Giunto direttamente dalla Croisette, dove ha conquistato il Gran Premio della Giuria, il Premio Fipresci e la Queer Palm dedicata al cinema a tematica LGBT, 120 battiti al minuto è un film che ci catapulta indietro di oltre 20 anni, all’inizio degli anni ‘90. Un periodo, quest’ultimo, in cui le autorità cominciavano a prendere piena coscienza di una realtà – quella dell’AIDS – che già da circa un decennio stava mietendo vittime, così come della totale impotenza di un’informazione a senso unico sul tema, tutta tesa a ribadire l’artificioso e illusorio legame (esclusivo) con certe categorie sociali. Proprio sulla presa di coscienza attiva delle persone sieropositive, sulla trasformazione da soggetto passivo a portatore attivo di istanze politiche, si concentra il film di Robin Campillo, che a inizio anni ‘90 fu a sua volta militante del collettivo Act Up-Paris.

Il film di Campillo (giunto al suo terzo lungometraggio) segue in questo un percorso inverso rispetto a un classico del filone come Philadelphia di Jonathan Demme, privilegiando appunto lo sguardo collettivo, la dimensione politica, la resa del clima di quegli anni e le sue ricadute sui personaggi. Lo sviluppo della relazione tra i due giovani protagonisti viene alternata (spesso con un montaggio su piani temporali sfalsati) con le spettacolari azioni del gruppo, nonché con la resa delle vivaci e spesso tese assemblee del collettivo, e con la descrizione del conflittuale rapporto instaurato dal gruppo con le realtà istituzionali e mediche. In tutto ciò, a essere messa in primo piano è la descrizione (contraddittoria) di un vitalismo che mantiene in sé un irreparabile sentore di sconfitta, ben rappresentato dalle molte sequenze di ballo e dal commento sonoro scelto: i 120 battiti del titolo, infatti, rappresentano l’unità di misura di frequenza della musica house, genere che fu in qualche modo colonna sonora del periodo, e i cui toni dominano nel film.

120 battiti al minuto si giova di una costruzione visiva accurata e persino accattivante, tesa da un lato a ricostruire meticolosamente la realtà del periodo, dall’altro a cogliere, con alcune interessanti soluzioni (le già citate scene di ballo, i fuori fuoco che sfumano nella rappresentazione fantastica degli elementi chimici) la realtà interiore dei protagonisti. La scelta di far partire il film in media res, rappresentando nei dettagli una delle più spettacolari azioni del gruppo – alternata, con un’interessante scelta di montaggio, al successivo dibattito all’interno del collettivo – catapulta immediatamente lo spettatore in una realtà contraddittoria, ma viva e pulsante di umanità, che cerca di sfondare quello che, nel film, si configura come un vero e proprio muro di silenzio. La precisione e il vigore con cui il film delinea il contesto sociale, e l’efficacia con cui descrive le ricadute di quest’ultimo sul privato dei singoli personaggi (in particolare della coppia protagonista) è un merito da ascrivere a Campillo, narratore abile nell’alternare quelli che, con espressione mutuata da una terminologia appartenente a qualche decennio fa, si definivano “il personale e il politico”.

Tuttavia, tra i punti deboli del film troviamo la descrizione della love story tra Nathan e Sean, narrata in modo corretto ma forse troppo convenzionale, con una voglia di giocare in sottrazione che, a tratti, si traduce in un minimalismo un po’ fine a se stesso. Film volutamente duro e non conciliatorio quando affronta la dimensione macrosociale, 120 battiti al minuto avrebbe forse potuto, più in generale, mostrare maggior coraggio nell’affondare il coltello nella materia del melò quando l’ottica si stringe sui suoi protagonisti, figli di un dolore che è inevitabilmente anch’esso, in larga misura, politico.

Scheda

Titolo originale: 120 Battements par minute
Regia: Robin Campillo
Paese/anno: Francia / 2017
Durata: 140’
Genere: Drammatico
Cast: Adèle Haenel, Aloïse Sauvage, Antoine Reinartz, Ariel Borenstein, Arnaud Valois, Catherine Vinatier, Félix Maritaud, Médhi Touré, Nahuel Pérez Biscayart, Saadia Bentaieb, Simon Bourgade
Sceneggiatura: Robin Campillo, Philippe Mangeot
Fotografia: Jeanne Lapoirie
Montaggio: Robin Campillo
Musiche: Arnaud Rebotini
Produttore: Hugues Charbonneau, Marie-Ange Luciani
Casa di Produzione: Marie-Ange Luciani, Hugues Charbonneau
Distribuzione: Teodora Film

Data di uscita: 05/10/2017

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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