NO TIME TO DIE

NO TIME TO DIE
di Cary Fukunaga


Diretto da Cary Fukunaga, No Time to Die unisce il ritmo adrenalinico del film d'azione alla vena autoriale, presentando un Bond più oscuro e crepuscolare, coerente con il personaggio ideato da Fleming, specchio di una società post Covid che ha perso le sue certezze.

Una scelta di stile

“Finché continuiamo a guardarci alle spalle, il passato non muore”
(Madeleine Swann)

Non è semplice raccontare di questo film, una pellicola complessa e sui generis, stavolta più fedele del solito a quello che i roboanti titoli bondiani promettono: No Time to Die è infatti incentrato sul Tempo e sulla Morte. Si parla del passato, nella sua dimensione oscura e malinconica, ma anche di futuro e di cambiamento, e per questo il termine die non va inteso soltanto come una fine letterale, ma anche come rinascita. Il Bond impersonato da Daniel Craig, da sempre più travagliato rispetto a quello messo in scena da Sean Connery in poi, si scontra qui con le sue fragilità, impersonando uno 007 paradossalmente più coerente con il personaggio originario creato dalla penna di Ian Fleming.

Per l’ultimo capitolo del franchise interpretato dall’attore, i produttori Barbara Broccoli e soci fanno una scelta che è una dichiarazione di stile e chiamano alla regia Cary Fukunaga, autore per la HBO della prima stagione del pluripremiato e cinematografico True Detective (2014).
Fukunaga interviene nel lungometraggio non solo a livello di regia, come nei precedenti Skyfall e Spectre firmati Sam Mendes, ma anche a livello di soggetto e di sceneggiatura, affiancando in quest’ultima gli storici Neal Purvis e Robert Wade.

No time for holidays
No Time to Die recensione

No Time to Die riprende da dove Spectre finisce, con un Bond che ha lasciato il servizio e si gode una meritata vacanza in Giamaica, ma si vedrà ben presto costretto a tornare in azione, dall’Italia a Londra a Santiago di Cuba fino a una sperduta isola tra Russia e Giappone. A coinvolgerlo sarà l’amico Felix Leiter, agente della CIA e amante dei buoni sigari. Si tratta di ritrovare uno scienziato rapito, un certo Waldo Obruchev. Ben presto la missione di 007 si intersecherà con i suoi affetti, in particolare con l’amore che prova per la misteriosa Madeleine, la bella e temeraria psicologa da lui incontrata in Spectre e interpretata in modo convincente da Léa Seydoux. Intanto, una nuova minaccia globale è alle porte, per mano di un perverso villain mascherato con cui la ragazza pare avere un oscuro legame.

Il passato non muore mai
No Time to Die recensione

La personalità registica di Fukunaga emerge subito dal prologo, girato non soltanto secondo gli stilemi dell’action, ma anche del thriller horror e della home invasion. Si tratta in parte della narrazione di un flashback, il che anticipa uno dei temi della storia: il Ricordo. Una delle prime scene del film ci presenta infatti un Bond malinconico sulla tomba dell’amata Vesper di Casino Royale, esattamente come accade nell’incipit del romanzo di Fleming Al servizio segreto di Sua Maestà. Fukunaga attinge anche all’omonimo film del 1969 diretto da Peter Hunt, l’unico 007 in cui Bond incontra l’affascinante Tracy Di Vincenzo (Diana Rigg) e decide di sposarla con la cornice del brano We have all the time in the world di Armstrong. Anche qui compare la parola Time nel titolo, e non è un caso: lo stesso pezzo musicale verrà citato più volte in No Time to Die a partire dal prologo. Questo sottolinea il legame di sangue con Al servizio segreto di Sua Maestà, una delle migliori pellicole bondiane insieme a Casino Royale.

Il tema del passato emerge inoltre da altri dettagli, tra cui la presenza della stessa Bond Girl in due film differenti. La donna amata da 007 fa la psicologa, l’attività per antonomasia che ci permette di scavare nell’inconscio, e il nome e il cognome di Madeleine Swann richiamano Marcel Proust, i cui romanzi sono incentrati sul ricordo. In Giamaica l’agente segreto incontrerà un’altra donna, Nomi (una tosta Lashana Lynch), il cui lavoro dichiarato è immergersi a caccia di vecchi relitti. Il personaggio avrà un ruolo non irrilevante nella storia.

Suspense e fragilità
No Time to Die recensione

Fukunaga lavora non solo su ciò che è visibile ma sull’invisibile, sul simbolico, e per questo colpisce a livello emotivo più di quanto abbiano fatto altri colleghi. Alcuni snodi di trama sono un po’ contorti, ma le ossessioni dei personaggi li rendono credibili come nella classica tradizione del noir. Lo stesso Daniel Craig è ancora più convincente che nei capitoli precedenti, nel mettere in scena un Bond “esistenziale” dalla personalità umana e complessa.

Interessante è il lavoro che l’autore fa sulla paura. In uno 007 classico sulla suspense prevale l’effetto adrenalina, infatti sappiamo con certezza che la minaccia verrà sventata. In No Time to Die, invece, ci sono momenti della vicenda in cui la nostra fiducia nell’infallibilità dell’agente vacilla, e di conseguenza la suspense aumenta.

Fukunaga a volte inserisce l’agente in contesti inediti per un action, primo tra tutti il colloquio nel penitenziario di Belmarsh col redivivo Blofeld (Christophe Waltz) citando espressamente thriller quali Il silenzio degli innocenti e Seven, ma anche elementi, tra cui la maschera di porcellana del villain, che rimandano all’estetica di Eyes Wide Shut: tutte pellicole incentrate su una forte componente psicologica.

Apocalypse Now
No Time to Die recensione

Quando fu girato Casino Royale (2006), il primo film concepito dopo la tragedia delle Torri Gemelle, si sentiva l’esigenza di un personaggio più tormentato in linea con il pessimismo del tempo, e per questo fu scelto Daniel Craig. Ancora oggi, l’ultimo episodio da lui interpretato torna a essere lo specchio della nostra epoca. No Time to Die è stato ultimato nell’ottobre 2019, ma la minaccia globale di cui racconta è un’arma di distruzione selettiva capace di mutare il DNA, un virus che “entra nel corpo, ci rimane per sempre e lo avvelena”: radiografia perfetta e insieme inquietante presagio dell’epoca del Covid.

No Time to Die narra l’Apocalisse in cui sta collassando il mondo attuale, simboleggiato da un inquietante Eden avvelenato, teatro di scontro tra il Bene e il Male. Non a caso il villain di turno, Lyutsifer Safin, rimanda a Lucifero, interpretato da un viscido e spietato Rami Malek.
Un’altra componente che distingue il film è il ruolo della donna. Phoebe Waller-Bridge, autrice della serie tv Killing Eve, è infatti intervenuta nella revisione della sceneggiatura su invito dello stesso Craig; i suoi personaggi femminili, volitivi ed energici, non si lasciano sedurre così facilmente né stanno con le mani in mano in attesa di essere salvati, anzi, a volte offrono un aiuto concreto all’agente britannico. Lo stesso pezzo musicale che dà il titolo al film è realizzato dalla talentuosa Billie Ellish, la più giovane interprete di un brano bondiano. La sua voce sensuale ci emoziona nella sigla d’inizio che cita L’Atalante di Jean Vigo.

No Time to Die è il primo film dedicato a 007 a far parte della selezione ufficiale di un importante festival cinematografico, quello di Zurigo, che l’ha proiettato il 28 settembre in anteprima mondiale parallelamente alla premiére londinese. Scelta non casuale per un lungometraggio che unisce il ritmo adrenalinico del film d’azione alla vena autoriale.

No Time to Die è una pellicola oscura e complessa capace di coinvolgere il grande pubblico ma anche di spiazzare i fan dell’agente britannico, i quali non potranno fare a meno di amarla e, per certi versi, anche detestarla.

no time to die poster locandina

Titolo originale: No Time to Die
Regia: Cary Fukunaga
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2021
Durata: 163’
Genere: Azione, Spionaggio, Thriller
Cast: Adnan Rashed, Ahmed Bakare, Amor Evans, Ana de Armas, Ben Whishaw, Billy Magnussen, Brigitte Millar, Christoph Waltz, Dali Benssalah, Daniel Craig, David Dencik, David Olawale Ayinde, Douglas Bunn, Eliot Sumner, Gordon Alexander, Jeffrey Wright, Joe Grossi, Julian Ferro, Lampros Kalfuntzos, Lashana Lynch, Léa Seydoux, Lourdes Faberes, Mark Gooden, Naomie Harris, Obie Matthew, Paul O'Kelly, Priyanga Burford, Rae Lim, Ralph Fiennes, Rami Malek, Rod Hunt, Rory Kinnear, Toby Sauerback, Tuncay Gunes, Ty Hurley, Zoltan Rencsar
Sceneggiatura: Cary Fukunaga, Neal Purvis, Phoebe Waller-Bridge, Robert Wade
Fotografia: Linus Sandgren
Montaggio: Elliot Graham, Tom Cross
Musiche: Hans Zimmer
Produttore: Andrew Noakes, Barbara Broccoli, Daniel Craig, David Pope, Gregg Wilson, Michael G. Wilson
Casa di Produzione: B25, Cinesite, Danjaq, EON Productions, Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), Universal Pictures
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 30/09/2021

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Cristiana Astori

Scrittrice, cinefila, bibliofila. Sono laureata in psicologia delle comunicazioni di massa e autrice della Trilogia dei Colori (Tutto quel nero, Tutto quel rosso, Tutto quel blu, 2011-2014) edita dal Giallo Mondadori, a cui è seguito Tutto quel buio (Elliot, 2018); nei quattro romanzi della serie la giovane cinefila Susanna Marino va alla ricerca di misteriosi film realmente scomparsi. Ho inoltre tradotto diversi autori noir tra cui Jeffery Deaver e la saga di Dexter, da cui è stata tratta la serie tv omonima, e nel 1999 ho ricevuto il premio "Adelio Ferrero" per la Critica Cinematografica. Colleziono compulsivamente dvd, libri introvabili e locandine di cinema.

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