CAPTIVE STATE

CAPTIVE STATE

Dopo il blockbuster L'alba del pianeta delle scimmie, Rupert Wyatt resta nei territori della sci-fi, ma con toni più cupi e politici: Captive State è infatti un teso thriller a sfondo fantascientifico, che guarda al cinema di genere più impegnato degli anni '70.

Resistenza di genere

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Qualche volta la sci-fi, al cinema, mostra la sua versione più complessa e adulta. È sicuramente il caso di questo Captive State, nuova prova del regista Rupert Wyatt, che dopo L’alba del pianeta delle scimmie ha l’occasione di lavorare su un soggetto del tutto originale. Un soggetto che guarda soprattutto ai modelli del poliziesco e del thriller politico degli anni ‘70, volgendo a proprio favore le limitazioni di budget per mostrare gli alieni solo quando necessario, e imbastendo una trama tesa e credibile nel suo tessuto fantascientifico.
Il plot nasce da uno spunto classico, quasi archetipico: la Terra è invasa e occupata da una forza aliena che nel giro di poco assume il controllo dei principali centri di potere. I governi mondiali si arrendono all’invasore, decidendo di collaborare e cedendo ad esso il pieno potere legislativo. La nuova situazione amplifica le disparità e le tensioni sociali, mentre ogni sacca di resistenza è perseguita e annientata. Nove anni dopo la capitolazione, a Chicago, il giovane Gabriel ritrova suo fratello Rafe, leader della resistenza dato per morto, e decide di unirsi ai ribelli.

Lo spunto di Captive State sembra essere debitore a classici quali La guerra dei mondi, nonché a recenti serie televisive come Falling Skies – con cui ha in comune la produzione della Amblin di Steven Spielberg. Il punto di vista adottato dalla sceneggiatura, tuttavia, è qui decisamente più politico, e legato a doppio filo a un’attualità a cui il plot non smette di guardare: fin dalle prime sequenze, dal montaggio serrato di immagini di finto repertorio che mostrano scorci della capitolazione e delle successive rivolte, è evidente lo sguardo appassionato verso il cinema più impegnato del passato, americano ed europeo.
Wyatt lascia accumulare la tensione per tutta la prima parte del film, imbastendo un intreccio thriller in cui ci vengono rivelati, dei protagonisti e del loro background, solo i dettagli essenziali; facendo altresì convergere i vari subplot verso il progettato attacco militare. Tutta la parte che precede l’attentato è un saggio di cinema tesissimo, impreziosito da un montaggio che non lascia tregua, da una colonna sonora che indovina perfettamente i toni – prevalentemente elettronici -, e da una tensione quasi fisica. Tensione che arriva al culmine per poi venire sciolta in modo graduale nella frazione conclusiva del film.

Più che in un plot che si caratterizza per l’essenzialità, a tratti per il carattere criptico dei personaggi e delle loro motivazioni, Captive State va apprezzato per l’idea di cinema che lo muove, una concezione del fantastico che è innanzitutto politica, direttamente legata alla contemporaneità, molto difficile da rintracciare nel cinema odierno. Si apprezza molto un John Goodman in una delle sue escursioni al di fuori della commedia, in una prova intelligente e a suo modo dolente; ma soprattutto si apprezza una radicalità di sguardo – sul cinema e sul genere – a cui probabilmente lo spettatore odierno non è più abituato.
Proprio la disabitudine a un certo tipo di cinema, la necessità dei blockbuster odierni di spiegare ogni singolo passaggio narrativo, privilegiando la linearità – e la riconoscibilità dei principali snodi di trama – alla complessità, può essere l’unico ostacolo per il film di Rupert Wyatt, che chiede allo spettatore, senza compromessi, di giocare alle sue regole. Una simile concezione del fantastico, nel suo senso più ampio, non si vedeva forse dai tempi dei migliori film di John Carpenter e George A. Romero. Paragoni impegnativi, che non esauriscono certo il valore di Captive State, ma ne rappresentano, fieramente, parte dell’orizzonte di riferimento.

Scheda

Titolo originale: Captive State
Regia: Rupert Wyatt
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 109’
Genere: Fantascienza, Thriller
Cast: Alan Ruck, Ashton Sanders, Ben Daniels, D. B. Sweeney, James Ransone, John Goodman, Jonathan Majors, Kevin Dunn, Kevin J. O’Connor, Lawrence Grimm, Machine Gun Kelly, Madeline Brewer, Ta’Rhonda Jones, Vera Farmiga
Sceneggiatura: Rupert Wyatt, Erica Beeney
Fotografia: Alex Disenhof
Montaggio: Andrew Groves
Musiche: Rob Simonsen
Produttore: Jonathan King, Jeff Skoll, David Crockett, Rupert Wyatt, Ron Schmidt
Casa di Produzione: Amblin Partners, Lightfuse & Gettaway, Participant Media
Distribuzione: Adler Entertainment

Data di uscita: 28/03/2019

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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