L’UFFICIALE E LA SPIA

L’UFFICIALE E LA SPIA
di Roman Polanski


Dopo la proiezione a Venezia, e le estenuanti polemiche sul suo autore, L'ufficiale e la spia sbarca infine nei cinema italiani: un affresco storico/politico vibrante, quello del film di Roman Polanski, a illuminare una vicenda che rivela tanto, e in modo lucidissimo, della società in cui ebbe luogo e delle sue contraddizioni.

Non solo un affaire

Escono, a breve distanza l’uno dall’altro, due film che inevitabilmente finiranno per far parlare di sé (anche) per ragioni extra-cinematografiche. Stiamo parlando, ovviamente, di questo L’ufficiale e la spia, nuovo lavoro di Roman Polanski già presentato in concorso a Venezia, e di Un giorno di pioggia a New York, ultimo e travagliatissimo lavoro di Woody Allen, giunto in sala con un anno di ritardo. La cosa paradossale, in questa interminabile e inarrestabile onda lunga derivata dal movimento MeToo, è che due opere datate 2019 vengano ostacolate in modo così smaccato a causa di eventi vecchissimi; eventi che qualsiasi buon senso – prima ancora che qualsiasi tribunale – suggerirebbe di inquadrare innanzitutto nei rispettivi contesti storico/culturali, e comunque di confinare a un problema nettamente separato da quello artistico. Nel frattempo, i due rispettivi protagonisti sono entrambi ottuagenari, in una fase ben avanzata di carriere lunghe e costellate di riconoscimenti: paradossi di una comunicazione, fortemente influenzata dai social, che rivela una memoria cortissima per alcuni problemi, ma poi letteralmente resuscita (come morti viventi) eventi che parevano pronti a essere storicizzati.

Sia quel che sia, e a dispetto dell’ostracismo incontrato altrove, L’ufficiale e la spia approda nelle nostre sale, pronto a darsi a uno sguardo scevro (si spera) da pregiudizi extratestuali: ed è un bene, perché si tratta di un’opera di un rigore e una lucidità encomiabili, con cui il regista getta un nuovo sguardo su una pagina di storia su cui già molto si è detto (anche da parte del cinema). L’affaire Dreyfus, visto da Polanski, non è solo un affaire: il regista si preoccupa anzi di allargare lo sguardo e mostrare il germe che ha permesso il suo verificarsi, e la sua estensione a tutto il corpo della società francese dell’epoca. Non a caso, il film muove i suoi passi proprio dalla cerimonia – tanto ridicola nella sua pomposità, quanto terribile nelle implicazioni – della pubblica degradazione dell’innocente Dreyfus, con tanto di folla urlante: la versione aggiornata del panem et circenses di romana memoria – senza le fiere a sbranare la vittima di turno, come esplicitamente rivelato dal dialogo tra due militari che vi assistono, ma con l’identica voglia di consegnare alla plebe la sua vittima sacrificale. Una vittima che qui, col volto di un misurato Louis Garrel, viene mostrata quel tanto che basta, in espliciti flashback che ne rivelano lo sbigottimento di capro espiatorio designato, ma anche in brevi sequenze che, di quella prigionia capace di fiaccare la resistenza umana e morale di chiunque, mostrano magistrali squarci.

Un affaire (apparentemente) concluso, quindi, che però non lo è per i familiari dell’ex ufficiale, né per quel Georges Picquart – interpretato da un altrettanto misurato e potente Jean Dujardin – che presto si trova faccia a faccia con l’incredibile quanto (paradossalmente) palese verità. Ed è un tema che attraversa tutto L’ufficiale e la spia, quello della sistematica falsificazione e manipolazione della verità: un’operazione che muove da una tesi precostituita – l’ebreo intrigante e in partenza colpevole – e vi aggiusta intorno come può gli eventi fattuali, in un precario castello di carte che viene tenuto insieme (male) solo dal potere di chi lo ha eretto. Ed è persino sardonico, lo sguardo del regista, laddove rivela la fragilità e l’inconsistenza della costruzione accusatoria ai danni dell’ufficiale, mettendone in risalto i tratti grotteschi: ne è esempio la scena della perizia calligrafica, in cui Dreyfus viene accusato di avere una calligrafia troppo simile a quella del borderau che è principale atto d’accusa contro di lui, e contemporaneamente troppo diversa da quest’ultimo, a supposta prova di una cosciente manipolazione. Ed è proprio in un altro esplicito dialogo, solo apparentemente marginale nella tessitura della trama, che il regista riflette sul concetto di riproduzione contrapposto a quelli di falso e manipolazione, quando due personaggi sono di fronte a una scultura romana che replica (senza volervisi sostituire) il modello originale greco. Laddove una copia – come quella operata dal cinema – può in certi casi restituire la verità, un falso vuole invece sempre manipolarla.

Nelle sue oltre due ore di durata, L’ufficiale e la spia contiene momenti (tanti) di grandissimo cinema, offre ottimi pezzi di regia (il duello nella parte finale, insieme momento catartico e rivelazione di una modernità ancora contaminata dai cascami del passato), allargando e restringendo sapientemente lo sguardo a seconda delle esigenze narrative; il regista illumina alternativamente il sempre più totalizzante coinvolgimento di Picquart nell’inchiesta – fino alla prigionia e alla consunzione psicofisica – e una società nel suo complesso stretta tra le sue contraddizioni, preda di un germe (quello dell’antisemitismo) che letteralmente esplode nella sequenza di un pogrom, lugubre meme e prefigurazione di eventi futuri. Nella frazione conclusiva, il film si sposta dal campo della ricostruzione storico/politica a quello di una sorta di legal thriller sui generis, in cui il regista conferma una conoscenza perfetta dei meccanismi della tensione narrativa, ad accompagnare tutte le fasi processuali di una battaglia dall’esito (disgraziatamente) già segnato. In tutto ciò, il Dreyfus che dà il nome all’affaire resta quale presenza eterea, quasi sempre lasciata fuori campo ma mai sottovalutata nell’urgenza di giustizia che il suo stesso nome esprime. Solo nella sequenza finale, a suo modo toccante, a quel corpo liberato viene restituita la giusta dignità e centralità anche fisica, a perfetto suggello di un’opera di assoluta rilevanza estetica e di contenuti.

L'ufficiale e la spia poster locandina

Titolo originale: J'accuse
Regia: Roman Polanski
Paese/anno: Francia, Italia / 2019
Durata: 132’
Genere: Drammatico, Storico, Thriller
Cast: Bruno Raffaelli, Christophe Maratier, Denis Podalydès, Didier Sandre, Emmanuelle Seigner, Eric Ruf, Fabien Tucci, Grégory Gadebois, Hervé Pierre, Jean Dujardin, Kevin Garnichat, Laurent Natrella, Laurent Stocker, Louis Garrel, Luca Barbareschi, Luce Mouchel, Melvil Poupaud, Mohammed Lakhdar-Hamina, Pierre Poirot, Stéfan Godin, Vincent de Bouard, Vincent Grass, Vincent Perez, Wladimir Yordanoff, Yannik Landrein
Sceneggiatura: Robert Harris, Roman Polanski
Fotografia: Pawel Edelman
Montaggio: Hervé de Luze
Musiche: Alexandre Desplat
Produttore: Alain Goldman, Axel Decis, Axelle Boucaï, Luca Barbareschi, Paolo Del Brocco
Casa di Produzione: Canal+, Eliseo Cinema, Entourage Pictures, France 3 Cinéma, France Télévisions, Gaumont, L'Arbre Holding, Légende Films, OCS, Optimum Développement, Palatine Etoile 16, R.P. Productions, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 21/11/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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