INEXORABLE

INEXORABLE

Se con il folle e morboso Calvaire (2004), Fabrice Du Welz aveva dato vita a una pellicola di culto, con Inexorable il regista ridimensiona il suo spirito iconoclasta e confeziona un thriller borghese accattivante, ma piuttosto convenzionale e deja-vu.

Ispirazione fatale

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Marcel Bellmer (Benoît Poelvoorde), scrittore di successo in cerca di ispirazione, si trasferisce con la moglie Jeanne (Mélanie Doutey) in una sfarzosa abitazione nella campagna belga, di proprietà del ricco padre di lei ed editore di Bellmer, mancato di recente. Insieme a loro c’è la figlioletta Lucie, e l’adorato cagnone Ulisse. Poco dopo il trasferimento, una misteriosa e ambigua ragazza, Gloria (Alba Gaïa Bellugi), entra nelle loro vite e sconvolge una serenità familiare che si rivelerà essere soltanto apparente.
Pur avendo girato un paio di altri lungometraggi dalle fortune alterne e non tutti usciti nelle sale italiane, tra cui Vinyan (2008) con Emmanuelle Béart, la dolorosa vicenda di una coppia alla ricerca del figlio smarrito in Thailandia, e Adorazione (2019), una toccante e violenta storia d’amore e di fuga tra due adolescenti, il nome di Fabrice Du Welz resta indissolubilmente legato a Calvaire (2004), la surreale e disturbante opera prima, assurta a vero e proprio culto tra gli appassionati di un cinema spiazzante e fuori dai binari.

Specchi, scale a chiocciola e Dario Argento

Inexorable, un'inquietante scena del film
Inexorable, un’inquietante scena del film di Fabrice Du Welz

In Inexorable la vena autoriale del regista è sempre presente, con la sua capacità di infondere stile a quello che potrebbe essere un semplice film di genere: la fotografia infatti narra attraverso i contrasti la differenza tra gli esterni idilliaci e campestri e la claustrofobia degli interni, suggerendo la presenza del Male che si fa strada poco a poco dalle coscienze e dal passato dei protagonisti e viene letteralmente vomitato all’esterno. Interessanti anche i dettagli architettonici e d’arredamento, tra cui i corpi riflessi e spezzati nei numerosi specchi a sottolineare l’ambiguità psicologica dei personaggi, un’inquietante scala a chiocciola di matrice hitchcockiana, spesso filtrati attraverso una soggettiva voyeuristica.
La fotografia di Du Welz, che nei momenti di pathos alterna blu freddi a rossi pulsanti, non può non ricordarci l’Argento di Suspiria, mentre la musica di Vincent Cahay ben sottolinea il clima teso del film, in cui tutto pare caricarsi per poi saltare in aria, come una bomba a orologeria. Anche qui si procede per contrasti e nella soundtrack che contempla il sacro “Nisi Dominus Cum Dederit” di Vivaldi esplode a un tratto un pezzo death metal degli Hoog, in una scena inaspettata e sulfurea che coinvolge la giovane ed eterea Lucie.

La mano sulla macchina da scrivere

Inexorable, una tesa scena del film
Inexorable, una tesa scena del film di Fabrice Du Welz

Se da un lato c’è un riferimento al gotico di Mario Bava e Dario Argento, a far da padroni sono i thriller noir anni Novanta come Attrazione fatale di Adrian Lyne, La mano sulla culla di Curtis Hanson, Inserzione pericolosa di Barbet Schroeder, ma tali riferimenti non sono stati interiorizzati né reinterpretati. Lo script confezionato dal regista insieme a Joséphine Darcy Hopkins e a Aurélien Molas è corretto ma prevedibile, e il finale appare telefonato fin dall’inizio, a detrimento della vena mystery della vicenda. L’impianto della storia, e la stessa ambientazione, guardano inoltre al noir borghese chabroliano, in particolare alla compostezza morbosa e crudele di Grazie per la cioccolata (2000); ma la sceneggiatura, specie sul finale, si fa sbrigativa e non indaga a fondo sulla psicologia dei personaggi e sulle loro colpe, a scapito del coinvolgimento dello spettatore.
Nonostante ciò, spicca l’interpretazione di Alba Gaïa Bellugi che riesce a dare spessore all’ambigua Gloria, infondendole un carisma da angelo oscuro, in bilico tra la purezza e la malvagità, l’innocenza e la colpa. Il corpo della ragazza catalizza due stilemi propri dell’horror e del noir. Il primo è il vampirismo, attraverso l’erotismo dei suoi morsi sanguigni, metafora del controllo morboso che esercita sulle vittime. Il secondo è la ferita all’occhio che la ragazza si autoinfligge con violenza, dichiarazione dell’ambiguità della sua natura, un po’ come la Gloria Grahame per metà sfigurata de Il grande caldo (1953) di Fritz Lang.

Gloria Bartel e i coniugi Bellmer

Inexorable, Benoît Poelvoorde in una sequenza del film
Inexorable, Benoît Poelvoorde in una sequenza del film di Fabrice Du Welz

Altro attore da citare, Benoît Poelvoorde nei panni dello scrittore Marcel Bellmer: non tanto per la sua performance, convincente sì, ma che uno script più focalizzato avrebbe potuto valorizzare al meglio, ma per il suo passato. Nel 1992 Poelvoorde, insieme a Rémy Belvaux e André Bonzel, ha infatti sceneggiato, girato e interpretato (ovviamente nei panni del killer) Il cameraman e l’assassino, una pellicola belga a metà tra commedia nera e mockumentary diventato un culto tra gli appassionati; motivo senza dubbio per cui il regista l’ha voluto nel cast di Inexorable.
Ma c’è un’altra, strana peculiarità che lega i personaggi di Fabrice Du Welz: la coppia di coniugi protagonista del suo Vinyan fa di cognome Bellmer come quella di Inexorable, la moglie si chiama sempre Jeanne mentre i due mariti sono l’uno Paul e l’altro Marcel. Gloria Bartel, invece, è il nome sia della moglie del locandiere di Calvaire che quello del personaggio interpretato da Alba Gaïa Bellugi in quest’ultimo thriller, quasi a simboleggiare che il Male si manifesta come una ragnatela di fili sottili ma indistruttibili, anzi, “inesorabili”.

Inexorable, la locandina del film
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Scheda

Titolo originale: Inexorable
Regia: Fabrice du Welz
Paese/anno: Francia, Belgio / 2021
Durata: 98’
Genere: Thriller
Cast: Benoît Poelvoorde, Jackie Berroyer, Lara Persain, Mélanie Doutey, Alba Gaïa Bellugi, Anaël Snoek, Catherine Salée, Janaina Halloy, Julia Demoulin, Sam Louwyck, Tania Garbarski
Sceneggiatura: Joséphine Darcy Hopkins, Aurélien Molas, Fabrice du Welz
Fotografia: Manuel Dacosse
Montaggio: Anne-Laure Guégan
Musiche: Vincent Cahay
Produttore: Violaine Barbaroux, Manuel Chiche, Jean-Yves Roubin, Cassandre Warnauts
Casa di Produzione: Frakas Productions, The Jokers Films, Ciné+, VOO, One Eyed, BE TV, OCS, Radio Télévision Belge Francophone (RTBF), Cofinova 17, La Banque Postale Image 14
Distribuzione: Koch Media

Trailer

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Cristiana Astori
Scrittrice, cinefila, bibliofila. Sono laureata in psicologia delle comunicazioni di massa e autrice della Trilogia dei Colori (Tutto quel nero, Tutto quel rosso, Tutto quel blu, 2011-2014) edita dal Giallo Mondadori, a cui è seguito Tutto quel buio (Elliot, 2018); nei quattro romanzi della serie la giovane cinefila Susanna Marino va alla ricerca di misteriosi film realmente scomparsi. Ho inoltre tradotto diversi autori noir tra cui Jeffery Deaver e la saga di Dexter, da cui è stata tratta la serie tv omonima, e nel 1999 ho ricevuto il premio "Adelio Ferrero" per la Critica Cinematografica. Colleziono compulsivamente dvd, libri introvabili e locandine di cinema.

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