RESPECT

RESPECT

Ritmi fiacchi e “poca anima” si notano immediatamente durante la visione di Respect, nonostante il fatto che il film, complessivamente, si lasci guardare. Il risultato è un lungometraggio che vive di rendita grazie proprio ai brani di Aretha Franklin e all’ottima performance di Jennifer Hudson.

Come tutto ebbe inizio

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Realizzare un biopic sulla grande Aretha Franklin può essere un’impresa tanto entusiasmante quanto indubbiamente rischiosa. Rischiosa perché, malgrado l’enorme appeal che un tema del genere può esercitare, il rischio di rendere il tutto pericolosamente didascalico o privo di mordente è più che mai elevato. Ne sa qualcosa, a tal proposito, la regista Liesl Tommy, la quale in Respect – il suo primo lungometraggio per il cinema dopo una lunga carriera in ambito televisivo – compare anche in un piccolo cameo. Ma sarà riuscita a far rivivere sullo schermo la regina del soul in modo complessivamente soddisfacente? Andiamo per gradi.

Prima di diventare regina

Respect (2021) recensione

Tutto ha inizio nel 1953, quando la piccola Aretha ha ancora dieci anni. Dopo la separazione dei genitori, la bambina vive con i suoi fratellini insieme a suo padre, predicatore battista, e a sua nonna. Fin da giovanissima mostra grandi doti canore ed è proprio suo padre a chiederle di esibirsi per i suoi amici durante alcune feste organizzate in casa loro. Diventata mamma a soli dodici anni a causa di molestie sessuali da parte di un amico del padre, Aretha inizierà a dedicarsi anima e corpo alla musica, pur faticando a trovare subito la sua strada a causa di un padre eccessivamente possessivo e di un marito violento, ognuno dei quali pensa di sapere con certezza cosa sia meglio per lei.

La musica prima di tutto

Respect (2021) recensione

E c’è è proprio il lungo e difficile percorso verso una nuova consapevolezza di sé – che, a sua volta, influenzerà significativamente il suo fare musica – al centro del discorso nel presente Respect. Il forte autobiografismo dei testi di Aretha Franklin ci viene mostrato dalla regista in parallelo alle sue vicende personali. E così, particolarmente d’effetto sono i momenti in cui la protagonista (per l’occasione impersonata più che dignitosamente da Jennifer Hudson, il cui ruolo da protagonista fu approvato proprio dalla stessa Aretha Franklin prima della sua morte nell’agosto 2018) inizia a strimpellare al pianoforte proprio alcune note di Respect, per poi esibirsi finalmente davanti a un pubblico in visibilio.

Guardando all’Oscar

Respect (2021) recensione

Questi, tuttavia, sono gli unici momenti di grande impatto del film, il quale, purtroppo, manca pericolosamente di mordente e ha tutta l’aria di un prodotto cinematografico pensato per eventuali candidature agli Oscar. Già. Perché, di fatto, la regista altro non ha fatto che svolgere in modo formalmente impeccabile un vero e proprio compitino. Un compitino che risente fortemente dei dettami delle grandi major e che si discosta, al contempo, dai due grandi biopic dedicati a grandi personalità della musica usciti in sala negli ultimi anni, ossia Bohemian Rhapsody, diretto da Bryan Singer nel 2018 e Rocketman (Dexter Fletcher, 2019). Certamente meno pretenzioso e “pacchiano” rispetto ai due precedenti lungometraggi, Respect si rivela, al contrario, un film talmente “preoccupato” di “fare bella figura” da perdere per strada alcuni passaggi importanti (la lotta contro il razzismo, per esempio, a cui la Franklin ha dedicato nel corso della sua vita molte energie, viene qui trattata in modo eccessivamente marginale).

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Ora come allora

Ritmi fiacchi e “poca anima” si notano immediatamente, dunque, durante la visione, nonostante il fatto che il film, complessivamente, si lasci guardare. Il risultato è un lungometraggio che vive di rendita grazie proprio ai brani di Aretha Franklin e all’ottima performance di Jennifer Hudson. Ed ecco che pensiamo immediatamente a Judy, diretto da Rupert Goold nel 2019, dove Renée Zellweger impersonava la grande Judy Garland. Anche in questo caso, un film che ruota intorno a un’attrice. Anche in questo caso, un lungometraggio che guarda all’Oscar, ma che, purtroppo, finirà presto nel dimenticatoio.

Respect (2021) recensione

Scheda

Titolo originale: Respect
Regia: Liesl Tommy
Paese/anno: Stati Uniti, Canada / 2021
Durata: 145’
Genere: Drammatico, Biografico, Musicale
Cast: Albert Jones, Audra McDonald, Forest Whitaker, Gilbert Glenn Brown, Hailey Kilgore, Heather Headley, Jennifer Hudson, Kimberly Scott, Leroy McClain, Marc Maron, Marlon Wayans, Myk Watford, Saycon Sengbloh, Skye Dakota Turner, Tate Donovan, Tituss Burgess
Sceneggiatura: Tracey Scott Wilson
Fotografia: Kramer Morgenthau
Montaggio: Avril Beukes
Musiche: Kris Bowers
Produttore: Stacey Sher, Scott Bernstein, Jonathan Glickman, Harvey Mason Jr.
Casa di Produzione: Glickmania, Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), Cinesite, BRON Studios, Creative Wealth Media Finance
Distribuzione: Eagle Pictures

Data di uscita: 30/09/2021

Trailer

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Marina Pavido
Dopo la laurea in Lingue Moderne, Letterature e Scienze della Traduzione presso l’Università La Sapienza di Roma, mi sono diplomata in regia e sceneggiatura presso l’Accademia di Cinema e Televisione Griffith di Roma, con un workshop di critica cinematografica presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Dal 2013 scrivo di cinema con il blog Entr’Acte, con il quotidiano Roma e con le testate CineClandestino.it, Mondospettacolo, Raccontardicinema, Cabiria Magazine, e, ovviamente, Asbury Movies. Presidente del Circolo del Cinema "La Carrozza d'Oro", nel 2019 ho fondato la rivista Cinema Austriaco.

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