LITTLE PALESTINE (DIARY OF A SIEGE)

LITTLE PALESTINE (DIARY OF A SIEGE)

Presentato al Torino Film Festival 2021, il documentario di Abdallah Al-Khatib Little Palestine (Diary of a Siege) rappresenta un’opera straordinariamente vitale che dimostra come la bellezza e la speranza possono e devono sopravvivere anche all’interno di un campo profughi sotto assedio.

Vite da sotto assedio

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Come si svolge la vita in un campo profughi? Nessuno di noi lo sa e lo può lontanamente immaginare. Per questo motivo Little Palestine (Diary of a Siege), documentario realizzato da Abdallah Al-Khatib presentato in questi giorni alla trentanovesima edizione del Torino Film Festival, rappresenta un’opera essenziale e necessaria che, fuggendo qualsiasi tipo d’intento didascalico, si concentra sull’uomo e sulla sua naturale propensione alla sopravvivenza. Così, munito di una piccola telecamera digitale il regista, profugo tra i profughi, cammina tra le strada deserte di Yarmouk, il distretto di Damasco che ospitava il più grande campo di profughi palestinesi. Nato come un semplice accampamento nel 1957, i suoi abitanti nel corso degli anni l’hanno trasformato in una vera e propria cittadina, assicurandosi un’esistenza dignitosa. Questo piccolo universo dove vivere, sposarsi, lavorare e far crescere i propri figli, però, è stato sovvertito completamente dalla rivoluzione siriana. Dal 2013, infatti, le strade di Yarmouk sono diventate teatro di molti scontri tra siriani e rivoluzionari, fino a quando il regime di Assad non lo ha messo sotto assedio.

Ma cosa si nasconde dietro il termine assedio? Sicuramente fame, paura, assenza di libertà personale e umiliazione. Dall’inizio del conflitto, infatti, ai profughi è stato proibito di uscire e lavorare. Allo stesso tempo, poi, è stata tolta l’elettricità, l’acqua e il cibo che, in attesa degli aiuti umanitari, è diventato un lusso. A tutto questo si aggiunge la paura dei bombardamenti ed un sottofondo costante di spari che accompagna la già difficile quotidianità. Considerato il contesto, dunque, ci si aspetterebbe che il documentario rimandasse una perenne sensazione di disperazione. In realtà non è assolutamente così. Con uno sguardo sempre acceso e acuto, Al-Khatib ci consegna un’opera straordinariamente vitale, dove la speranza riesce a farsi strada, nonostante tutto. Ma cosa può sollevare gli animi di chi ha perso tutto? Cosa è in grado di rendere ancora possibile un futuro? Le risposte sono molte e si trovano nella musica, nella cultura, nel tentativo di mettersi a disposizione dell’altro cercando di coltivare la bellezza anche dove questa sembra essere scomparsa. E poi, ancora, l’indomabile certezza di essere sempre e comunque un popolo, ovunque si viva.

I bambini di Yarmouk

Little Palestine (Diary of a Siege) recensione

Dall’inizio della rivoluzione ad abitare le strade di Yarmouk sono rimaste soprattutto donne e bambini. Due categorie che, solitamente, all’interno di un conflitto sono considerate fragili ma che rappresentano la vera forza di questa resistenza. In modo particolare i piccoli, nati e cresciuti nel campo profughi, rappresentano l’aspetto narrativo più interessante. Inevitabilmente provati della loro infanzia, trovano salvezza nell’esercizio costante del ragionamento e di un’eccezionale presa di coscienza politica e sociale. Durante le riprese di Little Palestine (Diary of a Siege) il registas’immerge completamente nel loro mondo, gioca e parla stimolandoli a riflettere sulla realtà che vivono e su cosa farebbero per cambiare la situazione. E loro a domanda rispondono con una lucidità che non dovrebbe lontanamente appartenere all’età che hanno.

Sono consapevoli, propongono alternative, sanno perfettamente che qualche cosa di importante è stato negato loro. Nonostante questo, però, quello che risalta tra le immagini del documentario sono i sorrisi. Quella naturale forza vitale dell’infanzia che porta a giocare tra le strade dissestate e le macerie di un bombardamento. La stessa che crea lo stupore di fronte ad un palloncino e che entusiasma al suo scoppio, ma che si esalta soprattutto nell’esercizio della cultura. Questa, nonostante le difficoltà, continua ad essere nutrita senza sosta. Perché prima o poi l’assedio terminerà e la generazione più giovane deve farsi trovare pronta, padrona degli strumenti utili per ricostruire tutta la magia che è stata cancellata.

Nutrire la speranza

Little Palestine (Diary of a Siege) recensione

Ma com’è possibile parlare di magia in una realtà dove la dignità è negata e la sopravvivenza è al pari di una missione impossibile? Proprio esercitando la mente e il cuore. La prima si nutre con la conoscenza e la consapevolezza. Il secondo con l’arte e la bellezza. Due elementi, questi ultimi, apparentemente poco affini a un assedio ma che possono essere mantenuti in modi alternativi. Nel caso particolare degli abitanti di Yarmouk ritratti in Little Palestine (Diary of a Siege), la musica rappresenta sia un elemento di unificazione che un modo per alleggerire gli animi. Basta la presenza di un pianoforte mal ridotto ma miracolosamente scampato ai bombardamenti, per ricreare immediatamente un’armonia capace di innalzarsi, attraverso un canto popolare, tra le macerie. E al suono delle sue note l’uomo ritrova la voce e un modo sicuramente più artistico per utilizzarla. Quel semplice canto, poi, rappresenta molto di più di un esercizio vocale o di un modo per sfuggire alla realtà. Rappresenta il ricordo di un mondo passato e l’esigenza di mantenerlo in vita per quando le strade saranno aperte, le macerie verranno tolte e i bambini torneranno ad avere un futuro.

Little Palestine (Diary of a Siege) poster

Scheda

Titolo originale: Little Palestine (Diary of a Siege)
Regia: Abdallah Al-Khatib
Paese/anno: Francia, Qatar, Libano / 2021
Durata: 89’
Genere: Documentario
Cast: Abdallah Al-Khatib
Sceneggiatura: Abdallah Al-Khatib
Fotografia: Majd M.A. Almassri, Yahya Diaa, Mohamad R.M. Hamid, Qusai Abu Qasem, Mouayad Zaghmout, Basel Abdullah, Abdallah Al-Khatib
Montaggio: Qutaiba Barhamji
Produttore: Mohammad Ali Atassi, Jean-Laurent Csinidis
Casa di Produzione: Films de Force Majeure, Bidayyat for Audiovisual Arts

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Tiziana Morganti
Fin da bambina, ho sempre desiderato raccontare storie. Ed eccomi qui, dopo un po’ di tempo, a fare proprio quello che desideravo, narrando o reinterpretando il mondo immaginato da altri. Da quando ho iniziato a occuparmi di giornalismo, ho capito che la lieve profondità del cinema era il mio luogo naturale. E non poteva essere altrimenti, visto che, grazie a mia madre, sono cresciuta a pane, musical, suspense di Hitchcock, animazioni Disney e le galassie lontane lontane di Star Wars; e un ruolo importante l’ha avuto anche il romanticismo di Truffaut. Nel tempo sono diventata giornalista pubblicista; da Radio Incontro e il giornale locale La voce di Roma, passando per altri magazine cinematografici come Movieplayer e il blog al femminile Smackonline, ho capito che ciò che conta è avere una struggente passione per questo lavoro. D’altronde, viste le difficoltà e le frustrazioni che spesso s’incontrano, serve un grande amore per continuare.

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