WE

WE

Già facente parte del cartellone della Berlinale, ora presentato nella sezione TFFDOC del Torino Film Festival 2021, We è un documentario collettivo attraverso il quale la regista Alice Diop ricerca uno sguardo d’insieme (ma pullulante di microstorie più che mai vive) sul tessuto suburbano parigino: un’opera tanto lontana dalla mera “denuncia sociale”, quanto più vicina ai tanti soggetti che ritrae.

Umanità urbane

Tra i tanti approcci possibili, per costruire un documentario sulla quotidianità delle periferie parigine, la regista Alice Diop ha scelto quello più difficile, ma anche più ambizioso. Il suo We (Nous) mette in scena infatti una storia collettiva, il racconto di tanti microcosmi uniti da un “ponte” (la linea ferroviaria urbana che attraversa la città) ma anche da una simbolica comunanza di istanze ed esigenze. L’umanità rappresentata dalla regista (documentarista di origini senegalesi, nata nel comune di Aulnay-sous-Bois) è infatti segnata da una marginalità di fatto, non necessariamente solo economica e sociale, ma spesso anche psicologica e culturale. Le sue vicende umane formano un patchwork, un quadro che acquista una sua coerenza solo laddove ci si allontana un po’ e lo si osserva nel suo complesso, prima di reimmergersi dentro alle sue tante storie. Storie che fondono dolori piccoli e grandi, racconti pubblici e privati, a volte inaspettatamente uniti in uno (il testamento di Luigi XVI letto in una cattedrale da una donna in lacrime). Un insieme di narrazioni senza soluzione di continuità, che tuttavia, messe l’una accanto all’altra, trovano una buona coerenza tematica, oltre che stilistica.

Tra collettività e intimità

We (2021) recensione

Le storie di We (utilizziamo qui il titolo internazionale) spaziano dal racconto autobiografico della stessa regista – che rimette in scena alcuni suoi filmati familiari, oltre a una toccante testimonianza di suo padre e del suo arrivo in Francia – al resoconto del quotidiano di sua sorella, badante che assiste persone anziane dei più svariati tipi; da un meccanico immigrato che dorme in un furgone ai lavoratori di una discarica di automobili, fino allo small talk (che, ad ascoltarlo con attenzione, forse tanto small non è) di un gruppo di ragazzi sdraiati ai piedi dei grattacieli nella periferia urbana. Qualche storia, invece, è persino senza personaggi: è il caso di quella ambientata nel museo della Shoah a Drancy, dove l’asettico bianco delle pareti cozza contro la brutalità delle storie raccontate nelle iscrizioni, e di quelle che scorrono sugli schermi, e l’assenza di esseri umani rende ancor più potente e “puro” il messaggio trasmesso. Il passo del documentario è lento, lo stile avvolgente, ma non per questo freddo: anzi, le storie trasudano vita reale, ma la regista sceglie di tenersene a una certa distanza, lasciando allo spettatore il compito di colmare i vuoti (come quando, pudicamente, resta nel corridoio di un appartamento, fuori della stanza in cui sua sorella sta accudendo un’anziana allettata).

Ponti possibili

We (2021) recensione

Il montaggio di We alterna sequenze diurne e notturne, campi lunghi e momenti di intimità, ricostruzioni d’ambiente e scorci di vita quotidiana e di memorie personali. Tutto si fonde, raccordato dalle inquadrature che mostrano, dall’alto, la linea ferroviaria che attraversa la città (la RER B) percorsa dai convogli di giorno, e spettralmente spoglia di notte. Un affresco che si apre e si chiude con le immagini di una caccia nella foresta di Fontainebleau, rito collettivo che, (significativamente) coinvolge quella borghesia urbana che nel resto del film è rimasta fuori dal quadro della regista. Quasi a sollecitare lo stabilirsi di un “ponte” interclassista (questo più arduo da costruire) partendo da quello status borghese faticosamente raggiunto dalla stessa regista, sollecitato ad aprire gli occhi sulle tante realtà marginali che si agitano nel sottobosco urbano. Un sottobosco rappresentato come frammentato e atomizzato, così come frammentato e (in parte) atomizzato è il racconto del film: ma questo è inevitabile, e in fondo ben rappresentativo di un senso di comunità che – incarnato nel tricolore francese che a più riprese torna nel film – è tutto da (ri)conquistare. In questo senso, quindi, We è fotografia fedele del reale, che continuamente aggiusta il suo sguardo e passa dal generale al particolare, lasciando allo spettatore il compito di unire i punti delle sue tante storie. Un compito non facile, forse impossibile da assolvere del tutto, ma senz’altro stimolante.

We (2021) poster locandina

Scheda

Titolo originale: Nous
Regia: Alice Diop
Paese/anno: Francia / 2021
Durata: 115’
Genere: Documentario
Cast: Bamba Sibi, Ethan Balnoas, Florence Roche, Hawa Camara, Ismael Soumaïla Sissoko, Marcel Balnoas, Ndeye Sighane Diop, Océane Mafouta, Pierre Bergounioux, Tacko NDiaye
Sceneggiatura: Alice Diop
Fotografia: Sarah Blum
Montaggio: Amrita David
Produttore: Sophie Salbot
Casa di Produzione: Athénaïse

Trailer

Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.