MANTA RAY

MANTA RAY

Un esordio da tenere nella giusta considerazione quello del regista tailandese Phuttiphong Aroonpheng, che con il suo Manta Ray, premiato a Venezia 2018, racconta con forza poetica e una precisa determinazione politica una storia di identità lacerate, perdute, ricomposte e forse, chissà, di nuovo perdute.

Il silenzio, per gli innocenti

Pubblicità

Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, un’opera prima sorprendentemente calibrata come Manta Ray potrebbe averci suggerito il nome di un autore con cui fare i conti negli anni a venire.

Il film, vincitore della sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia del 2018, segna l’esordio dietro la macchina da presa di Phuttiphong Aroonpheng, tailandese 43enne dal nome solo moderatamente impronunciabile, un dono del destino nei confronti del quale non ci mostreremo mai abbastanza riconoscenti. Al suo attivo un passato da direttore della fotografia e un paio di lavori sperimentali tra i quali spicca il corto Ferris Wheel del 2015, che direttamente si collega, per affinità tematica, a questo primo lungometraggio. Il suo Manta Ray è un interessante anche se non facilissimo mix di lirismo poetico e denuncia politica, dall’incedere ipnotico e conturbante.

Il versante politico dell’impresa è chiarito da una dedica in calce al film che il regista rivolge al popolo Rohingya vittima di un’ingiustizia la cui eco, quantomeno nei suoi tratti essenziali, è arrivata persino in occidente. Vale la pena di ricordare brevemente le tristissime vicende di questa minoranza etnica, di religione prevalentemente musulmana, che la giunta militare a capo del Myanmar (ex Birmania) ha fatto oggetto di misure persecutorie dal miserabile sapore di genocidio. Teniamo a mente questo riferimento, e conserviamolo con cura, perché non capiterà più che Phuttiphong Aroonpheng permetta al suo film di stabilire con precisione nomi e cognomi. Letteralmente. E la cosa ha molto senso.

A un pescatore (Wanlop Rungkamjad) del quale non conosceremo mai il nome e che vive in un villaggio costiero situato da qualche parte in Thailandia, capita di imbattersi in uno sconosciuto ferito e privo di sensi (Aphisit Hama). Senza chiedersi perché o domandarsi se sia giusto o sbagliato, e senza chiarire allo spettatore la ragione della sua sorprendente generosità, il pescatore raccoglie, protegge e rimette in sesto lo straniero misterioso, offrendogli amicizia e protezione. Abbiamo modo di intuire losche trame nel passato del pescatore. Veniamo a conoscenza di una cocente delusione d’amore che non può non aver segnato il suo carattere. Al contrario, nulla sappiamo dello straniero, che rimarrà muto per tutta la durata del film. Il suo silenzio, suggerisce Aroonpheng, è il silenzio dei popoli oppressi dagli uomini e trascurati dalla storia. Il silenzio di un uomo, perché milioni di altri e altre come lui possano parlare al suo posto. Il silenzio di un uomo cui mancano appigli per ancorare il suo discorso. Il dramma dei Rohingya è in fondo solo la tavolozza a partire dalla quale, con una netta preferenza per il tono allusivo e la suggestione rispetto all’affermazione esplicita, si dipinge la tela del film, il gioco dell’identità e dello spaesamento.

Manta Ray immerge la sua preoccupazione per il realismo in un bagno surrealista e onirico, una distorsione delle prospettive della vita sensuale e misteriosa. Un film che sceglie di parlare per via simbolica, fluido e ammaliante nel suo incedere come il pesce da cui prende il titolo (la manta per l’appunto). Ora stilisticamente lussureggiante, per condizionamento estetico, e ora grezzo e di taglio documentaristico, per necessità contingenti (tradotto, budget risicato). Soltanto nel terzo atto il sipario si alza inequivocabile sulle intenzioni di Aroonpheng per consentirci di scoprire che il succo del racconto è la storia dell’“io” e del “noi”, dell’accoglienza che si tramuta in esclusione, la triste canzone dell’uomo senza passato e senza confini, alla ricerca di un presente e un futuro cui appoggiare una volta per tutte la propria identità. Il grande sconvolgimento narrativo che occorre a circa tre quarti di cammino, cioè la sparizione misteriosissima del pescatore e la sua conseguente sostituzione a opera dello straniero, che come se nulla fosse si prende la sua casa, il suo lavoro, l’amore dell’ex-moglie (Rasmee Wayrana) e l’acconciatura ossigenatissima, chiarisce il debito d’influenza e d’ispirazione che anima il film. È lo stesso Aroonpheng a citare esplicitamente David Lynch e il suo meraviglioso cinema del perturbante come presupposto ineludibile per intuire la sua idea della vita e del cinema.

Talvolta si ha l’impressione che Manta Ray, film bello e non facile che merita una possibilità e richiede coraggio, trovi una ragion d’essere perfettamente autosufficiente nella volontà quasi disperata di trattenere e impressionare voci e ricordi persi nel passato, colpevolmente ignorati. Come gli spiriti che animano la foresta stupendamente fotografata dal film, siano essi Rohingya o meno. Forse potrebbe vivere di questo solo e spogliarsi del resto, cancellare le poche linee di dialogo che lo percorrono, smantellare l’esile impianto narrativo. Esistere come puro sentimento, sorretto da uno sguardo poetico e niente più. Indizi di questo genere inducono a pensare che potremmo trovarci alle prime battute di una bella storia di cinema. La voglia di leggere il secondo capitolo ci sarebbe tutta. Per il momento, e in previsione di un futuro meno seducente, accontentiamoci.

Manta Ray poster locandina

Scheda

Titolo originale: Manta Ray
Regia: Phuttiphong Aroonpheng
Paese/anno: Francia, Cina, Thailandia / 2018
Durata: 105’
Genere: Drammatico
Cast: Aphisit Hama, Rasmee Wayrana, Wanlop Rungkamjad
Sceneggiatura: Phuttiphong Aroonpheng
Fotografia: Nawarophaat Rungphiboonsophit
Montaggio: Lee Chatametikool, Harin Paesongthai
Musiche: Christine Ott, Mathieu Gabry
Produttore: Mai Meksawan, Chatchai Chaiyon, Jakrawal Nilthamrong, Philippe Avril
Casa di Produzione: Diversion, Youku Pictures, Les Films de l’Étranger
Distribuzione: Mariposa Cinematografica

Data di uscita: 10/10/2019

Trailer

Pubblicità
Francesco Costantini
Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.