HONEY BOY

HONEY BOY

Firmato dalla regista israeliana Alma Har’el, ma pensato e ispirato da Shia LaBouf, Honey Boy è cinema psicanalitico, (auto)terapeutico e mosso da una palese e preponderante istanza personale; ma, a suo modo, il film voluto da LaBouf si rivela sobrio, e privo di quelle astuzie e scorciatoie estetiche che pure il tema poteva far temere. Alla Festa del Cinema di Roma 2019.

Sovrapporre e ricomporre

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Capita a volte, nel cinema (arte industriale e collettiva per eccellenza) che un prodotto si identifichi in modo pressoché totale con l’istanza – e la personalità – che l’ha generato, rappresentandone in qualche modo una sorta di prolungamento. Il concetto, che prescinde e amplifica quello di cinema d’autore, può essere applicato senza problemi a questo Honey Boy, film firmato dalla regista israeliana Alma Har’el ma scritto, pensato e voluto da uno Shia LaBeouf la cui vita ne ha ispirato totalmente il soggetto. Autobiografia filmata, quindi, sovrapposizione tra cinema e vita, lavoro di (auto)terapia che pone sullo schermo, dandoli in pasto al pubblico più ampio, i fantasmi di un’esistenza e di un disfunzionale rapporto familiare che ha segnato a fondo la vita e l’arte dell’attore/sceneggiatore. Il rapporto in questione è quello tra Shia/Otis (a cui danno il volto il giovane Noah Jupe nella versione dodicenne, e Lucas Hedges in quella adulta) e suo padre Jeffrey/James, interpretato sullo schermo, in un auto-transfert che è anche crasi col suo stesso, problematico referente, dallo stesso LaBouf. Il tema: gli abusi psicologici subiti dal giovanissimo attore, star bambino ricca e lanciatissima, da suo padre, ex alcolista e mentalmente instabile.

Ha fatto discutere, Honey Boy, fin dalla sua prima presentazione al Sundance Film Festival nello scorso gennaio, per una tessitura psicanalitica che, pur laddove modifica nomi e occupazioni dei protagonisti, porta sullo schermo fantasmi e pezzi di memoria che restano eminentemente e dichiaratamente personali. Che LaBouf abbia voluto giocare o meno sulla sovrapposizione alla base del film, che la sua sia o meno “un’operazione egoista”, come lui stesso l’ha definita, ai nostri fini conta poco. Quello che tuttavia si può (e si deve) rimarcare, in sede di giudizio critico, è come il film di Alma Har’el – regista proveniente dal mondo del videoclip, con all’attivo il documentario del 2011 Bombay Beach – risulti sorprendentemente sobrio, visti il tema e il suo potenziale: nato come registrazione e visualizzazione del processo terapeutico di un LaBeouf a sua volta sofferente di stress post-traumatico, dichiarato viaggio in una mente scossa, percossa e divisa tra passato e presente, tra amore inespresso e voglia di annientare e cancellare la fonte della sofferenza, Honey Boy non calca la mano sull’impatto onirico della storia, non appesantisce la sua costruzione di simbologie ma ne rende leggibilissimi e palesi gli assunti.

Girato in un digitale spesso e sgranato, che a volte simula la consistenza della pellicola, contrassegnato da un uso frequente (e straniante) del controluce nelle scene diurne, il film di Alma Har’el preme sul pedale dell’iperrealismo solo laddove il soggetto lo richiede, mantenendosi per il resto ancorato a un classico montaggio parallelo, che mostra separatamente, con richiami e analogie spesso trasparenti (l’”esplosione” iniziale) i due piani temporali in cui la storia si svolge. Lo stesso elemento musicale, caro alla regista e ricco di potenziale per la storia, viene tenuto a bada e utilizzato quasi sempre in chiave di commento e amplificazione di un effetto emotivo demandato, quasi del tutto, alla regia e alle prove degli interpreti. In questo senso, nella radicalità dei suoi temi e nel modo diretto, privo di mediazioni e nuances con cui li pone sullo schermo, Honey Boy è paradossalmente un film molto classico: le prove di Hedges, Jupe e dello stesso LaBouf, vertici di un triangolo di forze che riempie il suo interno di una tensione quasi palpabile, sono i veri elementi che sostanziano il racconto. Il ritmo, il passo, le accelerazioni e decelerazioni della narrazione e le sue impennate emotive, lo fanno proprio gli interpreti e la loro continua, inquieta dialettica.

Cinema dall’anima indipendente, ma ricco di sostanza nel suo saper parlare (a tratti letteralmente urlare) l’ansia comunicativa del suo autore, Honey Boy si apre comunque a frammenti di dolcezza stralunata e fuori dal tempo, si bagna dell’umore di un’età indefinibile com’è quella del protagonista, violentata e bloccata da una realtà sociale, lavorativa e familiare – che lo porta a essere datore di lavoro del suo stesso padre – per sua natura disfunzionale e indefinibile; racconta l’educazione affettiva e quella sessuale del protagonista con inattesa, inusitata delicatezza, per poi mettere in scena la rottura e la ricomposizione – forse reale, forse immaginata – sovrapponendone con abilità i toni. L’ultima sequenza, e l’accenno metacinematografico che contiene, è forse quella dal potenziale simbolico e catartico più forte; ma tuttavia la sua natura (qui esplicita) di diario terapeutico filmato, non disturba affatto lo spettatore. Quello che ne risulta è un insieme più compatto e lucido di quanto non si poteva temere, dal portato fortemente personale ma mai autoreferenziale. Un risultato certo non scontato.

Scheda

Titolo originale: Honey Boy
Regia: Alma Har’el
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 93’
Genere: Drammatico
Cast: Byron Bowers, Clifton Collins Jr., Craig Stark, Dorian Brown Pham, FKA Twigs, Giovanni Lopes, Greta Jung, Haylee Sanchez, Laura San Giacomo, Lucas Hedges, Maika Monroe, Mario Ponce, Martin Starr, Natasha Lyonne, Noah Jupe, Shia LaBeouf
Sceneggiatura: Shia LaBeouf
Fotografia: Natasha Braier
Montaggio: Dominic LaPerriere, Monica Salazar
Musiche: Alex Somers
Produttore: Anthony Brandonisio, Rebecca Cammarata, Anita Gou, Brian Kavanaugh-Jones, Chris Leggett, Yoni Liebling, Daniela Taplin Lundberg
Casa di Produzione: Kindred Spirit, Automatik, Stay Gold Features, Delirio Films
Distribuzione: Adler Entertainment

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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