UN ALTRO GIRO

UN ALTRO GIRO
di Thomas Vinterberg


Dopo aver ottenuto l’Oscar come miglior film straniero, Un altro giro approda in sala anche nel nostro paese; un’opera provocatoria ma equilibrata, che per Thomas Vinterberg costituisce anche la rappresentazione, sardonica quanto vitale, di un’età e di una società tutta.

Danimarca da bere

È da sempre un regista che gioca con la provocazione, Thomas Vinterberg. Per mettere in scena le dinamiche della società danese, e in particolare quelle del suo nucleo di base (la famiglia borghese), il regista ha scelto sovente il tono più provocatorio, quello che gli ha fatto raccontare storie e vicende personali fortemente politically incorrect: qualche volta il gioco gli è riuscito bene (come nel folgorante esordio Festen, film-manifesto del Dogma 95), mentre qualche altra volta la mano calcata e lo shock studiato hanno portato il risultato un po’ fuori dai binari (vedi il recente La comune). Si situa decisamente più vicino al primo gruppo, per fortuna, questo Un altro giro, film già presentato alla Festa del Cinema di Roma 2020, e in seguito vincitore dell’Oscar come miglior film straniero. Un’opera in cui la provocazione – pur presente – si situa all’interno di una vicenda credibile nelle sue basi, che preme sul pedale del grottesco solo quel tanto che è necessario.

A Dangerous Method
Un altro giro recensione

Al centro del plot di Un altro giro ci sono quattro professori di liceo, Martin, Tommy, Nikolaj e Peter, tutti insoddisfatti delle proprie vite professionali e/o familiari, con lo spettro della mezza età che si allunga, e la consapevolezza che la gioventù è ormai (da tempo) dietro le spalle. Martin, in particolare (un intenso Mads Mikkelsen) è pochissimo rispettato dai suoi alunni, svolge le lezioni senza nessun entusiasmo e ha eretto un muro di incomunicabilità con sua moglie e i suoi due figli. Alla festa del suo quarantesimo compleanno, Nikolaj espone ai tre amici la teoria di uno psichiatra norvegese, Finn Skårderud: secondo questi, un tasso alcolemico nel sangue tenuto costantemente a 0,05 aiuterebbe l’individuo a essere maggiormente creativo, a incrementare l’autostima e a migliorare i rapporti sociali. I quattro decidono di mettere in pratica l’esperimento, un po’ per gioco e un po’ per sfida: le cose sembrano dapprima migliorare nelle rispettive vite, ma successivamente la situazione prenderà una piega non prevista.

La gioventù in fondo al bicchiere
Un altro giro recensione

Si apre con una sequenza di gioventù, Un altro giro, una di quelle gare alcoliche che costellano spesso quell’età adolescenziale e post-adolescenziale che (sottotraccia) viene più volte evocata nel film di Vinterberg. Più che un film sull’alcol, infatti, Un altro giro può essere visto come una riflessione in nuce sull’invecchiamento – e sulla paura che quest’ultimo genera – nonché sulle pastoie di una società che costringe l’individuo, in età adulta, a un limitante codice di norme non scritte. Dall’analisi della famiglia, la lente di ingrandimento del regista si allarga fino a coinvolgere la società danese tutta, mettendo sotto accusa in particolare l’ipocrisia che unisce un elevato consumo di alcol nella popolazione a un atteggiamento puritano e (moralmente) proibizionista. “Il problema non è che bevi, quello lo fanno tutti”, ammette la moglie del protagonista in un confronto-chiave del film, “il problema è che non parliamo più”. L’alcol funge da antidoto, in modo diverso per ognuno dei quattro protagonisti, per un mal di vivere più profondo, annidato in una vita professionale ormai priva di stimoli e in un sistema di norme sociali che soffoca la creatività personale.

Tra l’abisso e il paradiso
Un altro giro recensione

Il tono del film di Vinterberg è costantemente in bilico tra dramma e commedia, tra lo spauracchio di un abisso imminente e il liberatorio inno alla vita. A prevalere in Un altro giro, va detto a scanso di equivoci, è decisamente la seconda componente, malgrado l’irrompere di un evento tragico nella vita del gruppo e malgrado l’esplicitazione, senza mezzi termini, del prezzo da pagare per questa rincorsa alla giovinezza perduta. Il regista confeziona una storia provocatoria, ma lo fa senza perdere mai di vista i suoi personaggi, sviscerando bene i rispettivi background e non dimenticando lo sfondo; uno sfondo che dalla rappresentazione dell’ambiente scolastico lancia grottesche stilettate al sistema sociale tutto (vedi l’inno intonato dagli studenti, così lontano nella sua esasperata compostezza dal liberatorio e anarchico finale). La sceneggiatura, più equilibrata che in altri film del regista, non restituisce uno sguardo giudicante in un senso o nell’altro, mostrando un’evoluzione, nei protagonisti, di cui il consumo alcolico resta solo uno strumento.

Voglio vederti danzare

In controtendenza rispetto a un cinema e a una narrativa della malinconica elegia del tempo perduto, Un altro giro è puro vitalismo, che non si nasconde di fronte al tempo che passa ma invita a prenderlo di petto con la giusta dose di faccia tosta. Vinterberg, colpito durante i primi giorni di lavorazione da un lutto personale (la morte in un incidente di sua figlia Ida, a cui il film è dedicato) ha voluto trasformare quello che era originariamente inteso come un inno al potere disinibente dell’alcol in una celebrazione della vita tout court, trasparente nei suoi intenti quanto limpida nel suo sviluppo. Il risultato, pur se a tratti rischia di uscire dai binari e di cedere alla programmatica voglia di provocare del regista, ha una sincerità di base che non si può non riconoscere.

Un altro giro poster locandina

Titolo originale: Druk
Regia: Thomas Vinterberg
Paese/anno: Danimarca, Paesi Bassi, Svezia / 2020
Durata: 117’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Aksel Vedsegaard, Albert Rudbeck Lindhardt, Aya Grann, Frederik Winther Rasmussen, Gustav Sigurth Jeppesen, Helene Reingaard Neumann, Lars Ranthe, Mads Mikkelsen, Magnus Millang, Magnus Sjørup, Maria Bonnevie, Martin Greis-Rosenthal, Silas Cornelius Van, Susse Wold, Thomas Bo Larsen
Sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm
Fotografia: Sturla Brandth Grøvlen
Montaggio: Anne Østerud, Janus Billeskov Jansen
Produttore: Arnold Heslenfeld, Frans van Gestel, Kasper Dissing, Laurette Schillings, Lizette Jonjic, Marie Gade Denessen, Mark Denessen, Sidsel Hybschmann, Sisse Graum Jørgensen
Casa di Produzione: Film i Väst, Topkapi Films, Zentropa Entertainments, Zentropa International Netherlands, Zentropa International Sweden
Distribuzione: Medusa Film, Movies Inspired

Data di uscita: 20/05/2021

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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