GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLYDAY

GLI STATI UNITI CONTRO BILLIE HOLYDAY

La brava Andra Day ce la mette tutta per regalarci una Lady Day onesta e vibrante, e ci riesce pure. Peccato che Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, in sala dal 5 maggio 2022, non riesca a trovare la quadra tra biopic convenzionale e affresco politico. Regia di Lee Daniels.

Lady D(ay)

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sistono anche le belle sorprese. Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, regia di Lee Daniels e in sala dal 5 maggio 2022 per Bim Distribuzione, segna l’esordio da protagonista per la bravissima Andra Day, e davvero non si direbbe. Cantante prestata al cinema, la sfida che le si presentava davanti era impegnativa. Parlando di icone, quelle vere, Billie Holiday, nata Eleanora Fagan nel 1914, morta a soli 44 anni nel 1959 ma è come se ne avesse vissuti almeno il doppio, è stata un mucchio di cose. Cominciando da una voce, la sua, che ha impetuosamente scavalcato mode e generazioni. L’espressione di un attivismo sofferto, incarnato radicalmente e in prima persona. Un privato orribile.

Questo biopic, avventuroso e molto caotico, lega il naturale anticonformismo e l’intimo doloroso di Lady Day a uno sguardo più articolato sugli odi, le tensioni e le diseguaglianze strutturali della società americana. Sopra e sotto, dentro e fuori, ieri e oggi, i problemi sono tanti. Ne esce fuori un minestrone di forme e piste narrative abbastanza incoerente, riscattato solo parzialmente dal realismo senza fronzoli e dal senso della misura della convincente protagonista.

Il jazz non piace ai razzisti

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, Andra Day, Garrett Hedlund e Trevante Rhodes in una scena
Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, Andra Day, Garrett Hedlund e Trevante Rhodes in una scena del film

Alla fine degli anni Quaranta Billie Holiday (Andra Day) ha il jazz nel palmo delle mani. Le cose andavano come permetteva il metro ipocrita dell’epoca, cioè con un pubblico di bianchi che fa la fila per entrare nei locali, si spella le mani alla fine di ogni sua performance senza però concederle il diritto di entrare dall’ingresso principale. La fortuna dei razzisti è che esistono porte sul retro.

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Razzista e piuttosto folle è Harry J. Anslinger (Garrett Hedlund), capo della sezione narcotici dell’FBI, convinto dell’influenza corruttrice e satanica del jazz (e della cultura nera) sulla purezza e la solidità dell’egemonia bianca. È da qui che Gli Stati Uniti contro Billie Holiday comincia a tessere la tela, che non è solamente quella di un’artista fuori dal tempo a un crocevia spettacolare della sua storia pubblica e privata, ma è anche la cronaca di un paese e delle sue contraddizioni. Il grimaldello è una canzone.

Billie Holiday canta Strange Fruit, canzone “sbagliata”

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, Andra Day è la protagonista
Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, Andra Day è la protagonista, Billie Holiday

Abel Meeropol è stato unpoeta, scrittore e compositore ebreo russo. Scrive Strange Fruit in risposta allo sgomento suscitato dall’ennesimo linciaggio. Immerge il suo dolore in un bagno di lirismo surreale, onirico ma nel modo più cupo possibile, per colorare il pezzo di quella forza espressiva che avrebbe faticato a risaltare con un’asciutta denuncia. Billie Holiday si appropria della canzone, ne fa il suo cavallo di battaglia con tutti i rischi del caso. Il pubblico all’inizio non sa come prendere la cosa, poi comincia ad applaudire. È la fine.

L’avrebbero perseguitata, si fosse limitata (!) al repertorio politicamente più innocuo e sentimentaleggiante, God bless the child, All of me o The man i love? Forse. Lei però sceglie di cantare la verità nuda, con grande scorno di Anslinger e della sua pattuglia di razzisti col distintivo. Jimmy Fletcher (Trevante Rhodes) è l’agente del bureau incaricato di seguirla come un’ombra e al momento giusto coglierla con le mani nel sacco.

Afroamericano come la Holiday, assurdo e contrastato risulterà, in fin dei conti, l’amore tra l’artista (la donna) e l’uomo incaricato di distruggerla. Lei ha orientamenti fluidi, il rapporto, proibitissimo all’epoca, con l’attrice Tallulah Bankhead (Natasha Lyonne) è un po’ una carta di riserva. L’amo è l’eroina, di cui Lady Day è assidua consumatrice, sottolinea il film, per colmare un vuoto importante. La guerra del governo americano contro Billie Holiday non è semplicemente un capitolo illustre di una storia sporca, la guerra alla droga. La verità è che, se di guerra si parla, è guerra razziale.

Andra Day, la cosa migliore di un film confuso e dispersivo

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, Andra Day e Trevante Rhodes in una scena
Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, Andra Day e Trevante Rhodes in una scena del film

Se vi sembra che ci sia troppa carne al fuoco, non vi sbagliate poi tanto. Merito va dato ai nervi saldi di Andra Day, che lavora sulla fisicità dell’illustre riferimento e ci regala una Billie Holiday credibile e viva; imbrigliare questa complessità maledetta le è valso una nomination agli Oscar. Comincia dalla voce, roca e sensuale, tenebrosa e magnetica, per restituire i tratti essenziali di una personalità spezzata, inquieta e determinata. La vita le ha regalato di tutto, trionfi imponenti e incredibili tragedie. La storia di Billie Holiday comincia male, con uno stupro a dieci anni. Crediamo in maniera sincera al dolore che passa davanti allo schermo, poco al resto.

Non si capisce bene l’amore impossibile e contraddittorio tra Lady Day e l’agente incaricato di metter fine al suo regno, non solo perché non si hanno riscontri storici certi sulla relazione. Il bravo Trevante Rhodes, ce lo ricordiamo in Moonlight (2016) di Barry Jenkins, ce la mette tutta, ma il “tradimento” spirituale e pratico del suo personaggio non si carica di surplus emotivo perché Gli Stati Uniti contro Billie Holiday non ha tempo e modo di scavarci dentro. Non va meglio con l’affresco politico, la pazzia e la crudeltà di Aslinger viaggiano d’inerzia e non va bene, il razzismo, anche quello istituzionalizzato, merita spiegazioni, chiarimenti, certo non una risposta urlata e semplicistica.

In parte biopic convenzionale, in parte esercizio di allargamento dei confini e delle pretese del genere, Gli Stati Uniti contro Billie Holiday pecca di un’ambizione sproporzionata alle sue reali possibilità. Cerca di legare il racconto in prima persona a un discorso politico articolato; nel primo caso, la regia di Lee Daniels si limita all’analisi di un vissuto sofferto, senza aggiungere molto all’esposizione di fatti scabrosi. Nel secondo, partorisce un dialogo confuso e superficiale. La musica è meravigliosa, l’interprete convincente, ma ci si può spingere solo fino a un certo punto nel registrare i meriti del film.

Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, la locandina italiana del film
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Scheda

Titolo originale: The United States vs. Billie Holiday
Regia: Lee Daniels
Paese/anno: Stati Uniti / 2021
Durata: 126’
Genere: Drammatico, Biografico
Cast: Da’Vine Joy Randolph, Garrett Hedlund, Kwasi Songui, Natasha Lyonne, Adriane Lenox, Andra Day, Dusan Dukic, Erik LaRay Harvey, Kate MacLellan, Koumba Ball, Leslie Jordan, Letitia Brookes, Miss Lawrence, Trevante Rhodes, Tyler James Williams
Sceneggiatura: Suzan-Lori Parks
Fotografia: Andrew Dunn
Montaggio: Jay Rabinowitz
Musiche: Kris Bowers
Produttore: Tucker Tooley, Tom Westfall, Marie Cisco, Pamela Oas Williams, H.H. Cooper, Jahil Fisher, Joe Roth, Jeff Kirschenbaum, Jordan Fudge, Jeremy Green, Wellington Love, Lee Daniels, Jake Meyers
Casa di Produzione: Lee Daniels Entertainment, Roth/Kirschenbaum Films, New Slate Ventures
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 05/05/2022

Trailer

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Francesco Costantini
Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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