FABIAN – GOING TO THE DOGS

FABIAN – GOING TO THE DOGS

Già presentato alla Berlinale 2021, Fabian – Going to the Dogs racconta una disperata love story sullo sfondo di una Berlino in procinto di precipitare nell’incubo nazista; il film di Dominik Graf, con un impeto sospeso tra la nouvelle vague, la sperimentazione visiva e l’esplorazione della storia, difetta a volte di lucidità e coerenza, ma resta onesto e complessivamente efficace nella resa dei suoi concetti.

Amore sull'orlo del baratro

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Con l’ultimo film di Dominik Graf Fabian – Going to the Dogs, già presentato alla Berlinale 2021, il cinema tedesco contemporaneo mette il dito ancora una volta nella piaga della storia del paese, in particolare in quella della sua parentesi più tragica. Lo fa, stavolta, in forma di melodramma, attraverso la vicenda di un amore che ha per sfondo la Berlino del 1931; quella che, preda della crisi economica, della disoccupazione e del disorientamento dei suoi cittadini, si preparava a fare il tragico salto nel buio che la storia ci ha successivamente raccontato, e a cadere vittima della propaganda nazista. Protagonista del film, ispirato al romanzo omonimo del 1931 (successivamente messo al bando dalla Gestapo) è Jacob Fabian, un giovane originario di Dresda, trasferitosi nella capitale per lavorare per un’agenzia che pubblicizza sigarette. Fabian, dall’apparenza cinica ma in realtà profondamente inquieto per i cambiamenti che vede verificarsi intorno a se, passa le notti tra bar, bordelli e locali danzanti in compagnia del suo amico Stephan, inviso al potere per le sue idee comuniste e recentemente abbandonato dalla sua fidanzata. La scorza di Fabian sembra scalfirsi quando conosce casualmente Cornelia, barista di un locale notturno e rappresentante legale di una compagnia di produzione cinematografica: l’amore tra i due è immediato. Ma l’inerzia di Fabian finirà per permettere che Cornelia finisca tra le braccia del suo datore di lavoro, che vuole offrirle un futuro da attrice.

Erranze e incontri

Fabian - Going to the Dogs, Albrecht Schuch e Tom Schilling in una scena
Fabian – Going to the Dogs, Albrecht Schuch e Tom Schilling in una scena del film

Se il plot del film di Dominik Graf potrebbe lasciar pensare a un ingessato period drama, le prime sequenze di Fabian – Going to the Dogs si incaricano di smentire subito questa supposizione; memore delle sue origini televisive, e della sua attenzione a un linguaggio spesso improntato al postmoderno, Graf dà a tutta la prima parte del suo film un ritmo sincopato, tradotto in un montaggio rapido e in un’alternanza di tagli fotografici diversi – dall’asettica pulizia di un digitale quasi privo di post-produzione, alla grana della bassa definizione, il tutto inframezzato da frequenti immagini di repertorio. Se il taglio scelto vuole suggerire la confusione e lo spiazzamento di una metropoli preda dei suoi fantasmi, stretta tra le ferite (fisiche e mentali) della passata esperienza bellica, e un futuro immediato ancora più cupo, il piano sequenza iniziale – che mostra un’immersione nei sotterranei del metrò berlinese dei giorni d’oggi, e una successiva emersione nella metropoli del 1931 – indica invece un esplicito parallelo tra passato e presente; un simbolico viaggio tra le inquietudini della memoria collettiva, raccontate da una voce fuori campo essa stessa fantasmatica, forse la coscienza del protagonista stesso, forse un muto testimone degli eventi. La parte introduttiva del film ci porta dentro alla mente sbalestrata di Fabian (l’ottimo Tom Schilling, già visto in Opera senza autore), in un’erranza senza centro che pare placarsi solo dopo l’incontro con Cornelia (interpretata dall’altrettanto valida Saskia Rosendahl) che sembra abbattere le difese del giovane uomo. Almeno per il momento.

Gli amanti irregolari

Fabian - Going to the Dogs, Tom Schilling e Saskia Rosendahl in una sequenza
Fabian – Going to the Dogs, Tom Schilling e Saskia Rosendahl in una sequenza del film

La prima metà di Fabian – Going to the Dogs, poderoso period drama la cui lunghezza tocca le tre ore, ha un impeto e un mood da nouvelle vague, stretta nell’illusione artificiale del mondo costruito dai due amanti, che per un po’ riescono a elidere il dramma che lentamente (ma non troppo) prende corpo intorno a loro. Un’illusione che non può durare molto, vista anche la più stagionata età anagrafica di Fabian e Cornelia (ma anche dello Stephan interpretato da Albrecht Schuch) rispetto ai meno consapevoli protagonisti delle storie create da François Truffaut ed Eric Rohmer; ma, soprattutto, laddove di là c’era sullo sfondo un’energia rivoluzionaria – quella del Maggio Francese e di tutto ciò che sarebbe seguito – che contagiava inevitabilmente protagonisti e storie, qui c’è al contrario una nazione pronta a fare un tuffo – come simbolicamente espresso da una delle ultime sequenze – in un’avventura che finirà per risucchiarla. Risucchiando per primi coloro che, in un impeto di tardiva consapevolezza, provarono a opporvisi. La prima metà del film di Dominik Graf ha i colori del melò e dell’esibita fragilità dei suoi protagonisti, di contratti d’amore siglati per gioco a cui si finisce proprio malgrado per credere, di precarietà esistenziale e assenza di prospettive a cui si risponde con la disperata tenacia della vicinanza reciproca. Almeno finché il mondo esterno, nella veste di un laido produttore politicamente ben introdotto, non arriva a chiedere il suo contributo di cinico pragmatismo. Riaprendo occhi e menti sul baratro imminente e sull’inevitabilità del crollo.

Vittime colpevoli

Fabian - Going to the Dogs, Tom Schilling in una scena
Fabian – Going to the Dogs, Tom Schilling in una scena del film

Quando la love story tra Fabian e Cornelia cede il passo alla ristrutturazione della vita del protagonista, vittima colpevole degli eventi che troppo tardi si scuote dal suo torpore, il film rallenta il suo ritmo, incappando in alcune lungaggini e in una difettosa armonizzazione con le atmosfere che lo avevano caratterizzato, in gran parte, nella sua prima frazione. La regia si lascia andare, in alcuni frangenti, a sequenze oniriche e veri e propri incubi che a tratti sfiorano l’horror, a visioni non sempre contestualizzate, finendo per restituire uno spiazzamento che a volte trasmette un’impressione di confusione non voluta né consapevole. Il ritratto della pavidità opportunistica della borghesia dell’epoca – ritratto che coinvolge lo stesso protagonista – emerge seppur con qualche fatica; e lo fa più in singole, riuscite sequenze (ne è un esempio il teso confronto tra Fabian e l’assistente universitario che doveva approvare la tesi di laurea di Stephan, con le raggelanti parole conclusive del docente) che in una costruzione narrativa coerente. L’esito della vicenda fa rientrare Fabian – Going to the Dogs nella categoria di un cinema genuinamente morale (non moralistico); un cinema che guarda alla storia nella sua capacità di influenzare – e di essere influenzata in modo decisivo – dalle biografie di individui anonimi, dalle loro scelte e anche dal rifiuto stesso – tutt’altro che neutro – di scegliere. Il risultato può dirsi raggiunto, nonostante il film di Dominik Graf ci arrivi con un po’ d’affanno, e con una struttura che a volte difetta di coerenza e lucidità.

Fabian - Going to the Dogs, la locandina italiana
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Scheda

Titolo originale: Fabian oder Der Gang vor die Hunde
Regia: Dominik Graf
Paese/anno: Germania / 2021
Durata: 176’
Genere: Drammatico, Sentimentale
Cast: Jörg-Uwe Schröder, Aljoscha Stadelmann, Oliver Reinhard, Elmar Gutmann, Michael Hanemann, Petra Kalkutschke, Lukas Rüppel, Michael Wittenborn, Julia Preuß, Albrecht Schuch, Eva Medusa Gühne, Meret Becker, Hannah Schiller, Anne Bennent, Saskia Rosendahl, Tom Schilling
Sceneggiatura: Dominik Graf, Constantin Lieb
Fotografia: Hanno Lentz
Montaggio: Claudia Wolscht
Musiche: Sven Rossenbach, Florian van Volxem
Produttore: Christoph Daniel, Marc Schmidheiny, Felix von Boehm, Christoph Fisser, Wiebke Andresen, Gerda Leopold, Christine Rau
Casa di Produzione: Studio Babelsberg, Lupa Film, ARTE, DCM Pictures, Amilux Film, Zweites Deutsches Fernsehen (ZDF)
Distribuzione: PFA Films

Data di uscita: 18/08/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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