DUE

DUE
di Filippo Meneghetti


Sorprendente esordio dietro la macchina da presa di Filippo Meneghetti, Due racconta un amore tanto impossibile quanto capace di farsi progetto concreto, resistendo al tempo e all’avvicendarsi dei tabù; il regista italiano mette in scena il suo (melo)dramma coi toni e il passo del thriller, fidando molto (ma non esclusivamente) sulla prova delle due notevoli interpreti Martine Chevallier e Barbara Sukowa.

Fuori dal nascondiglio

Inizia con un gioco a nascondino, Due, esordio dietro la macchina da presa, in terra francese, dell’italiano Filippo Meneghetti. Non è casuale il luogo – il parco che tornerà più volte nella storia, affacciato sul fiume – e non sono casuali i ruoli: da una parte una bambina che si nasconde, che si muove nell’ombra e all’occorrenza scompare; dall’altra quella che deve trovarla, farla venire alla luce, rivelare la sua presenza al mondo. A volte urlando un urlo muto, che si confonde con quello degli uccelli. Forse è un lontanissimo ricordo, forse un sogno, raffigurazione di un’infanzia mai vissuta, con due personaggi simbolici a rappresentare le due anziane protagoniste. La trama del film di Meneghetti è ambientata nella provincia francese contemporanea; qui si muovono Madeleine e Nina, settantenni dirimpettaie, che si amano in segreto da anni. Le due stanno progettando da tempo di andare a vivere insieme a Roma; Madeleine, vedova e con due figli, deve comunicare la decisione alla sua famiglia in occasione del suo compleanno. Ma la mancanza di coraggio della donna – e la sua naturale attitudine a nascondersi – insieme a una tragica fatalità, renderanno il tutto più complicato.

Due tabù sovrapposti
Deux recensione

È sostanzialmente un melodramma, Due, già presentato nel 2019 alla Festa del Cinema di Roma (dopo la première mondiale al Toronto International Film Festival) e ora in sala per la Teodora Film; un melò che però, seguendo i movimenti furtivi di un amore addirittura innominabile, si accende dei toni e dei ritmi del thriller. Ci aveva già pensato Todd Haynes in Carol, a raccontare l’amore tra due donne in un periodo (gli anni ‘50) in cui un sentimento del genere andava semplicemente nascosto o represso; Madeleine e Nina (interpretate dalle notevoli Martine Chevallier e Barbara Sukowa) sono state più brave, più coraggiose o forse più incoscienti delle due protagoniste del film di Haynes. Hanno portato avanti il loro amore attraverso i decenni, scegliendo di pazientare, di rimandare la loro felicità a un tempo – quello contemporaneo – teoricamente più adatto ad accogliere le loro esigenze. E poco importa se quel tempo corrisponderà all’autunno delle loro vite. L’irruenza naturale di Nina è stata domata dalla calma razionalità dell’altra, nascosta dietro lo scudo borghese di un matrimonio. Hanno preparato il momento con cura, salvo poi dover fare i conti con un altro tabù: quello dell’amore (e del sesso) durante la terza età. Un diritto solo apparentemente scontato, specie se si va a sovrapporre a quello, non ancora del tutto conquistato, di amarsi liberamente da parte di due donne.

La malattia come detonatore
Deux recensione

Ma il film di Filippo Meneghetti va oltre la sovrapposizione di un tabù vecchio con uno nuovo, mettendo anche in scena (con misura ma senza timori reverenziali) la malattia, con la sua doppia valenza di impedimento e ausilio alla rivelazione. La perdita della parola, per Madeleine, coincide con la scelta di quel coming out così dolorosamente (e forse inutilmente) rimandato. L’impedimento del canale comunicativo principale, quello verbale, coincide con la presa di coscienza da parte della donna dell’importanza di affermare al mondo il proprio essere. Con la pesantezza di un corpo malato, e non più nella condizione di nascondersi, Madeleine manifesta finalmente ai figli la sua voglia di vivere alla luce il suo amore; il corpo stesso reagisce alla condizione di stasi imposta, vuole agire e comunicare laddove la parola non può più farlo. La patologia diventa un veicolo di liberazione e di affermazione del diritto ad amare, dando un taglio alle bugie e alle maschere per troppo tempo indossate. Lo sgomento della figlia Anne (una ruvida Léa Drucker), e la sua iniziale incapacità di affrontare la verità, sono in fondo comprensibili: scoprire di essere figli di una menzogna destabilizzerebbe chiunque. Lo sguardo del regista, nei confronti di lei e del fratello Frédéric – pur non propriamente benevolo – non è mai giudicante.

Noi balliamo da sole

Meneghetti orchestra il suo atipico dramma sentimentale con una regia dinamica, che segue il furtivo riavvicinamento di Nina al suo amore con sguardo partecipe, capace di trasmettere quasi fisicamente il senso di distacco imposto alla donna malgrado la vicinanza. Non ha paura di indugiare con la macchina da presa sui luoghi e sugli oggetti della quotidianità delle due, il regista italiano, sugli interni della casa di Madeleine e sulla loro trasformazione dopo la fuoriuscita della donna, trasmettendo dapprima il senso di una quotidianità faticosamente conquistata (e fatalmente fragile) e poi la sua improvvisa sovversione. In quell’appartamento violato dalla presenza della badante, improvvisamente inibito alla libera fruizione da parte di Nina, c’è tutta la precarietà della relazione tra le due, ma anche la loro ferrea determinazione a non arrendersi al tempo e al peso della rivelazione. Perché, a volte, basta che due corpi si muovano al passo di una musica che può essere solo immaginata (o ricordata) perché il mondo esterno ne accetti l’ineludibile (r)esistenza.

Titolo originale: Deux
Regia: Filippo Meneghetti
Paese/anno: Belgio, Francia, Lussemburgo / 2019
Durata: 91’
Genere: Drammatico, Sentimentale
Cast: Alice Lagarde, Aude-Laurence Clermont Biver, Augustin Reynes, Barbara Sukowa, Denis Jousselin, Eugénie Anselin, Gilles Buonomo, Gilles Soeder, Hervé Sogne, Jean-Baptiste Durand, Jérôme Varanfrain, Léa Drucker, Martine Chevallier, Muriel Bénazéraf, Paloma Dumaine, Sasha Roy Bellina, Stéphane Robles, Véronique Fauconnet
Sceneggiatura: Filippo Meneghetti, Malysone Bovorasmy
Fotografia: Aurélien Marra
Montaggio: Ronan Tronchot
Musiche: Michele Menini
Produttore: Donato Rotunno, Elise André, Laurent Baujard, Patrick Quinet, Philippe Logie, Pierre-Emmanuel Fleurantin, Stephane Quinet
Casa di Produzione: Artémis Productions, BE TV, Paprika Films, Shelter Prod, Tarantula, VOO
Distribuzione: Teodora Film

Data di uscita: 06/05/2021

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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