NEL MIO NOME

NEL MIO NOME

Nel mio nome, documentario di Nicolò Bassetti già passato alla Berlinale, affronta il tema della transizione di genere attraverso quattro storie distinte, capaci di unirsi con naturalezza in un racconto comune. A patrocinare l’operazione, nel ruolo di produttore esecutivo, l’attore Elliot Page.

Chiamami col mio nome

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A partire dal 2020, anno del coming out di Elliot Page (attualmente il più noto attore transgender di Hollywood) c’è stata una rinnovata attenzione, nell’ambiente cinematografico, ai temi della transizione di genere. Un’attenzione che già aveva coinvolto altre personalità importanti del mondo hollywoodiano – due per tutte, le sorelle Wachowski, che in periodi diversi avevano affrontato la transizione MtF – e che l’attività di divulgazione di Page, negli ultimi due anni, ha reso ancor più attuale. Proprio il protagonista di Umbrella Academy – serie di cui si attende in questo mese la quarta stagione, che segnerà la sua prima prova attoriale post-transizione – ha patrocinato nel ruolo di produttore esecutivo questo Nel mio nome, documentario italiano diretto da Nicolò Bassetti: un lavoro che, già presentato nella sezione Panorama Dokumente del Festival di Berlino 2022, approda ora in sala nelle giornate del 13, 14 e 15 giugno. Bassetti, da par suo, oltre che “camminatore” che con la sua esperienza diede origine al documentario di Gianfranco Rosi Sacro GRA, è persona direttamente interessata al tema: proprio la transizione di suo figlio Matteo, iniziata quattro anni fa, fornì infatti al regista lo spunto per raccontare attraverso un film alcune esperienze analoghe. Esperienze che qui si declinano nelle storie di Nico, Raffaele, Andrea e Leo, quattro giovani conosciuti attraverso una comunità transgender di Bologna, che hanno accettato di raccontarsi davanti alla macchina da presa del regista.

Un podcast e quattro storie

Nel mio nome, uno dei protagonisti del film
Nel mio nome, uno dei protagonisti del film di Nicolò Bassetti

La narrazione di Nel mio nome ha come filo conduttore il podcast di Leo, uno dei quattro protagonisti: uno strumento privilegiato che fornisce a ognuno la “voce” (fisica e metaforica) per ricondurre alla concretezza – e a paure, speranze e progetti della vita vissuta – un tema troppe volte trattato in modo astratto e teorico. Una scissione descritta fin dall’inizio del documentario, in cui viene citata la sentenza del 2017 del Tribunale di Milano che ha negato l’esistenza di un terzo genere (“pur dilatando al massimo la nozione di persona”, si legge): un pronunciamento che denuncia di fatto tutta l’inadeguatezza del sistema giuridico italiano di fronte alle necessità di una fetta consistente di popolazione, alle prese con una politica che si mostra ancora una volta drammaticamente in ritardo. La dimensione più strettamente politica del documentario di Bassetti, espressa nelle didascalie che aprono e chiudono il film (che ci ricordano come, di fatto, in nessun paese del mondo le persone transgender godano degli stessi diritti del resto della popolazione) viene incastonata dalle parole dello stesso Leo – che definisce la transizione stessa “l’atto incruento più rivoluzionario che si possa concepire” – e successivamente ribadita senza proclami; una dimensione ricondotta, prevalentemente, alle difficoltà legali incontrate dai quattro nel riconoscimento della nuova condizione.

Quattro quotidianità per una narrazione comune

Nel mio nome, una scena del film
Nel mio nome, una scena del film di Nicolò Bassetti

Nel mio nome si tiene comunque apprezzabilmente lontano dal pamphlet militante, preferendo la descrizione minuta e quotidiana delle vite dei quattro ragazzi, unita ai rispettivi racconti del passato alla luce della nuova consapevolezza. Una scelta che vuole ricondurre, come si accennava in apertura, il tema della transizione alla dimensione umana, a una complessità individuale che – nelle emblematiche figure dei quattro – sfugge a facili categorizzazioni. Nico, Raffaele, Andrea e Leo hanno età diverse, vengono da città diverse e fanno lavori diversi: nella resa, articolata in un periodo di tempo opportunamente lungo, dell’esperienza di ognuno di loro, il film sembra voler sottolineare un’unicità che non impedisce il percorso comune, lo scambio e il sostegno reciproco. Lo sguardo è empatico, teso da un lato alla resa del quotidiano e dall’altro alla ricostruzione delle singole biografie: ogni personaggio viene raccontato (anche) attraverso la sua attività privilegiata, quella che da cui partire per rapportarsi al mondo e costruire le proprie narrazioni. Per Leo è il podcast e la radio, per Raffaele il suo lavoro nell’assemblaggio e nella vendita di biciclette, per Andrea la scrittura con una vecchia macchina da scrivere, per Nic il contatto con la terra che coltiva insieme alla sua compagna. Sprazzi di quotidiano che in modo semplice e spontaneo, quasi casuale nel loro stare coi personaggi, costruiscono un racconto collettivo e politico.

Il superamento delle gabbie

Nel mio nome, una sequenza del film
Nel mio nome, una sequenza del film di Nicolò Bassetti

Non mancano i momenti di tensione, in questo Nel mio nome, né viene elisa, nel film, una realtà di sofferenza e disorientamento che emerge soprattutto nella descrizione del passato dei quattro. Il film evidenzia bene le differenze di ognuno dei protagonisti nell’affrontare il percorso di transizione, derivate dalle diverse età, dai differenti caratteri ma anche da una frazione di vita colta nel suo farsi, distinta per ognuno: l’evoluzione del personaggio di Nic, per esempio – ivi compresa quella fisica – la seguiamo parallelamente al progredire dei minuti, che colgono il giovane in fasi diverse del suo percorso medico; di Andrea, invece – personaggio più giovane – seguiamo l’operazione e la conseguente acquisizione di una nuova consapevolezza. Il tutto culmina, nella penultima frazione del film, nel viaggio collettivo dei quattro in un agriturismo, a contatto con un ambiente naturale che pare dare a ognuno quella capacità di ricarica – esaltata anche dal contatto reciproco – che può preludere a un nuovo inizio. Anche perché la conclusione di Nel mio nome, giustamente aperta e provvisoria, viene rappresentata in realtà come preludio a un nuovo inizio: una liberazione dalle maglie dello stereotipo di genere che si fa tuttavia (come i protagonisti chiaramente affermano) rifiuto di richiudersi in un’altra, ulteriore gabbia. Solo in quest’ultima parte il documentario di Bassetti si fa forse più esplicito, nel suo sottolineare il carattere di costrutto sociale del “genere” e il ricondurre la transizione, in definitiva, a un nome che possa meglio definire la persona. Un necessario (per quanto provvisorio) approdo, premessa per una reale liberazione dai legacci sociali, che al momento resta solo auspicabile.

Nel mio nome, la locandina del film
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Scheda

Titolo originale: Nel mio nome
Regia: Nicolò Bassetti
Paese/anno: Italia / 2022
Durata: 93’
Genere: Drammatico, Documentario, Biografico
Cast: Andrea Ragno, Leonardo Arpino, Nicolò Sproccati, Raffaele Baldo
Sceneggiatura: Nicolò Bassetti
Fotografia: Nicolò Bassetti
Montaggio: Desideria Rayner
Produttore: Lucia Nicolai, Marcello Paolillo, Elliot Page, Nicolò Bassetti
Casa di Produzione: Nuovi Paesaggi Urbani, Art Of Panic
Distribuzione: I Wonder Pictures

Data di uscita: 13/06/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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