MOONLIGHT SHADOW

MOONLIGHT SHADOW

Edmund Yeo, regista e montatore malese dal background culturale giapponese, dopo il suo trionfo con Aqerat come miglior film della XV° edizione, torna all’Asian Film Festival di Roma con Moonlight Shadow, pellicola decisamente eterea che porta sullo schermo l’omonimo romanzo breve di Banana Yoshimoto.

Una storia d’amore e d’amicizia ma non solo

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La giovane Satsuki (Nana Komatsu) si trova a dover fare i conti con la morte del fidanzato Hitoshi (Hio Miyazawa) a causa di un incidente d’auto, insieme a Yumiko (Nana Nakahara), la ragazza del fratello Hiragi (Himi Satô). I due affrontano il dolore ognuno a modo proprio: una correndo quotidianamente nel tentativo di lasciarselo alle spalle, e l’altro scegliendo di indossare i vestiti dell’amata. I protagonisti vengono a conoscenza del “moonlight shadow”, un miracolo che in “una vita fatta di coincidenze” non è altro che una coincidenza: si tratta infatti della possibilità di ricongiungersi brevemente con i propri cari defunti durante il crepuscolo di luna piena. La sceneggiatura di Takahashi Tomoyuki adatta l’omonimo romanzo di Banana Yoshimoto (1987, da noi contenuto nell’edizione Feltrinelli di Kitchen) e narra dunque una storia d’amore e d’amicizia, ma soprattutto di elaborazione e di reazione al lutto.

Una favola giapponese

Moonlight Shadow, una sequenza del film
Moonlight Shadow, una sequenza del film di Edmund Yeo

Moonlight Shadow è strutturato sostanzialmente in quattro parti, collegate dolcemente tra loro. L’incipit è in medias res e presenta, con un primo piano, Satsuki impegnata a raccontare sé stessa con un registratore; poi il film si riavvolge per mostrare la vita fatta di normalità, amore e amicizia dei quattro ragazzi; l’avvio del plot vero e proprio avviene con una telefonata che comunica l’incidente mortale, che ci viene mostrato quindi solo attraverso l’espressività di Satsuki perché il vero perno del film sarà la successiva elaborazione della perdita. Questo processo avviene in un presente cristallizzato, in cui sembrano esistere compiutamente solo i protagonisti, senza una realtà esterna con cui relazionarsi (pochissimi, quasi nulli, sono infatti gli altri personaggi presenti). È come se loro fossero i soli abitanti di un mondo che assume dunque una valenza fatata, in cui preponderante è la presenza dell’acqua, la cui simbologia è un elemento fondamentale, che ritorna più volte durante la pellicola. Per osservare il rituale del “moonlight shadow” bisogna del resto recarsi in riva ad un fiume.

A ciascuno il suo raggio verde

Moonlight Shadow, un'immagine del film
Moonlight Shadow, un’immagine del film di Edmund Yeo

Per farlo però c’è bisogno anche di una guida, ed è qui che si entra nella terza parte del film con il personaggio di Urara (Asami Usuda), una figura vestita di nero dalle lunghe trecce, della quale si coglie subito il carattere “magico”: è lei che infatti accompagnerà i due ragazzi a cogliere il fenomeno e dunque ad accettare la perdita, lungo un percorso fatto di strani avvenimenti propedeutici per assistere all’evento. L’avvicinamento al crepuscolo non è infatti solo un modo per rendersi conto di quanto poco conosciamo la persona amata (“Come si fa non essere avidi di qualcuno che ami?”, si chiede Sutsuki) ma è anche un modo per conoscere sé stessi (“liberare la voce” davanti a un registratore come nella scena che apre il film) con echi di rohmeriana memoria. E se la morte, unita al dolore, può sembrare avere connotati spaventosi, Moonlight Shadow ci persuade che non è così: durante l’incontro, che segna la parte conclusiva della pellicola, Yumiko danza tranquilla sotto gli occhi di un interdetto Hiragi, terrorizzato inizialmente dal ritorno dei defunti perché questi, a suo dire, non perdonano gli errori fatti in vita.

Una regia raffinata

La regia di Yeo gioca molto sulle immagini fisse, che rendono bene il mondo etereo in cui si muovono i personaggi, grazie anche alla colonna sonora di An Ton That estremamente rarefatta. Le sensazioni favolistiche e di magia sono acuite dal preponderante utilizzo della gamma dei colori: il blu del cielo e del fiume, l’ambra della pelle di Yumiko (Nana Nakahara è un’attrice giapponese di origine afro-asiatica) ma soprattutto le tinte accese dei vestiti indossati dai protagonisti, in particolar modo il rosso. La camera di Yeo si sofferma molto su Satsuki che, del resto, appare come il punto focale del film, grazie anche all’ottima interpretazione di Nana Komatsu. L’intero piano sequenza che mostra l’incontro con l’amato, una delle scene più riuscite, si centra su di lei e sulla sua espressività, tanto che al regista non serve neppure mostrare la comparsa di Hitoshi. Moonlight Shadow è dunque una favola formalmente elegante, gremita di sfumature e di piccoli e grandi simbolismi, al punto da non riuscire però a creare in maniera compiuta un climax emotivo che accompagni lo spettatore all’epilogo del film.

Moonlight Shadow, la locandina del film
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Scheda

Titolo originale: Mûnraito shadou
Regia: Edmund Yeo
Paese/anno: Giappone / 2021
Durata: 93’
Genere: Drammatico
Cast: Nana Komatsu, Asami Usuda, Himi Satô, Hio Miyazawa, Nana Nakahara
Sceneggiatura: Tomoyuki Takahashi
Fotografia: Kong Pahurak
Musiche: An Ton That
Produttore: Nobutaka Katô, Hiroto Ogi, Yasuhiko Hattori, Yu Kato
Casa di Produzione: Chipangu, Nagoya Broadcasting Network (Nagoya TV), Stardust Promotion

Trailer

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Jacopo Russo
Laureato in archeologia ma sempre con pericolose deviazioni cinematografiche, tali da farmi frequentare dei corsi di regia e sceneggiatura presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Ho partecipato per alcuni anni allo staff organizzativo dell’Irish Film Festival presso la Casa del Cinema. Da qua, il passo per dedicarmi a dei cortometraggi, alcuni dei quali per il concorso “Mamma Roma e i suoi quartieri”, è stato breve, condito anche dalla curatela di un incontro intitolato “La donna nel cinema giapponese”, focalizzato sul cinema di Mizoguchi, presso il cineclub Alphaville. Pur amando ovviamente il cinema nelle sue diverse sfaccettature, sono un appassionato di pellicole orientali, in particolare coreane, che credo occuperanno un posto rilevante nei futuri manuali di storia del cinema.

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