LA DOPPIA VITA DI MADELEINE COLLINS

LA DOPPIA VITA DI MADELEINE COLLINS

Intenso dramma diretto da Antoine Barraud, La doppia vita di Madeleine Collins riflette sul tema dell’identità e sulla sua natura contingente e nomade, mettendo in scena la vicenda di una donna e il castello di menzogne da lei ordito (quasi) inconsapevolmente. Temi non certo nuovi, messi in scena qui, tuttavia, con un interessante approccio da thriller psicologico.

Una Madeleine poco proustiana

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Già presentato nelle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2021, La doppia vita di Madeleine Collins è un lavoro che si muove, consapevolmente, tra la dimensione del dramma psicologico e quella del thriller di derivazione hitchcockiana. Lo fa, il film di Antoine Barraud, svelando lentamente la rete di bugie, inganni e mascheramenti messa in piedi, con disarmante (in)consapevolezza, dalla sua protagonista (un’ottima Virginie Efira). Il film di Barraud, nella sua costruzione, sembra memore della lezione che Claude Chabrol impartì al cinema francese – a sua volta mutuata dallo stesso Hitchcock – rivisitata attraverso un gusto per l’ambiguità che non esclude un certo grado di empatia e complicità con la sua protagonista. Protagonista che, assumendo il nome di Judith in Francia e Margot in Svizzera (il senso del titolo verrà spiegato solo più avanti), vive letteralmente una doppia esistenza: due famiglie diverse e una sorta di doppia stabilità faticosamente conquistata, a celare una fragilità che diverrà plasticamente evidente nel corso della storia. La natura contingente e artefatta dell’istituzione familiare borghese sembra essere messa del tutto a nudo, nel film di Barraud, denunciando tuttavia la sua capacità di creare affetti e legami reali, anche laddove parta da una finzione.

Finzioni speculari

La doppia vita di Madeleine Collins, Virginie Efira durante una sequenza
La doppia vita di Madeleine Collins, Virginie Efira durante una sequenza del film

Inizia con un lungo piano sequenza all’interno di un negozio di moda, La doppia vita di Madeleine Collins: un prologo dal sapore quasi depalmiano, di cui non cogliamo immediatamente il legame con la vicenda principale. Un’introduzione che lascia il suo evento culminante – che intuiamo tragico – rigorosamente fuori campo, evocandolo solo attraverso i suoni e le reazioni degli altri personaggi; una negazione della visione che anticipa quello che sarà, nel film, il costante celare le origini dell’inganno della protagonista.

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Dentro la vicenda di Judith, di suo marito Melvil e dei suoi due figli francesi da un lato, e dell’altro compagno Abdel e della piccola Ninon dall’altro, veniamo immersi in medias res, quando il castello di menzogne costruito dalla donna sembra essere ampiamente collaudato. Due vite e due finzioni speculari, gestite entrambe attraverso il fantasma – anch’esso così contemporaneo, e così legato a un’idea esclusivamente borghese di emancipazione femminile – di una vita costantemente in viaggio. Una sorta di immaginario nomadismo, usato come paravento per celare una dolorosa scissione dell’identità, messo costantemente alla prova attraverso regali (non) acquistati nei luoghi delle immaginarie peregrinazioni della protagonista, e documenti falsi procurati da trafficanti dalle ambigue motivazioni.

La tensione del quotidiano

La doppia vita di Madeleine Collins, Virginie Efira e Quim Gutiérrez in una scena
La doppia vita di Madeleine Collins, Virginie Efira e Quim Gutiérrez in una scena del film

Si articola intorno ai temi dell’identità, della sua frammentazione e della ricerca di una ricomposizione, il film di Antoine Barraud, riflettendo sui legami sociali e sul grado di finzione che naturalmente li accompagna, sulle maschere portate dall’individuo e sulla fatica nell’indossarle. Temi che la narrativa e il cinema hanno esplorato tante volte nel corso (almeno) degli ultimi due secoli, qui sintetizzati nella figura di un singolo personaggio, una donna divenuta bugiarda e ingannatrice quasi suo malgrado. L’elemento più interessante de La doppia vita di Madeleine Collins (il titolo originale, semplicemente Madeleine Collins, focalizzava con più precisione il concetto di ambiguità alla base del film) sta nella sua capacità di creare tensione dalle pieghe del quotidiano: un quotidiano ovviamente distorto, artefatto nella rete di bugie ordite da Judith/Margot, ma non meno vero nelle reti familiari (e sociali) che ha generato. Non sono molti, gli eventi che accadono intorno alla protagonista nel corso del racconto: la sua crisi non ha un vero e proprio innesco, se non quello dell’impossibilità a reggere una doppia menzogna, e del suo conseguente, naturale logorio. Il ritmo del racconto è dilatato, ma sempre teso, geometricamente portato verso l’inevitabile resa dei conti.

Il nomadismo dell’anima

La doppia vita di Madeleine Collins, Virginie Efira in una sequenza
La doppia vita di Madeleine Collins, Virginie Efira in una sequenza del film

Come si diceva in apertura, la sceneggiatura del film, rifacendosi a Chabrol e Hitchcock, delinea in chiaroscuro la figura della protagonista, denunciandone fin da subito la fragilità ed evidenziandone il (reale) nomadismo dell’anima. Judith è rimasta schiacciata smarrendo il senso del sé, condannando innanzitutto se stessa a un ripetersi di artefatti rituali, base per due recite che celano un nucleo rimasto sepolto tanto a fondo da sembrare ormai smarrito. Un’allegoria estrema, antica quanto la stessa narrativa borghese – le cui basi sono state poi trasposte nel cinema – dell’individuo contemporaneo: un individuo ulteriormente messo a rischio, nel suo senso univoco del sé, dalla moltiplicazione delle reti sociali portate dai nuovi mezzi di comunicazione. L’unica soluzione, per chi, come Judith, ha sperimentato gli effetti estremi di questo processo di disintegrazione, sembra essere la fuga, l’annullamento e (forse) il ripensare se stessi in qualcosa di nuovo, ancora tutto da sperimentare. Riuscendo a riconoscere nel frattempo, per la prima volta, anche l’altro e le sue stesse richieste: siano quelle di una figlia per troppo tempo ingannata, o quelle di un falsario con cui si scopre un’inaspettata, dolorosa affinità. Una carica empatica, quella di La doppia vita di Madeleine Collins, certo inusuale per un thriller.

La doppia vita di Madeleine Collins, la locandina italiana
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Scheda

Titolo originale: Madeleine Collins
Regia: Antoine Barraud
Paese/anno: Francia, Belgio, Svizzera / 2021
Durata: 102’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Quim Gutiérrez, Valérie Donzelli, Virginie Efira, Anne Lepla, Assouma Sow, Bruno Salomone, François Rostain, Hélène Blanchard, Jacqueline Bisset, Loïse Benguerel, Lorette Dugardin, Mona Walravens, Nadav Lapid, Nathalie Boutefeu, Sofiane Felouki, Solène Delannoy, Thomas Gioria
Sceneggiatura: Antoine Barraud, Héléna Klotz
Fotografia: Gordon Spooner
Montaggio: Anita Roth
Musiche: Romain Trouillet
Produttore: Joëlle Bertossa, Flavia Zanon, Philippe Logie, Jean-Yves Roubin, Justin Taurand, Cassandre Warnauts
Casa di Produzione: Frakas Productions, Close Up Films, VOO, SRG – SSR, BE TV, Ciné+, Radio Télévision Suisse (RTS), Radio Télévision Belge Francophone (RTBF), Les Films du Bélier
Distribuzione: Movies Inspired

Data di uscita: 02/06/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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