L’ACCUSA

L’ACCUSA

Il regista Yvan Attal mette in scena con L’accusa un dramma processuale ambientato nell’upper class francese dal chiaro stampo progressista. In questo preciso contesto culturale si apre una discussione sul confronto tra i sessi e sul sesso stesso, lasciando, però, troppe tematiche aperte senza conclusione.

Una questione di famiglia

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Ogni cinematografia ha degli aspetti unici e facilmente riconoscibili. Per quanto riguarda il cinema francese, ad esempio, si tratta della capacità di raccontare gli ambienti borghesi di cultura progressista senza cadere nel manierismo di forme ed espressioni, ma utilizzando sempre un forte senso del reale. Per ottenere questo effetto le immagini e la narrazione utilizzano uno stile minimal, privo di eccessi elaborati. In questo modo, dunque, si ottiene sempre una fotografia che mostra una chiara aderenza con l’effettivo tessuto sociale o ambiente culturale da cui trae ispirazione. Allo stesso modo, poi, si indaga anche all’interno degli equilibri personali e famigliari. Tutti aspetti che si trovano perfettamente riassunti ne L’accusa, film dallo stampo processuale diretto da Yvan Attal.

A essere sinceri la naturalezza mostrata nella recitazione dei protagonisti e nella direzione registica deriva da una derivazione famigliare di tutti i protagonisti. Per essere più chiari, si tratta di una storia narrata attraverso una consuetudine di rapporti affettivi, visto che il regista ha scelto come protagonista il figlio Ben Attal e la moglie Charlotte Gainsburg. Un legame che, forse, è stato particolarmente utile per riuscire a rendere più credibile un intreccio declinato su varie sfumature che, per la maggior parte delle volte, non sono chiare. L’accusa, infatti, analizza il rapporto tra i sessi e il sesso stesso, cercando di riflettere sulla sottile distanza che esiste tra violenza e consenso. Un percorso d’indagine tutt’altro che semplice, soprattutto in un’epoca post MeToo, in cui la giusta condanna di violenze a volte ha corso il rischio di cadere nel tranello della caccia alle streghe.

La vittima e il carnefice

L'accusa (2021) recensione

Al centro della vicenda c’è un giovane di buona famiglia di ritorno a Parigi da una prestigiosa università americana. Il suo futuro sembra non avere limiti fino a quando non viene accusato dalla figlia del nuovo compagno della madre di stupro. Da quel momento Attal mette in scena un dramma famigliare che getta scompiglio nella consuetudine di due nuclei. Oltre a questo, poi, innesca dubbio e frustrazione anche a livello culturale in un ambiente attivo e in prima linea contro la violenza sessuale. Questo caos emotivo, però, non viene messo in scena attraverso un’accelerazione della narrazione e nemmeno tramite una scompostezza delle azioni.

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Al contrario tutto implode all’interno dei personaggi, che iniziano a mettere in crisi loro stessi e le convinzioni che li hanno sostenuti fino a quel momento. Di pari passo, poi, s’inizia a definire un percorso processuale che, lungi dall’essere una precisa ricostruzione dei fatti, è piuttosto un modo per percorrere una strada coraggiosa tra la foschia del dubbio. La domanda sottintesa in questo film riguarda la distanza sottile tra il consenso e la violenza sessuale. Procedendo sempre attraverso uno stile asciutto che mai si lascia andare a un eccesso di tono, il film cerca di indagare nella definizione di vittima e carnefice, cercando chiarezza in una verità processuale che, però, non offre nessuna soluzione definitiva. In questo modo, dunque, L’accusa non ha certo l’ambizione di offrire sul piatto una risposta univoca ma di aprire una linea di riflessione e discussione sul rapporto tra vittima e carnefice, sull’esposizione mediatica e su una giustizia che non riesce mai a essere definitiva.

I privilegi della classe borghese

L'accusa (2021) recensione

Com’è stato già evidenziato, questa vicenda ha le sue radici nel mondo della classe borghese. Un gruppo sociale che ha il sostegno di determinati privilegi anche, e soprattutto, nei confronti di situazioni processuali. In questo caso, però, nel film di Attal viene mostrata anche una certa presunzione che nasce da una convinzione di superiorità. Una situazione che è evidenziata chiaramente dalla netta differenza sociale che definisce i due protagonisti più giovani. Oltre a questo, poi, si aggiunge anche un malcelato disprezzo nei confronti della vittima proprio per le sue origini proletarie. Come se questo elemento dovesse essere discriminatorio nel richiedere giustizia per un torto subito. In definitiva, L’accusa apre molti discorsi di grande profondità. Forse anche troppi. Nessuno di questi, infatti, trova una sua compiutezza, rimanendo tutti sospesi in uno svolgimento mai avvenuto.

L'accusa (2021) poster locandina

Scheda

Titolo originale: Les choses humaines
Regia: Yvan Attal
Paese/anno: Francia / 2021
Durata: 138’
Genere: Drammatico
Cast: Anne Bouvier, Audrey Dana, Ben Attal, Benjamin Lavernhe, Camille Razat, Charlotte Gainsbourg, Emmanuelle Lepoutre, Fabrice Drouelle, Franz-Rudolf Lang, Gérard Watkins, Hervé Temime, Judith Chemla, Julie Fournier, Laëtitia Eïdo, Marcel Gitard, Mathieu Kassovitz, Pierre Arditi, Réjane Kerdaffrec, Sarah Chaumette, Suzanne Jouannet
Sceneggiatura: Yvan Attal, Yaël Langmann
Fotografia: Rémy Chevrin
Montaggio: Albertine Lastera
Musiche: Mathieu Lamboley
Produttore: Olivier Delbosc, Yvan Attal
Casa di Produzione: Films Sous Influence, Curiosa Films, France 2 Cinéma, Gaumont
Distribuzione: Movies Inspired

Data di uscita: 24/02/2022

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Tiziana Morganti
Fin da bambina, ho sempre desiderato raccontare storie. Ed eccomi qui, dopo un po’ di tempo, a fare proprio quello che desideravo, narrando o reinterpretando il mondo immaginato da altri. Da quando ho iniziato a occuparmi di giornalismo, ho capito che la lieve profondità del cinema era il mio luogo naturale. E non poteva essere altrimenti, visto che, grazie a mia madre, sono cresciuta a pane, musical, suspense di Hitchcock, animazioni Disney e le galassie lontane lontane di Star Wars; e un ruolo importante l’ha avuto anche il romanticismo di Truffaut. Nel tempo sono diventata giornalista pubblicista; da Radio Incontro e il giornale locale La voce di Roma, passando per altri magazine cinematografici come Movieplayer e il blog al femminile Smackonline, ho capito che ciò che conta è avere una struggente passione per questo lavoro. D’altronde, viste le difficoltà e le frustrazioni che spesso s’incontrano, serve un grande amore per continuare.

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