LAMB

LAMB

Dopo la presentazione a Cannes nella sezione Un Certain Regard, e il passaggio ad Alice nella Città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, arriva anche nelle sale italiane questo Lamb, esordio dietro la macchina da presa dell’islandese Valdimar Johannsson: un folk horror scarno e ipnotico, con una premessa provocatoria ma capace di esprimere considerazioni non scontate su temi come la genitorialità, il lutto e il rapporto tra natura e cultura.

Storie di uomini e ibridi

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È un periodo decisamente positivo, questo, per quel sottogenere che (con qualche semplificazione) è stato definito “folk horror”. Dopo l’affermazione di Robert Eggers con The Witch, e l’ottimo risultato commerciale e di critica di Midsommar – Il villaggio dei dannati di Ari Aster (e in attesa di vedere il nuovo You Won’t Be Alone, già chiacchierata opera prima del regista macedone Goran Stolevski) arriva anche nelle sale italiane questo Lamb; un film proveniente dall’Islanda – terra, a sua volta, cinematograficamente molto fertile nel corso degli ultimi anni – già visto a Cannes (nella sezione Un Certain Regard) e alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione autonoma e indipendente Alice nella Città. Un’opera, l’esordio alla regia di Valdimar Johannsson, che curiosamente condivide con l’atteso film macedone la protagonista, Noomi Rapace; ma Lamb, ambientato in una nowhereland sita cronologicamente nel presente (ma il setting storico ha ben poca importanza) è un’opera capace di travalicare il genere, esprimendo considerazioni più generali – e trasversali – sui temi del lutto, della genitorialità e del rapporto tra uomo e natura. Un lavoro che vede tra i suoi produttori esecutivi Béla Tarr, a rivelare un approccio alla materia che vuole farsi riflessione di portata più generale e universale.

L’isolamento e il miracolo

Lamb, il piccolo ibrido Ada, in una scena del film
Lamb, il piccolo ibrido Ada, in una scena del film di Valdimar Jóhannsson

Al centro della trama del film ci sono María e Ingvar, coppia di contadini e allevatori che vivono isolati tra i monti islandesi, con ritmi di vita dettati unicamente dai cicli naturali e dalle necessità del lavoro nei campi. Durante una notte di Natale, nel loro fienile si introduce una misteriosa entità, che spaventa e attacca il bestiame: poco dopo, una delle loro pecore dà alla luce una bizzarra creatura, un ibrido di sesso femminile, con la testa di agnello e metà del corpo umano.

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I due iniziano a prendersi cura del piccolo ibrido dandogli il nome di Ada, trattandolo come se fosse la loro figlia; ma l’aggirarsi intorno alla casa della madre biologica della creatura, e il successivo arrivo nella tenuta del fratello di Ingvar, Pétur, rischiano di mettere in pericolo la strana, fragile gioia conquistata dalla coppia.

Una fertile provocazione

Lamb, un'immagine dell'ibrido Ada
Lamb, un’immagine dell’ibrido Ada nel film di Valdimar Jóhannsson

È senz’altro un lavoro provocatorio, questo Lamb, che tuttavia esprime un tipo di provocazione genuina, funzionale a una narrazione centrata e coerente (per quanto atipica), che non viene mai vissuta dallo spettatore come studiata a tavolino. Il film si lega al filone del folk horror principalmente per il prologo, una soggettiva dell’entità che si fa strada tra i campi brumosi che circondano la residenza della coppia, fino a raggiungere la stalla e inoculare il suo seme; un prologo di indubbia suggestione, a cui fanno eco i racconti della coppia legati alla mitologia nordica e alle creature che la popolano, unitamente ad alcune sequenze oniriche e a un ugualmente suggestivo (e violento) epilogo. Incastonati tra l’introduzione e la conclusione, tre atti, per una scansione quasi teatrale, che restituisce quel senso di ineluttabilità di cui tutta la narrazione è intrisa. Un sentore legato alla maestosità incontaminata delle landscape che circondano la tenuta, rappresentate come teatro di una natura che è “agnostica” nel suo agire, né amica né avversaria a prescindere dell’uomo; piuttosto, animata da forze tanto antiche quanto incomprensibili, che reagiscono laddove vengono attaccate.

L’eterna dialettica

Lamb, un paterno Hilmir Snaer Gudnason in una scena
Lamb, un paterno Hilmir Snaer Gudnason in una scena del film

Proprio intorno al sempiterno rapporto tra natura e cultura gira il racconto di Lamb, ridotto all’essenziale e spogliato di qualsiasi sovrastruttura, posto in un setting in cui le pulsioni (anche sessuali) di uomini e animali possono esprimersi nella loro forma più pura. Nel bisogno – quasi compulsivo – di genitorialità di María e Ingvar c’è il fantasma del lutto, ma anche di un passato familiare complesso (espresso dall’irruzione nella tenuta del fratello dell’uomo) che è stato forse la causa del loro isolamento; i due fanno una scelta di vita estrema, scelgono la simbiosi coi cicli naturali ma poi ne alterano consapevolmente il corso, si estraniano dalla società umana ma di questa portano il peso e (a loro volta) il germe. La coppia porta la sua determinazione all’accudimento della creatura – frutto di una contaminazione tutta umana tra il bisogno istintivo di riprodursi e il peso delle norme sociali – su un contesto governato da leggi immutabili, sfidandone le logiche e ponendosi in una dialettica in cui il sangue – quale elemento simbolico e concreto – è sempre in primo piano.

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Pulsioni contrastanti

Lamb, Noomi Rapace imbraccia il fucile in una scena del film
Lamb, Noomi Rapace imbraccia il fucile in una scena del film di Valdimar Jóhannsson

Quasi interamente diurno, rarefatto nei dialoghi, il racconto di Lamb è avvolgente e mesmerico, esprimendo in parti uguali la tenerezza e la ferocia del contesto in cui vivono i due protagonisti; un coacervo di pulsioni espresso anche dal personaggio di Pétur, uomo di città rozzo e poco avvezzo alle durezze della vita nei campi, capace tuttavia di farsi “contaminare” dall’affetto che i due provano per la creatura-Ada. L’insistenza della regia sugli esterni e sui campi lunghi, che quasi annullano le presenze umane nella maestosità desolata degli scenari, si alterna all’utilizzo frequente degli animali come interpreti, spesso ripresi in primo piano, a volte anche con dettagli sugli occhi. Il commento musicale, scarno e ipnotico come la stessa regia – ma capace di innestare il suo tappeto di note nei momenti emotivamente più forti della storia – sostiene il clima del film in modo del tutto funzionale. Alla fine, resta nella mente lo sguardo smarrito e determinato di Noomi Rapace, madre ferita che sa ferire (e uccidere) a sua volta, insieme a un finale dal portato tragico, intriso di quel sangue – e quella solitudine – che hanno caratterizzato trasversalmente tutto il racconto.

Lamb, la locandina italiana

Scheda

Titolo originale: Dýrið
Regia: Valdimar Jóhannsson
Paese/anno: Polonia, Svezia, Islanda / 2021
Durata: 106’
Genere: Horror, Drammatico, Fantastico
Cast: Hilmir Snær Guðnason, Ingvar Sigurdsson, Noomi Rapace, Arnþruður Dögg Sigurðardóttir, Björn Hlynur Haraldsson, Ester Bibi, Gunnar Þor Karlsson, Lára Björk Hall, Sigurður Elvar Viðarson, Theodór Ingi Ólafsson
Sceneggiatura: Sjón, Valdimar Jóhannsson
Fotografia: Eli Arenson
Montaggio: Agnieszka Glinska
Musiche: Þórarinn Guðnason
Produttore: Helgi Jóhannsson, Hrönn Kristinsdóttir, Marcin Luczaj, Sara Nassim, Jan Naszewski, Erik Rydell, Piodor Gustafsson, Alicja Grawon, Klaudia Smieja, Zuzanna Hencz
Casa di Produzione: Madants, Black Spark Film & TV, Chimney Poland, Film i Väst, Chimney Sweden, Go to Sheep, Rabbit Hole Productions
Distribuzione: Wanted Cinema

Data di uscita: 31/03/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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