RUN

RUN
di Aneesh Chaganty


Opera seconda dello statunitense di origini indiane Aneesh Chaganty, Run è un thriller psicologico venato di horror, sorretto da un’ottima tensione di genere e dalla buona prova delle sue due protagoniste; il film, tuttavia, risulta imperfetto nella costruzione narrativa, rivelando nella parte finale basi assai fragili.

Madre tortura

Il thriller psicologico si colora di sfumature horror in Run, secondo film da regista dell’americano di origini indiane Aneesh Chaganty (il primo fu il thriller Searching, presentato al Sundance Film Festival nel 2018). Un film che prende due attrici, Sarah Paulson e l’esordiente Kiera Allen, e costruisce loro intorno un dramma familiare che assume sempre più i toni dell’incubo, tra isolamento e paranoia. Un film, quello di Chaganty, che vuole riflettere sui rapporti familiari attraverso lo strumento del genere, sclerotizzandone le caratteristiche e facendo emergere un lato oscuro, morboso, dietro il sentimento socialmente considerato più “puro”, quello del rapporto che lega una madre a una figlia. Un film che, bloccato come molte uscite del 2020 dalla pandemia di Covid-19, ha ricevuto oltreoceano una distribuzione esclusiva in digitale (sulla piattaforma streaming Hulu) mentre è stato acquistato da Netflix per la maggior parte dei paesi europei. In Italia, per fortuna, il film arriva in sala con l’etichetta della Lucky Red, pur con diversi mesi di ritardo rispetto alla sua uscita internazionale.

Storia di due donne
Run (2020) recensione

Al centro del plot c’è la giovane Chloe (Kiera Allen), adolescente costretta su una sedia a rotelle fin dalla nascita, che soffre tra le altre cose di aritmia, sovraccarico di ferro, asma e diabete. Guardata a vista dalla madre Diane (Sarah Paulson), la ragazza non è praticamente mai uscita di casa, ed è stata istruita dalla stessa genitrice. In procinto di lasciare per la prima volta il focolare domestico per andare al college, Chloe inizia a sospettare del comportamento di sua madre; questo, da quando scopre casualmente in una busta della spesa un medicinale a lei destinato, che però reca sull’etichetta il nome della madre. Insospettita, la ragazza inizia a rimettere in discussione tutto il suo passato, e si rende conto per la prima volta di vivere in uno stato di totale isolamento: le comunicazioni telefoniche le sono infatti interdette, così come l’accesso a internet. Spaventata, Chloe continua a indagare sulla sua vita e sul comportamento sempre più soffocante di Diane, arrivando a pensare di essere prigioniera.

Cuore di mamma o di carceriera?
Run (2020) recensione

Tuttta la prima parte di Run si gioca sul confine tra razionalità e paranoia, raccontando l’indagine di Chloe (buono l’esordio dell’attrice Kiera Allen, autenticamente disabile) e mostrando l’apparente sincerità di una madre introdotta come soffocante ma premurosa. Il prologo, che mostra la nascita prematura della bambina e la sua sopravvivenza grazie a un’incubatrice, seguito da una didascalia che elenca le patologie di Chloe, indirizza lo spettatore verso la bontà delle ragioni di Diane, costruendo una certa empatia per entrambi i personaggi. Laddove il comportamento della donna si fa sempre più oscuro e contraddittorio, sopravvive per una certa frazione di storia il dubbio che la ragazza stia esacerbando la propria condizione, confondendo uno stato di premura eccessiva – e a volte morbosa – per una condizione di vera e propria prigionia. Quando la situazione diventa tuttavia più chiara, e il confronto tra le due donne – praticamente interpreti uniche del film, interrotte dai rari interventi di personaggi secondari – diventa un vero e proprio scontro, Run gioca fino in fondo le sue carte, imboccando con decisione la strada del thriller e caricando di toni da incubo la vicenda di Chloe, costretta a ridefinire la sua stessa immagine oltre a quella di sua madre.

La gestione della tensione
Run (2020) recensione

Prodotto dal budget ridotto (poco meno di tre milioni e mezzo di dollari), concentrato quasi interamente nell’enorme casa di Diane e Chloe, Run tiene molto bene la tensione per circa i tre quarti della sua durata, puntando sulla dimensione claustrofobica della dimora e sulla progressiva trasfigurazione di un ambiente familiare in un luogo da incubo. Il regista dimostra di saper giocare bene con gli spazi e i tempi della suspence, caricando di tensione anche i dialoghi apparentemente più banali e assecondando il clima ossessivo che lentamente avvolge la psiche della giovane protagonista. Con una certa sicurezza, il regista ci fa assumere integralmente il punto di vista di Chloe, portandoci tuttavia a mantenere un fondo di dubbio sulla versione di realtà che la ragazza elabora; le due attrici tengono in piedi ottimamente una storia che appare semplice, restituendo da una parte la fragilità spaesata di chi non conosce il mondo ma vuole esplorarlo, dall’altra la determinazione protettiva di una madre che tuttavia appare subito caratterizzata da un fondo di patologia.

I limiti narrativi

È quando i nodi vengono al pettine, e il mistero della vita di Chloe viene infine (integralmente) spiegato, che troppi dettagli nella sceneggiatura non tornano, vanificando in parte il buon lavoro di accumulazione della tensione fatto dal regista. Senza anticipare ovviamente nulla, diremo che l’intera impalcatura di Run si rivela sorretta da basi assai fragili, da una premessa di suo scricchiolante, che lo script non si è preoccupato di rendere più solida. Unitamente a questo, il meccanismo attraverso il quale la verità si rivela infine agli occhi della giovane protagonista appare pretestuoso; il mistero viene svelato del tutto attraverso una forzatura narrativa poco credibile, che svela una verità che già di suo chiama a uno sforzo abbastanza improbo di sospensione dell’incredulità. Il film si rifà in parte (a suo modo) con un finale intelligentemente cattivo, poco preoccupato del politically correct e abbastanza in linea con lo spirito iconoclasta (invero non del tutto nuovo) col quale la storia tratta un’istituzione borghese “sacra” come quella familiare; tuttavia, la sceneggiatura ci arriva non senza forzature, lasciando in parte l’amaro in bocca per una scrittura a cui poteva essere dedicata maggior cura. In ogni caso, per la sua buona fattura tecnica e l’ottima tensione che riesce a generare, Run resta un prodotto interessante, seppur imperfetto e gravato da più di un’incertezza narrativa.

Run (2020) poster locandina

Titolo originale: Run
Regia: Aneesh Chaganty
Paese/anno: Canada, Stati Uniti / 2020
Durata: 90’
Genere: Horror, Thriller
Cast: BJ Harrison, Bradley Sawatzky, Carter Heintz, Clark Webster, Conan Hodgkinson, Cory Wojcik, Derek James Trapp, Erica Jenkins, Erik Athavale, Ernie Foort, Joanne Rodriguez, Kiera Allen, Onalee Ames, Pat Healy, Sara Sohn, Sarah Paulson, Sharon Bajer, Steve Pacaud, Tony Revolori
Sceneggiatura: Aneesh Chaganty, Sev Ohanian
Fotografia: Hillary Spera
Montaggio: Will Merrick
Musiche: Torin Borrowdale
Produttore: Natalie Qasabian, Rhonda Baker, Sev Ohanian
Casa di Produzione: LionsGate
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 10/06/2021

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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