NIDO DI VIPERE

NIDO DI VIPERE

Esordio datato 2020 del regista sudcoreano Kim Yong-hoon, Nido di vipere è un neo-noir che mostra gusto e consapevolezza, pur nel suo rifarsi a coordinate note; un lavoro che non fa pesare il suo “manierismo” grazie alla reinterpretazione di marca locale – improntata a un ancor più spinto cinismo – della tipica filosofia del genere.

Soldi sporchi. Di sangue.

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Uscito in patria nel 2020, dopo la première mondiale al Festival di Rotterdam, questo Nido di vipere ha avuto la sorte sfortunata di molti dei film prodotti a ridosso dell’inizio della pandemia di Covid-19. Una sostanziale invisibilità, quella di questo esordio del regista sudcoreano Kim Yong-hoon, che nel nostro paese è stata in parte interrotta dalla presentazione nell’edizione online del 2020 del Far East Film Festival; un’invisibilità che ora ha fine con la distribuzione in sala, in quest’ultimo scorcio di estate, per opera di Officine UBU. Viene da pensare che il film dell’esordente Kim, se il timing della sua distribuzione non fosse stato così sfortunato, avrebbe potuto godere di ben altra fortuna commerciale, vista l’onda lunga del successo di Parasite, che solo pochi mesi prima aveva segnato un’inedita popolarità per il cinema della Corea del Sud presso il pubblico mainstream occidentale.

Ascolta “Nido di vipere, tutti contro tutti alla coreana” su Spreaker.

Una considerazione che si accompagna al fatto che Nido di vipere (in originale un più evocativo Beasts Clawing at Straws, ovvero “animali che azzannano la paglia”) parla un linguaggio in fondo molto vicino a quello dello spettatore occidentale, con una trama che evoca il neo-noir dei fratelli Coen e il cinema di Tarantino, pur rivisitati attraverso la lente specifica della cinematografia di genere locale. Un mix che, anche laddove a molti spettatori potrà non dire molto di nuovo, viene amalgamato con stile e personalità.

Una valigia e una danza (di morte)

Nido di vipere, Bae Seong-woo in una scena del film
Nido di vipere, Bae Seong-woo in una scena del film di Kim Yong-hoon

Il plot del film è incentrato sul classico topos della valigia piena di soldi, che vediamo trasportata e posata nell’armadietto di un albergo nella prima sequenza. La valigia viene rinvenuta casualmente da Joong-man, inserviente stretto tra il poco soddisfacente lavoro nell’hotel e la cura domestica dell’anziana madre, spesso soggetta a intemperanze e comportamenti aggressivi con la moglie dell’uomo. In una storyline separata, l’impiegato della dogana Tae-young deve risarcire il boss criminale Park, dopo che la sua fidanzata Yeon-hee è fuggita con la somma di un ingente prestito concesso dal boss; per far questo, si unisce a un suo amico gestore di un ristorante per mettere in piedi una truffa ai danni di un suo ex compagno di liceo, che sta per lasciare il paese con un mucchio di soldi. In un ulteriore subplot vediamo Mi-ran, una prostituta vittima degli abusi domestici di suo marito, che organizza insieme a un suo cliente un piano per uccidere l’uomo e venire in possesso del premio della sua assicurazione. Le tre linee narrative si intersecano a più riprese, coi personaggi che, separatamente, faranno di tutto per mettere le mani sui soldi contenuti nella valigia.

Il postmoderno rivisitato

Nido di vipere, una scena del film
Nido di vipere, una scena del film di Kim Yong-hoon

È intricato ma perfettamente leggibile, il plot di Nido di vipere, che propone una scansione “tematica” in capitoli (i titoli sono Debito, Pollo, Catena alimentare, Squalo, Lucky Strike e Borsa coi soldi) non necessariamente coincidente con la cronologia degli eventi. Una cronologia che, legata all’elemento forte della borsa piena di denaro (ma anche a dettagli apparentemente insignificanti – si vedano le notizie rimandate dai tg – che in seguito trovano una precisa collocazione narrativa) viene ricostruita dallo spettatore a ritroso, insieme all’esatta collocazione nella storia di ogni singolo personaggio. Un meccanismo che il regista Kim Yong-hoon ha mutuato dal tarantiniano Pulp Fiction (ma ancor prima da un classico del genere come Rapina a mano armata di Stanley Kubrick) per una vicenda che non fa mistero del suo carattere derivativo: ci sono ovviamente Tarantino e Kubrick, tra i riferimenti di questo esordio, ci sono i già citati fratelli Coen (Fargo e Non è un paese per vecchi, in primis) ma anche il Sam Raimi di Soldi Sporchi, e più in generale tutta la rivisitazione postmoderna del genere che data tra gli anni ‘80 e i ‘90. Un approccio a cui il film rimanda anche nell’estetica, infarcita di luci al neon a illuminare squallide camere di albergo e appartamenti, paesaggi urbani notturni e colline poste poco fuori città, in cui vengono sepolti segreti e (soprattutto) cadaveri.

Produttive dimenticanze

Nido di vipere, Jeong Man-sik in una scena del film
Nido di vipere, Jeong Man-sik in una scena del film di Kim Yong-hoon

Nido di vipere aderisce alla sostanza del noir così com’è stato elaborato in occidente – rimandando la cinica amoralità di personaggi che si affannano per un “lasciapassare” per l’abbandono di vite parimenti squallide – non dimenticando però la rilettura orientale e più improntata al chiaroscuro del genere (si pensi alla Hong Kong degli anni d’oro) e soprattutto lo humour nero e la fisicità di cui è abbondantemente impregnato il cinema popolare sudcoreano. Il prevedibile balletto di morte che il film mette in scena si arricchisce a più riprese di parentesi quasi gore, di una scorrettezza verbale e grafica che non risparmia nessuno, di momenti apparentemente rilassati e umoristici che un attimo dopo deflagrano in accessi di inattesa violenza (e viceversa). Il manierismo pur presente nel film di Kim Yong-hoon viene reso credibile e vivo da una filosofia noir che la storia (re)interpreta con gusto, e dalla capacità di premere sul pedale del grottesco restando, tuttavia, sempre un passo al di qua della parodia e della consapevole burla. L’humour presente in Nido di vipere, insomma, è più che mai black; ed è sostanziato da un cinismo divertito che mostra da un lato i punti di riferimento del regista – ben compresi e assimilati – dall’altro la loro rielaborazione in chiave iperrealistica e (ancor più) amorale. Così, pur laddove si ci trova in territori familiari, nel film di Kim, non se ne diventa quasi mai consapevoli. E questa “dimenticanza” non è un risultato da poco.

Nido di vipere, la locandina italiana del film
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Scheda

Titolo originale: Jipuragirado Jabgo Sipeun Jimseungdeul
Regia: Kim Yong-hoon
Paese/anno: Corea del Sud / 2020
Durata: 108’
Genere: Drammatico, Noir, Thriller
Cast: Bae Jin-Woong, Bae Sung-Woo, Heo Dong-Won, Jang Eui-Don, Jeon Do-Yeon, Jeong Man-Sik, Jin Kyung, Jung Ga-Ram, Jung Woo-Sung, Kim Dae-Han, Kim Joon-Han, Park Ji-Hwan, Shin Hyun-Bin, Uhm Tae-Ok, Youn Yuh-Jung
Sceneggiatura: Kim Yong-hoon
Fotografia: Kim Tae-sung
Montaggio: Han Meeyeon
Musiche: Nene Kang
Produttore: Jang Won-seok
Casa di Produzione: Megabox Plus M
Distribuzione: Officine UBU

Data di uscita: 15/09/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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