NOI DUE

NOI DUE

Co-produzione tra Italia e Israele, Noi due mette in scena un atipico coming of age nella forma del racconto di viaggio, contrappuntato da momenti ironici e quasi surreali. Una storia che il regista Nir Bergman racconta usando i toni di un dramedy intelligente e privo di retorica.

Fuga per la routine

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Il cinema che tratta l’autismo, da Rain Man in poi, ha spesso abbracciato la dimensione del road movie. Dal recente Tutto ciò che voglio agli italiani Quanto basta, In viaggio con Adele e Vengo anch’io, senza dimenticare il più datato Il mio nome è Khan, la narrazione della condizione che per eccellenza, nell’immaginario comune, impone rigidità e routine, si è più volte confrontata con la forma di racconto “fluida” per eccellenza, quella del cinema di viaggio. Un paradosso apparente, per un filone a sua volta evolutosi molto, nel corso degli ultimi decenni, pur avendo mantenuto alcuni punti fermi di base; una scelta che sembra soprattutto voler sfruttare, a livello narrativo e drammatico, il confronto tra un modo di sentire diverso e la dimensione di un fuori difficilmente leggibile, spesso vissuta dai protagonisti come confuso coacervo di stimoli, quando non come dissonante incubo. Un confronto che, nelle rispettive storie, si rivela spesso utile a entrambe le parti. Si accoda a questa tendenza questo Noi due, ultimo lavoro del regista israeliano Nir Bergman (creatore, tra l’altro, della serie In Treatment) scritto dalla sceneggiatrice Dana Idisis basandosi in parte su memorie personali e familiari. Un film già presente nella selezione del Festival di Cannes 2020 (edizione poi non tenutasi a causa del Covid), e ora approdato nelle sale italiane con la Tucker Film.

Sogno americano

Noi due, Noam Imber e Shai Avivi in un'immagine del film
Noi due, Noam Imber e Shai Avivi in un’immagine del film di Nir Bergman

La trama di Noi due vede protagonisti Aharon e Uri, padre e figlio: il primo è un ex disegnatore di talento, che ha da tempo rinunciato al suo lavoro per dedicarsi alla cura del figlio, il secondo un ventenne nello spettro autistico, una passione particolare per i film di Charlie Chaplin, per le stelline di pasta e per il pezzo Gloria di Umberto Tozzi. I due vivono perlopiù isolati dal mondo, specie dopo il divorzio di Aharon da sua moglie Tamara; ma riescono comunque a comunicare e a capirsi attraverso un peculiare linguaggio, parlato e non.

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La loro è una routine fatta di film visti sul tablet e di brevi passeggiate in bicicletta, di piccoli gesti e cura che si ripetono giorno dopo giorno. Tuttavia, il raggiungimento della maggiore età da parte di Uri ha provocato la decisione di Tamara di affidare il ragazzo a un centro specializzato per giovani adulti autistici; una decisione che vede la ferma opposizione del padre, convinto che il ragazzo non sia pronto ad affrontare il mondo fuori dalle quattro mura di casa. Così, dopo una crisi del ragazzo alla prospettiva di andare nella “nuova casa”, Aharon decide d’istinto di portare via Uri, intraprendendo un viaggio che ha l’America come destinazione ideale.

Road dramedy

Noi due, Noam Imber e Shai Avivi in una scena del film
Noi due, Noam Imber e Shai Avivi in una scena del film di Nir Bergman

Se il racconto dell’autismo e della disabilità in genere, al cinema, si è declinato alternativamente nei toni della commedia e del dramma, con qualche divagazione onirica e/o sperimentale (si pensi al poco noto – e valido – Ben X, o al più conosciuto Corpo e anima), Noi due sceglie il più classico registro del dramedy; quello, cioè, che ha già fatto la fortuna – sul piccolo schermo – di serie come Atypical e la recente As We See It. Un registro da maneggiare certo con cura – specie laddove ci si muova su un terreno così scivoloso, sempre a rischio di cadere nello stereotipo o nello stucchevole – che tuttavia il regista e la sceneggiatrice riescono qui a utilizzare produttivamente. Noi due è una storia dal cabotaggio piccolo, al di là della sua dimensione da film di viaggio, improntata a un tono discreto e a una regia che, pur non rinunciando ad alcune finezze visive (si veda l’immagine del protagonista addormentato, coi pulviscoli illuminati dal sole) si affida soprattutto ai due ottimi protagonisti Shai Avivi e Noam Imber. La macchina da presa di Nir Bergman resta perlopiù attaccata ad Ahron e Uri, ne scruta gestualità ed espressioni, ne esplora in punta di piedi i rituali, con piglio spesso sottilmente ironico (il parallelo col rapporto “padre/figlio” de Il monello è del tutto trasparente). Solo nella seconda parte del film, la storia inizia a problematizzarsi, esplorando la possibile dinamica del distacco.

Viaggiare per restare fermi

Noi due, Noam Imber e Shai Avivi in un momento del film
Noi due, Noam Imber e Shai Avivi in un momento del film di Nir Bergman

Senza voler anticipare troppo sul suo intreccio, si può notare come Noi due rovesci la dimensione del film di viaggio per come ce la si aspetta, almeno da un soggetto come questo; questo è vero laddove lo stesso viaggio, per Aharon e Uri, si rivela in realtà come una sorta di fuga dai cambiamenti, il tentativo ultimo da parte del padre di tenere in vita un’impalcatura di schemi e routine destinate a crollare sotto il peso degli anni (e della stessa crescita del ragazzo). Il viaggio assume quindi – ribaltando la logica dei film citati in apertura – la paradossale valenza di strumento di preservazione e protezione del giovane Uri, ma anche di conferma di una tendenza al controllo ossessivo, da parte di Aharon, che ne fa personaggio più problematico di quanto non possa apparire a prima vista. Il viaggio, però, diventa per il ragazzo anche inevitabile confronto con l’esterno, fonte di paura e a volte di frizione (si veda l’episodio che coinvolge Uri e la cognata del padre) ma anche di curiosità. Una base, forse, per una via possibile alla crescita e all’apertura al mondo, con le proprie modalità e i propri tempi.

La seconda parte di Noi due è quella più problematica e spigolosa per i due protagonisti (e per lo spettatore), quella che vede sciogliersi temporaneamente il tono da commedia del film; ma è anche quella che porta a compimento il racconto, con una svolta forse non del tutto imprevedibile, ma in fondo coerente con le premesse della storia. Una storia che si fa ricordare per la misura e la credibilità con cui tratta il rapporto tra i due protagonisti (ma anche per l’esplorazione di dinamiche familiari facilmente riconoscibili, a qualsiasi latitudine): è la peculiarità dello sguardo, e l’equilibrio del tono, a differenziare il film di Nir Bergman da tante opere analoghe, decretandone la buona riuscita.

Noi due, la locandina italiana del film
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Scheda

Titolo originale: Hine Anachnu
Regia: Nir Bergman
Paese/anno: Italia, Israele / 2020
Durata: 94’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Amir Feldman, Avi Madar, Avraham Shalom Levi, Davit Gavish, Efrat Ben-Zur, Guilad Hazav, Natalia Faust, Noam Imber, Omri David, Omri Levi, Oxirox, Rony Gammer, Shai Avivi, Sharon Zelikovsky, Smadi Wolfman, Uri Klauzner, Yaron Levi Sabag
Sceneggiatura: Dana Idisis
Fotografia: Shai Goldman
Montaggio: Ayala Bengad
Musiche: Matteo Curallo
Produttore: Marica Stocchi, Jonathan Doweck, Eitan Mansuri
Casa di Produzione: Spiro Films
Distribuzione: Tucker Film

Data di uscita: 05/05/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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