TED BUNDY – FASCINO CRIMINALE

TED BUNDY – FASCINO CRIMINALE
di Joe Berlinger


Ennesimo adattamento di una delle più agghiaccianti ed emblematiche vicende criminali americane, Ted Bundy - Fascino criminale risente dell’approccio televisivo del regista Joe Berlinger, fermandosi alla superficiale figura mediatica del suo inquietante protagonista.

Una malìa indiretta

È già una figura cinematografica in nuce, quella di Ted Bundy, sia per il numero di adattamenti diretti che la sua storia ha generato (otto in tutto, tra cui si contano tre film cinematografici, tre destinati alla televisione, e due serie tv) sia, soprattutto, per come la sua immagine mediatica ha contaminato l’immaginario collettivo – in primis, ovviamente, quello più cupo – a partire dalla fine del secolo scorso. Un immaginario di cui, ovviamente, cinema, televisione e letteratura si sono abbondantemente nutriti: dal Buffalo Bill de Il silenzio degli innocenti, passando per il Patrick Bateman di American Psycho, fino ad arrivare al Dexter dei romanzi di Jeff Lindsay (e dell’omonima, fortunatissima serie televisiva), sono tante le figure di serial killer che hanno preso spunto, o semplicemente hanno tratto qualche suggestione, dalla magnetica e inquietante figura di Bundy. È intuibile, quindi, come un ennesimo adattamento qual è questo Ted Bundy – Fascino criminale, nuovo lavoro del regista Joe Berlinger, parta in salita, visto il terreno già florido – e la vicenda criminale tutt’altro che ignota – su cui va a inserirsi.

La distribuzione ha scelto il convenzionale titolo italiano in luogo dell’originale, più calzante Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile (letteralmente, “estremamente cattivo, scandalosamente malvagio e vile”), espressione che il giudice che condannò Bundy utilizzò per descrivere il modo in cui i suoi delitti furono compiuti; una frase che, provenendo da uno dei diretti testimoni della vicenda, risulta coerente col taglio cronachistico che il regista ha voluto dare al suo film. Taglio che utilizza qui, come traccia, le memorie di Elizabeth Kendall, fidanzata di Bundy interpretata da Lily Collins, raccontate nel libro The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy; muovendo dall’ultimo incontro tra la Kendall e Bundy, nel braccio della morte del carcere della Florida, la storia viene narrata in un lungo flashback, dal primo incontro tra i due nel 1969, passando per la vita borghese apparentemente raggiunta dalla coppia, fino alla scoperta prima dei rapimenti, poi dei terribili omicidi commessi da Bundy in quattro stati diversi. Paradossalmente, malgrado la fonte letteraria autobiografica, l’arresto del killer segna lo spostamento del focus prevalente proprio sulla sua figura, con la sempre maggior rilevanza mediatica da lui assunta durante il processo a suo carico (il primo ripreso dalle telecamere nella storia americana).

Uscito in contemporanea con la docu-serie Conversations with a Killer: The Ted Bundy Tapes, diretta sempre da Berlinger e prodotta da Netflix (piattaforma che è anche il principale canale distributivo del film negli USA), Ted Bundy – Fascino criminale risente da un lato del suo impianto televisivo – inteso nel senso più deteriore del termine, con riferimento a un modello di narrazione anonima e standardizzata –, dall’altro di una storia su cui molto, forse troppo, è stato già detto. Certo, la figura di Bundy esercita un’oscura malìa, quella di un Male che si camuffa dietro uno charme e una sicurezza fin troppo vicini alla nostra quotidianità, che probabilmente sopravvivrà a un numero ben più alto di adattamenti; ma qui la pur apprezzabile prova di Zac Efron non fa molto per scalfire quella superficie di ammaliante, “borghese” magnetismo, non penetra mai davvero – principalmente a causa della scolastica sceneggiatura – nella mente del mostro, limitandosi a riprodurne il portamento, le movenze, la mimica facciale, i discorsi pubblici (processo e interviste sono fedelmente riprodotti). Bundy, insomma, resta nel film la figura mediatica che il processo e le cronache hanno creato, andando a sovrapporre l’oscura icona col personaggio a tutto tondo che ci si proponeva di raccontare; mentre solo nel finale, nell’ultimo, decisivo confronto con Elizabeth, si abbozza un ragionamento più complesso sull’uomo/mostro, sui suoi fantasmi e su quelli di chi ha condiviso con lui parte della sua vita.

In tutto ciò, in primo piano viene messa ovviamente la prova di Efron e la parte più strettamente cronachistica e giudiziaria della vicenda, ivi compresa la decisione di Bundy di ripudiare il suo avvocato, le sue arringhe in difesa di se stesso in aula, e la sua decisione di affidare le sue uscite pubbliche alla nuova fidanzata (poi moglie) Carole Ann Boone. Restano invece rigorosamente fuori campo i delitti – con un un’unica, significativa eccezione -, mentre viene presto messa in secondo piano – e più che una scelta sembra una deliberata trascuratezza – l’evoluzione del personaggio di Liz, poco convincente nel suo progressivo ripudio del rapporto col protagonista. Ma il limite principale di Ted Bundy – Fascino criminale sta probabilmente nell’anonima regia, incapace di dare alla vicenda un ritmo e uno sguardo che la elevi dalle tante cronache dirette e indirette della gesta del personaggio, consegnateci dall’ultimo trentennio. Joe Berlinger, con alle spalle una carriera di documentarista televisivo, non riesce mai a rendere davvero cinematografico il taglio del suo film: anche laddove adotta accorgimenti di regia più appariscenti (la macchina da presa che gira intorno a Efron e a Kaya Scodelario, interprete di Carole Ann, nel loro primo incontro in carcere), questi sembrano utilizzati un po’ a caso, in modo poco ragionato e decisamente non funzionale narrativamente. Alla fine, Ted Bundy – Fascino criminale scivola addosso con la consistenza di un medio reportage televisivo, vivendo di un’inquietudine indiretta – quella provocata dalla vicenda di uno dei più efferati serial killer d’America – che il film non riesce mai a fare realmente sua.

Titolo originale: Extremely Wicked Shockingly Evil and Vile
Regia: Joe Berlinger
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 108’
Genere: Biografico, Drammatico, Thriller
Cast: Angela Sarafyan, Brian Geraghty, Dylan Baker, Haley Joel Osment, James Hetfield, Jeffrey Donovan, Jim Parsons, John Malkovich, Kaya Scodelario, Lily Collins, Terry Kinney, Zac Efron
Sceneggiatura: Michael Werwie
Fotografia: Brandon Trost
Montaggio: Josh Schaeffer
Musiche: Dennis Smith, Marco Beltrami
Produttore: Ara Keshishian, Michael Costigan, Michael Simkin, Nicolas Chartier
Casa di Produzione: COTA FIlms, Voltage Pictures
Distribuzione: Notorious Pictures

Data di uscita: 09/05/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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