RAMBO: LAST BLOOD

RAMBO: LAST BLOOD

A undici anni dal precedente capitolo della saga, e a quasi un quarantennio dal suo inizio, Rambo: Last Blood si rivela essere il suo episodio più libero, diretto da un Adrian Grunberg che si svincola dai legacci dell'ambientazione bellica, con un Sylvester Stallone che sembra sfidare in modo esplicito il trascorrere del tempo.

L'odore dell'ultimo (?) sangue

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Le icone sono, per definizione, immarcescibili. Un’icona attraversa gli anni e i decenni, sopravvivendo ai cambiamenti delle mode, a quelli del gusto e a quelli politici, adattandosi alle oscillazioni della storia senza snaturarsi. Quella di Rambo, personaggio creato negli anni ’70 dallo scrittore David Morell nel romanzo First Blood, in seguito fatto proprio da Sylvester Stallone nel film omonimo del 1982 – poi reintitolato al protagonista dalla distribuzione italiana – è (piaccia o no) un’icona. Un’icona che ha assunto tale status solo nella sua versione cinematografica, che si è essa stessa trasformata negli anni, nonostante il suo essere rimasta emblema di un immaginario (quello dell’action più muscolare degli anni ’80) che non ne esaurisce la complessità. Da incarnazione di un dramma rimosso – quello del reduce dal Vietnam che non riesce a riadattarsi alla vita civile – che il cinema americano aveva già adombrato per tutto il decennio dei seventies, a simbolo, nei primi due sequel, di un reaganismo che aveva trovato nel cinema il suo più naturale – ed efficace – mezzo di propaganda, l’ex berretto verde era (ri)piombato inaspettatamente nel cinema del nuovo millennio, pronto a dire di nuovo la sua in un quarto film (John Rambo, del 2008) che pareva perfetto come capitolo conclusivo. Ciò, almeno fino a oggi: fino cioè a questo Rambo: Last Blood, diretto dal poco noto Adrian Grunberg, operazione che nasceva circondata da un palpabile scetticismo.

Era davvero “tornato a casa” alla fine del film precedente, Rambo, precisamente nella fattoria di famiglia che ora lo vediamo condividere con l’amica messicana Maria e sua nipote Gabrielle, orfana di madre e con un padre che vive in Messico, oltre il confine. È tornato a casa, l’ex soldato, solo per scoprire che i suoi fantasmi, quelli delle tante guerre combattute e mai realmente vinte, non sono spariti; probabilmente, quei fantasmi possono solo essere tenuti a bada, vivi e urlanti nei ricordi dei compagni caduti, delle vittime provocate direttamente e indirettamente, di un’inquietudine interiore (quella della macchina da guerra mai doma) che non riesce a trovare una parvenza di quiete nella vita di campagna. Il sollievo, parziale e temporaneo, risiede solo nell’affetto che lega Rambo a quella che è ormai la sua famiglia d’adozione, vera e proprio strumento di contenimento per i suoi demoni. Ma Gabrielle, abbandonata dal padre biologico durante l’infanzia, vuole da quest’ultimo delle risposte: così, contro il parere di sua nonna e dello stesso Rambo, attraversa il confine e bussa alla porta del genitore. La ragazza, derisa e rifiutata dall’uomo, viene rapita da esponenti del cartello messicano, che la segregano per farne una schiava sessuale. È l’occasione, per il vecchio John, per tornare in azione, tentando di placare davvero i suoi demoni attraverso la protezione di quella figlia adottiva.

Il carattere immarcescibile di un’icona come quella del soldato di Stallone, di cui si diceva in apertura, riesce in questo Rambo: Last Blood a compiere qualcosa che (date le premesse del progetto) si avvicina a un miracolo: quello di dare una giustificazione narrativa, e una sua specifica credibilità, a un’operazione che pareva giunta abbondantemente fuori tempo massimo. Gli eroi non sono tutti giovani e belli, sembra dirci il John Rambo di questo nuovo (ultimo?) capitolo della saga: a volte gli eroi invecchiano fisicamente, il loro volto si carica di rughe, lo svuotamento di senso di un mondo che si modifica intorno a loro, facendosi sempre più illeggibile, provoca una disillusione che si somma alle ferite fisiche; ma le istanze che ne muovono l’azione, nella loro forma più basica e istintuale, restano lì, immutate. Istanze che a guardarle in faccia possono far paura; incarnate come sono, qui, nei volti, e nei corpi, dei compagni morti e degli amici lasciati per strada, hanno il potere di togliere il sonno la notte. Ma nondimeno quelle istanze sono lì, che chiedono di essere ascoltate. E Rambo continua ad ascoltarle, a costo di essere considerato un vecchio pazzo dagli amici di Gabrielle, costruendo un dedalo di tunnel sotterranei, simulacro di una guerra passata, che aspetta solo l’occasione di farsi teatro di una nuova. Non si sfugge al proprio destino; e anche quando ci si siede su una sedia a dondolo, al riparo di una riconquistata quiete domestica, gli occhi restano ben aperti.

Se in John Rambo il ritorno del personaggio (a un ventennio dalla sua precedente apparizione cinematografica) si era caratterizzato per un’estetica da exploitation, con un’insistenza iperrealista, e inedita, sulla rappresentazione grafica della morte, in Rambo: Last Blood il discorso viene approfondito e ricontestualizzato: caduto qualsiasi legaccio con la tipica ambientazione bellica della saga, quello di Adrian Grunberg è forse il suo capitolo più libero, andando a recuperare suggestioni da action urbano e persino soluzioni estetiche tipiche dell’horror degli anni ’70 (alcune sequenze rimandano a L’ultima casa a sinistra di Wes Craven). Il film è quasi plasticamente diviso in due parti, con la prima a delineare in modo puntuale il contesto – quello dell’illusoria, solare quiete della fattoria abitata dal protagonista, contrapposta al nero dei bassifondi oltreconfine, dominati dai cartelli criminali – e la seconda a mostrare il dirompente ritorno in azione di Rambo, solitario e più che mai privo di freni nella riappropriazione del suo spazio cinematografico. La graficità ai limiti dello splatter dell’azione conferma il carattere “alieno” (e per questo distruttivo) di una figura come quella interpretata da Stallone, nel contesto del moderno action movie; di quest’ultimo vengono recuperate due delle più tipiche ambientazioni (quella rurale e quella urbana) solo per irriderne l’ipocrita asetticità, riversando sullo spettatore inediti quantitativi di sangue e morte.

Su tutto, uno Stallone su cui, già a una prima occhiata, si hanno ben pochi dubbi: il volto è notevolmente invecchiato (anche rispetto all’ultimo capitolo del 2008), ma lo sguardo da killer, esaltato dai dettagli sugli occhi in poche, significative sequenze, è quello di sempre. Il personaggio torna a essere “vestito” dal suo interprete nel modo più naturale possibile, spinto da un’urgenza che, a ormai quasi un quarantennio dalla sua prima apparizione sullo schermo, non sembra ancora essersi estinta. Paradosso di una figura che nasce come letteraria, ma che è stata riplasmata dal suo interprete a tal punto che questi continua a rinnovarne e rivitalizzarne le premesse, incurante degli anni e dei decenni che passano, e del tempo che chiede il suo inevitabile tributo. Che la sceneggiatura di Rambo: Last Blood scricchioli in più di un passaggio, e che il personaggio della giornalista interpretata da Paz Vega risulti sostanzialmente inutile, in questo contesto ha un’importanza relativa. A 73 anni, Stallone ha reso di nuovo credibile (nel suo contesto cinematografico, e alle sue regole) un personaggio che ritrova una sua precisa ragion d’essere, e persino una nuova freschezza narrativa. I titoli di coda, intelligentemente, sono concepiti in modo da chiudere la vicenda ma non (necessariamente) la saga. E che questo sia davvero “l’ultimo sangue”, in fondo, non è affatto scontato.

Scheda

Titolo originale: Rambo: Last Blood
Regia: Adrian Grunberg
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 101’
Genere: Azione, Thriller
Cast: Adriana Barraza, Atanas Srebrev, Díana Bermudez, Dimitri Vegas, Fenessa Pineda, Jessica Madsen, Joaquín Cosio, Louis Mandylor, Manuel Uriza, Marco de la O, Óscar Jaenada, Paz Vega, Sergio Peris-Mencheta, Sheila Shah, Sylvester Stallone, Yvette Monreal
Sceneggiatura: Matthew Cirulnick, Sylvester Stallone
Fotografia: Brendan Galvin
Montaggio: Carsten Kurpanek, Todd E. Miller
Musiche: Brian Tyler
Produttore: Steven Paul, Avi Lerner, Kevin King Templeton, Yariv Lerner, Les Weldon
Casa di Produzione: LionsGate, Millennium Films, NYLA Media Group, Balboa Productions, Campbell Grobman Films
Distribuzione: Notorious Pictures

Data di uscita: 26/09/2019

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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