IL MIO PROFILO MIGLIORE

IL MIO PROFILO MIGLIORE

Il mio profilo migliore è commedia dei sentimenti, thriller, melodramma. Juliette Binoche in una riflessione sull’identità, l’amore e il tempo che passa, il tutto aggiornato al tempo dei social. La premessa del film di Safy Nebbou è interessante. Il risultato, non del tutto soddisfacente.

Le imprevedibili conseguenze dell'amore "virtuale"

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Verrà finalmente quel giorno. Non fosse altro che per una questione di ricambio generazionale. Un film di nativi digitali, per nativi digitali e sui nativi digitali. Che racconterà, perché non potrà farne a meno, queste benedette nuove tecnologie, che a quel punto avranno smesso l’apparenza di novità, e troverà la giusta chiave per spiegarci il modo attraverso il quale l’essere umano ridisegna la mappa dei rapporti e dei bisogni essenziali della vita senza rinnegare la propria identità. Spetterà a questi artisti di domani insegnare a noi, vecchi tromboni analogici o semi-digitali, che si può vestire l’abito di coscienza critica senza pagare eccessivo dazio al rimbrotto moralista.

Perché se una critica si può muovere a questo Il mio profilo migliore, passato non troppo tempo fa al Festival di Berlino, è l’insopportabile moralismo di fondo che inquina il suo punto di vista sulla questione (davvero così conflittuale?) delle relazioni che si instaurano fra il perimetro della vita “reale” e quello della cosiddetta vita “virtuale”.

In tutta sincerità, aggiungiamo pure che il cuore del racconto è altrove. Il mio profilo migliore è un film sull’amore, sul sesso e il desiderio. Sull’identità, le sue declinazioni, sul sottilissimo confine che lega e separa, contemporaneamente, realtà e apparenza. Il regista Safy Nebbou ha dalla sua un senso istintivo per il particolare, il gusto per quei piccoli dettagli, quelle scintille di quotidiano che irrobustiscono un racconto profumandolo di autenticità. Gli manca tuttavia la destrezza necessaria per rielaborare questa materia frammentata, questa galleria di piccole impressioni apparentemente insignificanti all’interno un discorso più complesso. È un vero peccato assistere allo spettacolo di uno spirito d’osservazione sopra la media che se ne sta lì in un angolino a rimuginare su un potenziale inespresso e incompiuto. Che ristagna infelice lungo questa storia di rivolta dei sentimenti e dei desideri a sua volta parte di uno sconvolgimento più grande, che tira in ballo la tirannia del tempo e i nuovi mezzi d’espressione e comunicazione. Un fatto interessante è che il teatro di questa battaglia è il corpo e l’anima di una donna.

Juliette Binoche, nei panni di una professoressa di letteratura sulla cinquantina che un po’ come l’eroina di uno di quei bei romanzi ottocenteschi che le danno da mangiare, lotta per svincolarsi dalle convenzioni di un mondo che proprio non si sogna di prendere sul serio i suoi bisogni. La sfida è indirizzata al tabù dei tabù, il corpo femminile che invecchia e il successivo preteso riallineamento dei desideri e degli istinti alla realtà mutata. Con toni eccessivamente lamentosi Il mio profilo migliore accompagna il tentativo della protagonista di reclamare un posto al sole sentimental-sessuale nella maniera più sorprendente. Cioè fabbricando un’identità social fittizia, modellandola su un’età conveniente (26 anni), un linguaggio adeguato, video e foto allusive al punto giusto, quel tanto che basta per irretire un perfetto (giovane) uomo con cui dar vita a una relazione social dagli effetti, e dagli esiti, sempre più dirompenti.

E qui si torna al problema principale, cioè all’incapacità de Il mio profilo migliore di trovare in sé quel po’ di lucidità necessaria per prender coscienza del fatto che l’aggettivo virtuale può essere inteso anche al di là del suo senso più comune e pigro, cioè immaginandolo come la negazione di tutto ciò che di sincero e autentico c’è al mondo, che è proprio l’errore commesso dal film. Correggere questo limite avrebbe significato intuire che la vita al di fuori dei suoi canali ufficiali è comunque vita, che l’immateriale fornisce consistenza differente ai nostri sentimenti senza intaccarne la sostanza; che una bugia è una bugia, ma solo a partire dal momento in cui il dito sul grilletto fa partire il proiettile. Sono gli uomini che mentono, non Facebook. Che non è niente di più della cornice che riscrive le regole circa il modo con cui ognuno di noi camuffa la verità dietro una coltre di apparenze. Nel momento stesso in cui il film smarrisce il senso di questa prospettiva, da racconto morale degenera in affresco moralistico e si incarta su sé stesso, e nella fragilità della sua base di partenza smarrisce la via. Anche il tentativo, apprezzabile sulla carta, di giocare sul genere partendo da un registro di commedia sentimentale che evolve in (quasi) thriller e poi in melodramma, non funziona fino in fondo, finendo per aumentare la confusione.

Scheda

Titolo originale: Celle que vous croyez
Regia: Safy Nebbou
Paese/anno: Francia, Belgio / 2019
Durata: 101’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Charles Berling, Claude Perron, Francis Leplay, François Civil, François Genty, Guillaume Gouix, Jules Gauzelin, Jules Houplain, Juliette Binoche, Marie-Ange Casta, Nicole Garcia, Noémie Kirscher-Perrel, Pierre Giraud, Sonia Mohammed Cherif
Sceneggiatura: Safy Nebbou, Julie Peyr
Fotografia: Gilles Porte
Montaggio: Stéphane Pereira
Musiche: Ibrahim Maalouf
Produttore: Michel Saint-Jean
Casa di Produzione: Diaphana Films, France 3 Cinema, Scope Pictures, Cinécap 2
Distribuzione: I Wonder Pictures

Data di uscita: 17/10/2019

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Francesco Costantini
Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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