CALL OF GOD

CALL OF GOD

Presentato fuori concorso alla 79a Mostra del Cinema di Venezia, Call of God mostra ancora i segni dell’inquietudine e della ricerca, per il cinema di Kim Ki-duk: un processo purtroppo interrotto dalla prematura scomparsa del regista, per un'opera postuma che tuttavia mostra tratti lontani da quelli del film-testamento.

Un non-testamento

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Si prova una certa, inevitabile emozione nel vedere oggi un film come Call of God, ultimo lavoro (uscito postumo) di Kim Ki-duk, presentato fuori concorso alla 79a Mostra del Cinema di Venezia. Un’emozione dovuta a una scomparsa prematura e improvvisa, per un cineasta non ancora sessantenne che tantissimo aveva dato al cinema negli ultimi tre decenni (proprio al Lido avevamo visto i suoi Ferro 3 – La casa vuota, Leone d’Argento nel 2004, e Pietà, Leone d’Oro sette anni dopo) e ancora tanto, potenzialmente, aveva da dare. Emozione mista a rimpianto, perché quest’ultimo lavoro di Kim, girato nel 2019 e montato in gran parte dopo la sua scomparsa (avvenuta, lo ricordiamo, nel dicembre 2020 a causa del Covid-19) mostra tutta la sua inevitabile provvisorietà; una provvisorietà che è frutto dell’assemblaggio di un materiale grezzo che forse – se il processo fosse stato seguito dallo stesso regista – avrebbe assunto una forma totalmente diversa. Sia quel che sia, per un cineasta così decentrato e originale, così positivamente capace di spiazzare anche nelle opere minori, era forse normale avere un’opera conclusiva del genere: un lavoro che si presenta come quanto di più lontano dal film-testamento, ma che anzi sembra testimoniare una ricerca e un’inquietudine, da parte del suo autore, ancora pienamente in corso. Una ricerca interrotta, purtroppo, prematuramente.

Un legame atipico

Call of God, Abylai Maratov e Zhanel Sergazina in un'immagine del film
Call of God, Abylai Maratov e Zhanel Sergazina in un’immagine del film di Kim Ki-duk

Call of God ha per protagonisti due personaggi senza nome, che si muovono in una grande città dell’ex Unione Sovietica (il film è stato girato in location tra Kirghizistan, Estonia e Lettonia). Si incontrano casualmente, una mattina, quando l’uomo, uno scrittore di romanzi d’amore, chiede alla donna un’indicazione per raggiungere un bar in cui (forse) c’è una sua vecchia fiamma. Poi, lei subisce un tentativo di scippo, da lui prontamente sventato: da lì, il rapporto tra i due nasce davvero e si solidifica. Ma l’amore, quello che lui stesso ha descritto tanto efficacemente nei suoi libri, può essere una gabbia di quelle senza via d’uscita, anche violenta e crudele. A turno, entrambi i personaggi sperimentano la gelosia, il controllo, l’ossessione e la manipolazione. In entrambi i ruoli. Ma, forse, il mondo vissuto dai due personaggi non è che un sogno/allucinazione di lei, che periodicamente si sveglia nel suo letto, e viene richiamata da una misteriosa voce al cellulare che le chiede se davvero vuole continuare a sognare tutto ciò; se davvero la ricerca ossessiva dell’amore (o dell’Amore, come recita la sinossi ufficiale del film) vale tanta sofferenza, fisica e mentale.

Così lontano, così vicino

Call of God, Zhanel Sergazina in un momento del film
Call of God, Zhanel Sergazina in un momento del film di Kim Ki-duk

È lecito domandarsi, di fronte agli 81 minuti di Call of God, quanto di ciò che vediamo sullo schermo sia davvero opera di Kim Ki-duk, se la lavorazione del film fosse stata davvero ultimata quando il regista è venuto a mancare, e soprattutto se il montaggio finale, con la progressione che vediamo e il suo andamento sconnesso e sognante, fosse davvero l’opera da lui immaginata. Domande destinate, con tutta probabilità, a rimanere senza risposta. Sia quel che sia, i minuti iniziali di Call of God ci mostrano un’opera insieme vicina e lontana dalla poetica usuale del regista: vicina per quell’onirico prologo ambientato nella natura selvaggia, con quella valorizzazione del paesaggio (e l’attenzione al suo rapporto coi personaggi) che avevamo visto in altre forme tanto ne L’isola quanto in Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera; lontana per l’inusuale bianco e nero (tanto limpido e definito da apparire quasi artefatto) e per una love story che parte in modo classico, con un pretesto e uno sviluppo quasi rohmeriani. La riflessione sull’amore che i due personaggi sviluppano, nelle fasi iniziali, pare rifarsi ai codici di certo cinema europeo, mentre l’usuale durezza tematica del cinema di Kim resta più che altro suggerita. Un avvio quasi placido, che contrasta con quella voce al telefono, e quegli enigmatici risvegli (che forse tali non sono) che da subito ci suggeriscono altro.

Enigmatica circolarità

Call of God, Abylai Maratov e Zhanel Sergazina in una sequenza del film
Call of God, Abylai Maratov e Zhanel Sergazina in una sequenza del film di Kim Ki-duk

Questo “altro”, quando arriva, frammenta ancor più l’andamento del film, con l’irrompere di una tragedia (la morte di un personaggio, seguita a una precisa e deliberata azione compiuta dalla donna) e il rapido scivolamento del rapporto tra i due personaggi nei territori dell’ossessione e del legame patologico; una degenerazione che viene espressa in un reiterarsi (e rimbalzare) di comportamenti volti al controllo, a puntellare un rapporto sempre più privo di centro e direzione. Pur laddove sono la gelosia e la paura dell’allontanamento mostrati dalla donna ad avviare questo processo – forse spinti dalla determinazione del suo alter ego dormiente a non svegliarsi – il processo si trasmette fin da subito in modo speculare all’altra parte, fino a rendere la relazione un crudele gioco di consunzione e annullamento reciproci. Un gioco in cui tornano alcuni dei topoi del regista (tra cui le ben note mazze da golf) e in cui la narrazione assume i toni grotteschi che conosciamo, addizionati di un senso di precarietà qui più profondo che in passato. L’accelerazione conclusiva della trama, che piega la sceneggiatura a una struttura circolare – con irruzione finale del colore – lascia in piedi i dubbi sui tratti del soggetto, e su cosa sarebbe potuto essere di Call of God se Kim avesse potuto completarlo personalmente. Sia quel che sia, nel film si rinviene l’inquietudine di un regista tutt’altro che pacificato, la ricerca di una ridefinizione tematica che avrebbe portato a risultati tutti da esplorare. Il rimpianto c’è (e non è piccolo) ma la visione resta comunque dovuta.

Call of God, la locandina del film
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Scheda

Titolo originale: Köne taevast
Regia: Kim Ki-duk
Paese/anno: Estonia, Kirghizistan, Lettonia / 2022
Durata: 81’
Genere: Drammatico
Cast: Abylai Maratov, Zhanel Sergazina
Fotografia: Kim Ki-duk
Montaggio: Audrius Juzenas, Karolis Labutis
Musiche: Sven Grünberg
Produttore: Kim Ki-duk, Tatjana Mülbeier, Gulmira Kerimova, Artur Veeber, Nargiza Mamatkulova, Darius Vaiteikunas
Casa di Produzione: Estofilm, Kim Ki-Duk Film

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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