L’ANGELO DEI MURI

L’ANGELO DEI MURI

Con L’angelo dei muri, Lorenzo Bianchini fa finalmente il suo ingresso nel cinema a larga distribuzione. Un lavoro in cui il regista friulano scarnifica ulteriormente la materia del racconto di genere, risultandone in una fiaba dark lirica e inquieta, a suo modo dolcissima.

L'angelo inquieto

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Regista con un solido retroterra nel circuito dell’horror indipendente, Lorenzo Bianchini con questo L’angelo dei muri fa (finalmente) il suo salto nel cinema ad ampia distribuzione. Un risultato che, col patrocinio di Tucker Film, Rai Cinema e MYmovies, premia un regista con uno sguardo tra i più originali del cinema italiano dell’ultimo ventennio, capace di attenersi ai canoni del genere reinterpretandolo, alla luce di una sensibilità visiva e tematica tutta personale. Un “genere” che qui è ulteriormente sfumato e contaminato nelle sue basi, partendo da un canovaccio thriller vagamente hitchcockiano, attraversando le atmosfere horror tipiche del cinema del regista, e risultandone alla fine in una fiaba nera dolente, a suo modo dolcissima. Un approccio trasversale al racconto per immagini, prevalentemente affidato al potere mesmerico della location (un grande appartamento posto nel centro di Trieste, teatro dell’intero film) e alla prova tutta fisica e mimica, praticamente priva di dialoghi, dell’attore ottantasettenne Pierre Richard: un veterano della commedia francese che qui fa un’insolita, e intensa, incursione in un genere apparentemente lontano dalle sue corde.

Da inquilino ad angelo

L'angelo dei muri, Pierre Richard in una sequenza del film
L’angelo dei muri, Pierre Richard in una sequenza del film di Lorenzo Bianchini

Al centro della trama de L’angelo dei muri c’è Pietro, un anziano che vive da solo in un appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo. La solitaria routine dell’uomo viene interrotta da un avviso di sfratto esecutivo, che gli intima di lasciare l’appartamento entro un mese. Privo di un posto dove andare, Pietro decide di restare nella residenza ricavando un piccolo spazio nascosto nel corridoio, all’interno del quale si nasconde il giorno dell’arrivo dell’ufficiale giudiziario.

Ascolta “L’angelo dei muri, il piccolo gioiello di Lorenzo Bianchini” su Spreaker.

Dal suo nascondiglio, da cui fuoriesce solo quando la casa si svuota, Pietro osserva l’arrivo della nuova affittuaria, una giovane donna con al seguito una figlia piccola, cieca a seguito di un incidente. Per la bambina, che avverte per prima la sua presenza, l’uomo diventa “l’angelo dei muri”, lo spirito benevolo che si nasconde tra le pareti della casa. Ma il legame tra i due, forse, nasconde un segreto più oscuro.

Lo spazio e la memoria

L'angelo dei muri, un'immagine del film
L’angelo dei muri, un’immagine del film di Lorenzo Bianchini

Se si confronta L’angelo dei muri coi precedenti lavori di Bianchini, si nota che la materia del genere, qui, viene ulteriormente asciugata, in un minimalismo narrativo che tuttavia non si fa mai ostico per lo spettatore, subito irretito dalla peculiarità della vicenda. Il racconto è scarnificato e quasi privato della componente dialogica, mentre il ritmo è volutamente dilatato: tuttavia, il film di Bianchini è denso, di una consistenza quasi palpabile, retto da una tensione che va di pari passo coi movimenti del protagonista all’interno di quella casa non (più) sua. Una casa che da rifugio e spazio della biografia personale, luogo di costruzione e preservazione dell’identità, diviene spazio alieno, vera e propria trappola in cui ci si riduce a fantasmi. Il protagonista può solo osservare (non visto, ma avvertito da un personaggio bambino che – come nella tradizione dell’horror – è dotato di una sensibilità particolare) uno spazio trasformato, invecchiato, incapace di contenere il peso fisico degli agenti che lo aggrediscono (un’infiltrazione d’acqua, la neve e il vento) e quello simbolico dei ricordi. Il senso di minaccia, come per il protagonista bloccato del precedente lavoro del regista, Oltre il guado, si lega al desolato sentore di solitudine, in cui riemergono memorie sepolte, alcune delle quali troppo dolorose per confrontarvisi.

Tra fiaba e ghost story

L'angelo dei muri, Gioia Heinz in un momento del film
L’angelo dei muri, Gioia Heinz in un momento del film di Lorenzo Bianchini

L’impianto visivo di L’angelo dei muri è da fiaba dark, da ghost story de facto capace di aprirsi, in singole sequenze, a momenti di inaspettato lirismo. Non sono mai casuali, le soluzioni visive adottate dal film di Bianchini, anche laddove descrive i momenti di vicinanza fisica tra i due personaggi principali, rivestiti della consistenza del sogno; o quando gli spazi della casa si trasfigurano in forma onirica, nelle visioni a metà tra ricordo e incubo del protagonista. Una forma affabulatoria attraverso cui il film si sovrappone e si mescola con la vicenda che mette in scena, che cita Jules Verne e la sua mongolfiera, celebrando il potere delle storie di innalzarsi e far innalzare i loro fruitori, travalicando i limiti della materia. Un risultato che viene raggiunto congiuntamente grazie alle originali soluzioni di regia (un piano sequenza aereo tra le strade della città, che spezza la tensione di una scena-chiave, in una delle rare incursioni del racconto fuori dalle mura dell’appartamento) e dalla notevole fotografia di Peter Zeitlinger (collaboratore abituale di Werner Herzog), tra l’antinaturalismo delle tonalità di grigio dei corridoi e improvvise, “fiabesche” esplosioni cromatiche.

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Il fine e la coerenza

L'angelo dei muri, Pierre Richard durante una sequenza del film
L’angelo dei muri, Pierre Richard durante una sequenza del film di Lorenzo Bianchini

Se proprio si vuole trovare un limite a questo notevole film di Lorenzo Bianchini, regista che speriamo possa finalmente uscire dalle secche di un underground in cui è rimasto confinato troppo a lungo, questo sta forse in una non totale imprevedibilità dei suoi sviluppi; questo è vero particolarmente in un periodo come quello attuale, in cui tanti film – soprattutto provenienti da oltreoceano – hanno adottato soluzioni narrative in parte simili. Tuttavia, in L’angelo dei muri la differenza la fa il modo in cui si giunge al risultato, attraverso un accumulo di segni e indizi tutti coerenti, nonché la sua forte integrazione nel tessuto della trama: solo al suo compimento, infatti, il vero carattere del soggetto, costruito e attentamente suggerito lungo tutta la durata, emerge in modo compiuto ed esplicito. Un carattere dolente, incastonato da un’ultima immagine fortemente lirica, dal simbolismo (letteralmente) dirompente. Possiamo solo auspicare che il film ottenga, in questo non facile periodo pre-estivo, il risultato che merita.

L'angelo dei muri, la locandina del film

Scheda

Titolo originale: L'angelo dei muri
Regia: Lorenzo Bianchini
Paese/anno: Italia / 2021
Durata: 102’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Franko Korosec, Zita Fusco, Adriano Giraldi, Alessandro Mizzi, Andrej Rismondo, Arthur Defays, Gioia Heinz, Iva Krajnc, Paolo Fagiolo, Pierre Richard
Sceneggiatura: Lorenzo Bianchini, Michela Bianchini, Fabrizio Bozzetti
Fotografia: Peter Zeitlinger
Montaggio: Lorenzo Bianchini
Musiche: Donelly Vanessa
Produttore: Sabrina Baracetti, Thomas Bertacche, Christophe Bruncher, Samantha Faccio, Gianluca Guzzo, Omar Soffici, Peter Zeitlinger
Casa di Produzione: Tucker Film, MYmovies, Rai Cinema
Distribuzione: Tucker Film

Data di uscita: 09/06/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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