VALLEY OF THE GODS

VALLEY OF THE GODS

Guai alla convenzionalità sembra gridare il polacco Lech Majewski, che con il suo Valley of the Gods prende a schiaffi le strutture standard, gioca con le sensazioni, non approfondisce psicologie e caratteri. Con Josh Hartnett, John Malkovich, Bérénice Marlohe e Keir Dullea. Amore perduto, consumismo, manie di grandezza e i Navajo, c’è tanto. Forse troppo. Si salva il discorso sui (e dalla parte dei) nativi americani, e la solennità degli sfondi naturali, da urlo. Il film merita la sala cinematografica, e la ottiene dal 3 giugno.

Non il solito film

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Una cosa è chiara. Il regista, scrittore e pittore polacco Lech Majewski guarda con estremo sospetto (se non aperta ostilità) qualunque cosa, nel cinema di oggi, evochi anche solo lontanamente un’impressione di convenzionalità. Il suo nuovo Valley of the Gods, esce il 3 giugno, non ha nulla della polverosa pigrizia del cinema seriale e solo fintamente inclusivo di questi tempi e merita la chance di una visione su grande schermo. Un doppio merito, la sala è un tributo. Un dazio buono pagato alla maestosità degli scenari, il capolavoro di ingegneria geologica a nord della più celebre Monument Valley che fa da titolo, e a una pretesa ambizione tematica contorta e frustrante. Il film non ha interesse per la struttura, lavora di sensazioni, non si preoccupa di approfondire psicologie e caratteri. Ha il coraggio di una visione chiaramente di rottura, ma non ha la forza di sostenerla fino in fondo. È un film diverso. Merita rispetto per questo, comprensione fino a un certo punto.

L’amore perduto, i soldi, il romanzo

Valley of the Gods recensione

Josh Hartnett è un copywriter in pieno deragliamento esistenziale. Il suo matrimonio è finito e il tentativo di rispondere all’assurdità della vita opponendo speculare assurdità non ha prodotto granché. Si rifugia nel deserto per fare i conti, finalmente, con il fantasma del grande romanzo che aspetta solo di vedere la luce e che ha inseguito per tutta la vita. Scrive. Ciò che resta, in Valley of the Gods, potrebbe essere il riflesso, ma non è chiaro, della fantasia a briglie sciolte del tormentato protagonista. Ciò che resta è l’opulenza inutile del misterioso e ricchissimo Wes Tauros, John Malkovich. Un Charles Foster Kane pacchiano, a colori, che organizza orge felliniane incattivite dal tempo. E ha un senso della vita e della propria grandezza cerebrale oscuro e vagamente kubrickiano. Scaglia automobili nel vuoto, letteralmente, misurando i limiti del prestigio materiale. Il denaro non salda i conti tra l’amore, la vita, e ciò che si perde con la morte. Wes Tauros è in guerra con la Nazione Navajo.

Una storia Navajo

Valley of the Gods recensione

Wes Tauros è in guerra con la Nazione Navajo. Requisisce la Valle degli Dei espropriando i legittimi proprietari nel nome del business dell’uranio. Il suo peccato è un crimine in tre parti. Profana una terra sacra ipotecando il futuro dei locali (sterilità), piega bellezza e innocenza al profitto e, in sintesi, fa del mondo un posto peggiore. Valley Of The Gods sceglie di raccontare questa storia dall’angolo Navajo. Modella l’anomala narrazione in una scansione a capitoli collegati all’universo mitico e simbolico dei nativi americani. Racconta, del clan spodestato, il disagio spirituale e pratico, il conflitto tra tradizione e modernità (la seduzione del denaro), l’irrisolta e perenne lite con il governo americano, il rapporto con la terra, il vento, il deserto, la grandiosa potenza della natura rocciosa. Con una carica erotica spiazzante, vedere per credere. La forza del film, una lezione attuale, è la capacità di Lech Majewski di creare simmetria di sguardi. Guarda al mondo come i Navajo guardano al mondo. Senza inventarsi un senso posticcio di appartenenza, ma con curiosità e rispetto. Questo è interessante. Il resto quadra poco.

La confusione ha le sue regole

Valley of the Gods recensione

Che il film canti la canzone dell’amore perduto o metta il dito nella piaga consumista, che riscopra una mistica sinergia con la natura o racconti della capacità dell’arte di ridefinire la vita e i ricordi, questo minestrone di totem tematici, sommati assieme, non porta a un totale soddisfacente. Non cerca risposte ai suoi interrogativi, questo è un bene, pure le domande sono formulate in maniera poco chiara. Anche il caos non tollera più di un certo grado di arbitrarietà. Modellato sull’incedere zoppicante di linee narrative non lineari e che faticano a comunicare, Valley of the Gods non trova il tempo di approfondire caratteri e psicologie che avrebbero meritato più spazio. Basti pensare a Keir Dullea, relegato al ruolo di feticcio d’epoca Kubrick (avete capito che film, vero?) dai toni didascalici. E Bérénice Marlohe, dannatamente stereotipata.

A conti fatti, Valley of the Gods è la metà del film che avrebbe potuto essere. Ha dalla sua il gusto per l’anomalia, il rifiuto dei percorsi facili, un impatto scenografico enorme, il coraggio di osare sulle idee. Manca la colla, un’idea di cinema che tenga insieme le tante anime del film.

Valley of the Gods poster locandina
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Scheda

Titolo originale: Valley of the Gods
Regia: Lech Majewski
Paese/anno: Stati Uniti, Lussemburgo, Polonia / 2019
Durata: 126’
Genere: Drammatico, Fantastico
Cast: John Malkovich, Bérénice Marlohe, Cris D’Annunzio, Derek Oldert, Ewa Idzikowska, Jaime Ray Newman, John A. Lorenz, John Rhys-Davies, Joseph Runningfox, Josh Hartnett, Keir Dullea, Owee Rae, Saginaw Grant, Steven Skyler, Tokala Black Elk
Sceneggiatura: Lech Majewski
Fotografia: Pawel Tybora, Lech Majewski
Montaggio: Lech Majewski, Norbert Rudzik
Musiche: Jan A.P. Kaczmarek
Produttore: Martin Kalawski, Lech Majewski, Daniel Markowicz, Lorenzo Ferrari Ardicini, Carla Rosen-Vacher, Robert Banasiak, Filip Jan Rymsza, Piotr Galon, Alyssa Swanzey, Jan Harlan, Marek Zydowicz, Hansjörg Hettich
Casa di Produzione: Instytucja Filmowa Silesia-Film, LumiconFx, Lightcraft, Centrum Technologii Audiowizualnych, Fundacja Tumult, Royal Road Entertainment, Angelus Silesius, Domino Film
Distribuzione: CG Entertainment, Lo Scrittoio

Data di uscita: 03/06/2021

Trailer

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Francesco Costantini
Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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