NOPE

NOPE

Alla prova del terzo film, Jordan Peele traccia nuove strade per il suo cinema, restando fedele a se stesso ma ampliando al contempo il suo sguardo: Nope è un film complesso, stratificato e cinefilo. Un lavoro la cui complessità, tuttavia, non ne impedisce una fruizione più immediata, come esempio di un lavoro sul “genere” che è capace di trascenderlo senza tradirne la natura popolare.

(Don't) Look Up

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C’era un notevole, forse inevitabile hype per questo Nope, atteso terzo film di Jordan Peele, arrivato tre anni dopo il precedente Noi. Un hype derivato innanzitutto dai consensi ottenuti da Peele per i suoi primi due film, quale erede designato di quell’“horror politico” che pareva sparito dai radar delle produzioni medio-alte, risucchiato da un lato dalla gratuita tendenza nostalgica di certo cinema (e tv) mainstream, dall’altro da una concezione sempre più depotenziata e inoffensiva delle narrazioni di genere. Ma l’attesa e la curiosità per il terzo film del regista afroamericano derivavano anche dai pochissimi dettagli lasciati trapelare sulla sua trama, da un trailer volutamente enigmatico – che seguiva da vicino l’enigma rappresentato dal suo stesso titolo; da una strategia promozionale, insomma, che – per quanto già sperimentata, anche su produzioni più grandi rispetto a quella di Peele – aveva già dimostrato di dare (bene) i suoi frutti. E bisogna dire che, guardando il film, la strategia può dirsi senz’altro indovinata, in quanto questo nuovo lavoro di Jordan Peele non difetta certo di sorprese. Ma, più che di singole sorprese, per Nope bisognerebbe piuttosto parlare di un’impostazione complessiva che riesce a stupire, restando fedele al nucleo forte di temi del cinema del regista e nel contempo superandoli, approcciando il “genere” (nel senso più ampio) e trascendendone la sostanza in un modo che non ci si aspetta. Anche – e forse soprattutto – laddove si abbia dimestichezza col cinema del regista.

Un miracolo cattivo

Nope, una suggestiva immagine del film
Nope, una suggestiva immagine del film di Jordan Peele

Al centro della trama di Nope ci sono i fratelli Otis “OJ” ed Emerald Haywood, proprietari di un ranch in cui vengono allevati cavalli destinati alle produzioni cinematografiche e televisive. I due hanno ereditato il ranch dopo la strana morte del padre Otis Haywood Sr., ucciso da una moneta caduta dal cielo, apparentemente a causa del passaggio di un aereo. Otis ed Emerald cercano di far fronte alle difficoltà finanziarie della struttura vendendo alcuni dei loro cavalli a Ricky “Jupe” Park, un ex attore ora proprietario di una struttura poco distante, una sorta di parco di divertimenti a metà tra l’iconografia western e quella fantascientifica. Jupe, durante l’infanzia, è stato testimone di una tragedia consumatasi sul set della popolare sitcom in cui recitava, che vide una scimmia di scena impazzire e compiere una strage.

Ascolta “Nope, Jordan Peele ci sorprende ancora” su Spreaker.

Nei dintorni del ranch, tuttavia, iniziano a verificarsi presto alcuni eventi inspiegabili, tra cui continui blackout, un comportamento violento da parte dei cavalli, e la presenza di una nuvola che sembra stazionare inspiegabilmente sempre nello stesso luogo. I due fratelli si convincono così che un UFO sia presente nel cielo al di sopra della loro proprietà, e che questo sia stato il vero responsabile della morte di Otis Sr.; decisi a effettuare una ripresa video dell’oggetto – ottenendo così la prima, vera prova dell’esistenza di un simile fenomeno – i due fanno montare nella struttura una complessa strumentazione di sorveglianza. Ma le sorprese, per i due fratelli, si riveleranno essere solo all’inizio.

Economia narrativa, bulimia tematica

Nope, Daniel Kaluuya, Keke Palmer e Brandon Perea in una scena del film
Nope, Daniel Kaluuya, Keke Palmer e Brandon Perea in una scena del film di Jordan Peele

Chi si aspetta, da Nope, una replica tal quale dell’approccio visivo e tematico dei precedenti Scappa – Get Out e Noi, all’insegna di un’analoga “leggibilità” delle simbologie presentate, resterà probabilmente deluso. O forse, semplicemente, spiazzato. Il nuovo lavoro di Peele complica infatti sin dal prologo il suo materiale di partenza, ne stratifica i significati, muove dal genere per proporre suggestioni tanto potenti quanto non necessariamente passabili di spiegazioni univoche. Fin dalla citazione biblica iniziale, e lungo tutta la strutturazione in capitoli del racconto, Nope sceglie di volare (letteralmente) alto; lo fa decostruendo generi come la fantascienza e l’horror (ma anche il western), giocando sul filo dell’ambiguità della visione, sfruttando tanto ciò che resta ai margini del campo visivo – e dell’occhio meccanico dei (tanti) dispositivi di registrazione presenti – quanto ciò che è da subito evidente e palese, e di cui tuttavia sfuggono le implicazioni. Non ci si deve aspettare, dal terzo film di Jordan Peele, un tema forte che faccia da filo conduttore alla narrazione, com’è stato per i due film precedenti; lo stesso, impressionante prologo – ripreso ed esteso più avanti nel film – trova nella storia una sua collocazione più concettuale che narrativa. Quello di Nope, insomma, è un cinema di genere altrettanto politico rispetto ai due precedenti lavori di Peele, ma con un racconto che lavora più sul non detto, e uno sguardo che si amplia e vuole abbracciare (bulimicamente) un ampio spettro di temi. Senza tuttavia, per questo, dare un’impressione di pretenziosità.

Confronto e mito

Nope, Steven Yeun in un'immagine del film
Nope, Steven Yeun in un’immagine del film di Jordan Peele

Nope resta, al suo livello più basilare, cinema di genere e popolare, che riprende molte suggestioni spielberghiane (il riferimento più ovvio è quello a Incontri ravvicinati del terzo tipo) guardando anche ai codici della fantascienza e del monster movie più stagionato, passando per la rielaborazione del genere per opera di registi come M. Night Shyamalan. Fedele al suo modo usuale di narrare, il regista offre frequenti sprazzi di humour grottesco, facendo sfumare in esso momenti di forte tensione (e viceversa); su tutto l’impianto narrativo del film grava un senso di minaccia costante – tanto più efficace quanto meno riconducibile a elementi o eventi concreti – che non viene tuttavia stemperata dalle parentesi più esplicitamente umoristiche. Al contrario, queste ultime fungono da amplificazione e radicalizzazione, come una risata isterica che non libera, ma semmai contrae i nervi in misura ancor maggiore. Al di sopra di tutto – parlando sempre, strettamente, dal punto di vista strettamente visivo e spettacolare – di Nope resta impressa soprattutto l’ambientazione: una sorta di non luogo a pochi chilometri dalla città, uno spazio che nelle sue due location principali – la fattoria e il parco dei divertimenti, sorta di santuario laico che tenta di domare una forza che si rivelerà incontrollabile – diviene catalizzatore ideale per un confronto che si allontana sempre più dalla dimensione umana e urbana, per ricollegarsi a quella primitiva e animalesca. Caricandosi, altresì, di una componente mitica. E, senza fare spoiler, diremo che anche altri due lavori del primo Spielberg, come Duel e Lo squalo, possono essere fatti rientrare tra i punti di riferimento del film.

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L’etica dello sguardo

Nope, un motociclista temerario in una scena del film
Nope, un motociclista temerario in una scena del film di Jordan Peele

Visivamente potente – più dei due film precedenti di Jordan Peele, risultato anche (ma non solo) del maggior dispendio di mezzi – Nope è stato giustamente definito il film più ambizioso del regista. Nel rapporto tra i due fratelli interpretati da Daniel Kaluuya e Keke Palmer, e nell’eterna dialettica da questi incarnata tra tradizione e modernità, immobilismo e ambizione, memoria e oblio, il regista mette in scena un dramma che ricolloca (anche) l’elemento afroamericano dentro il mito della Frontiera, e nella stessa storia del cinema. Per catturare l’essenza della visione (come fece Edward Muybridge con la sua sequenza fotografica di un cavallo a galoppo, il cui ignoto fantino viene qui reimmaginato come antenato dei due protagonisti) Peele sembra invitarci al recupero dei rituali del precinema, persino al potere della fotografia analogica, strumento “magico” capace di svelare il volto di un nemico, eternarlo e nel contempo distruggerlo. Lo sguardo e la sua assenza – anche nella più volte ribadita importanza del contatto oculare – restano elementi fondamentali per rapportarsi alla bestia, anche nell’etica che sottendono; e il fatto che in più di una sequenza, prima e dopo lo svelamento della vera natura del nemico, venga adocchiato lo schermo cinematografico e la sala che lo contiene, non è probabilmente un caso. Nope, in questo senso, propone un viaggio a ritroso nei meccanismi della narrazione per immagini, dal moderno digitale fino alla fotografia in movimento, suggerendone la paradossale congiunzione, in nome di una resa del vero – e della ricerca di autenticità – che vuole uno sguardo non-mediato, complice, “infantile” (come esplicitato dal prologo). Uno sguardo capace di neutralizzare il babau, incamerandolo nel contempo, per sempre, dentro la propria storia.

Nope, la locandina italiana del film

Scheda

Titolo originale: Nope
Regia: Jordan Peele
Paese/anno: Stati Uniti, Giappone / 2022
Durata: 130’
Genere: Horror, Fantascienza
Cast: Daniel Kaluuya, Eddie Jemison, Keith David, Keke Palmer, Michael Wincott, Steven Yeun, Terry Notary, Barbie Ferreira, Brandon Perea, Devon Graye, Donna Mills, Jacob Kim, Oz Perkins, Sophia Coto, Wrenn Schmidt
Sceneggiatura: Jordan Peele
Fotografia: Hoyte Van Hoytema
Montaggio: Nicholas Monsour
Musiche: Michael Abels
Produttore: Jordan Peele, Daniel F. Larson, Ian Cooper, David Torres, Karen Ruth Getchell
Casa di Produzione: Monkeypaw Productions, Universal Pictures, Dentsu
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 11/08/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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