I FIGLI DEGLI ALTRI

I FIGLI DEGLI ALTRI

Presentato nel concorso della Mostra del Cinema di Venezia, I figli degli altri è un elegante (melo)dramma familiare, efficacemente interpretato dalla protagonista Virginie Efira; tuttavia il film di Rebecca Zlotowski, al di là del tema interessante e della buona resa visiva, mostra una certa convenzionalità, unita a qualche incertezza di scrittura.

La mancanza e il surrogato

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Nel variegato panorama del concorso di questa 79a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, la selezione francese mostra, dopo l’adrenalinico Athena, un lavoro dai toni decisamente più intimisti e improntati al melò, con questo I figli degli altri. La regista, Rebecca Zlotowski, aveva in passato esplorato le tematiche familiari (pur da punti di vista decisamente diversi) già col poco riuscito affresco storico-sovrannaturale di Planetarium, e tangenzialmente anche col successivo teen movie estivo di Un’estate con Sofia. Qui, invece, la regista francese mantiene il punto di vista femminile per parlare innanzitutto di una mancanza, tanto radicata da essere diventata quasi inconsapevole: quella di Rachel, quarantenne single apparentemente appagata e soddisfatta della vita, che scopre tuttavia l’inespresso desiderio di maternità. Un desiderio che la donna sperimenta affezionandosi a Leila, la figlia di quattro anni di Ali, padre single con cui Rachel ha appena iniziato una relazione. L’affetto proiettato sulla piccola finirà per mettere in secondo piani, per la donna, persino il trasporto per la sua nuova relazione, mostrando tuttavia le crepe e i limiti di un rapporto surrogato, condizionato (dall’una e dall’altra parte) dai nodi irrisolti del passato.

Surrogato e autentico

I figli degli altri, Virginie Eifira in una scena
I figli degli altri, Virginie Eifira in una scena del film

Il film di Rebecca Zlotowski rivela uno sguardo sufficientemente approfondito e pregnante sulla solitudine (non del tutto percepita) della protagonista, ma anche su una ricerca che si precisa nel momento in cui il mondo della donna collide con quello di Ali e Leila. Quello che muove la protagonista, interpretata da una Virginie Efira a cui la regia si affida molto – specie nei frequenti primi piani – è un desiderio di maternità inespresso e mai fronteggiato, sclerotizzatosi tra le nebbie di un vecchio trauma familiare che lo ha bloccato a un livello inconscio.

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Un’esigenza che la sceneggiatura separa bene dalla richiesta sociale che impone alla donna la maternità, dipingendo come autentico e insolitamente forte – pur laddove derivato da una mancanza – un rapporto surrogato come quello che lega Rachel a Leila. Un rapporto che per la donna finirà per rappresentare contemporaneamente il contatto con un mondo – quello della genitorialità, slegata dall’elemento biologico – e la sua inevitabile distanza da esso, laddove l’ingombrante presenza della madre biologica della bambina torna a farsi sentire, rischiando di mandare in frantumi il fragile nucleo familiare appena costruito.

Il peso del tempo

I figli degli altri, Virginie Eifira in una sequenza
I figli degli altri, Virginie Eifira in una sequenza del film

Molto lontana dall’approccio problematico alla genitorialità – e alla dialettica tra legami di affetto e di sangue – di un regista come Hirokazu Kore-eda (per fare un esempio di cineasta che pure, recentemente, si era cimentato in un dramma familiare ambientato in terra francese), Rebecca Zlotowski sceglie piuttosto di concentrarsi sulla psicologia della protagonista, e sul sentore di un tempo che la donna sente scivolar via lentamente, senza saper opporre una sufficiente determinazione. Un tempo che fa i conti col corpo e coi suoi cambiamenti – come le ricorda il medico interpretato, con simpatica autoironia, dal grande Frederick Wiseman – oltre che col sempre maggiore stigma sociale che malgrado tutto circonda una donna di mezza età single e priva di legami stabili. Proprio il percorso di Rachel, scopertasi dolorosamente consapevole della sua esigenza – mentre intorno a lei il tempo fa sentire in un senso o nell’altro il suo peso (la gravidanza di sua sorella, la morte per cancro della madre di una compagna della bambina) – si contrappone al sostanziale immobilismo della figura di Ali (interpretato da Roschdy Zem: lo rivedremo in questa Mostra, anche in veste di regista, nel suo Our Ties) che non ha mai voluto tagliare i ponti in modo definitivo con la madre di Leila. Con tutte le conseguenze del caso.

Convenzionalità e mancanze

I figli degli altri, Virginie Eifira e Roschdy Zem in una scena
I figli degli altri, Virginie Eifira e Roschdy Zem in una scena del film

A differenza di quanto aveva fatto in passato (pensiamo al già citato – e piuttosto pretenzioso – Planetarium) la regista mantiene qui un tono e un’estetica piuttosto sobri, tenendo il focus sulla protagonista, di cui vengono resi efficacemente gli smottamenti emotivi, parallelamente al progredire di un rapporto – quello con la piccola Leila – in un certo senso già segnato dalla sua fragilità. L’ambientazione parigina (spesso notturna, all’insegna di toni fotografici caldi e avvolgenti) blandisce lo spettatore favorendo l’empatia e i toni melò della storia, provocando infine un contrasto con la durezza (emotiva) di una delle ultime sequenze. L’eleganza visiva del film di Rebecca Zlotowski non compensa tuttavia, del tutto, una certa convenzionalità di scrittura, che finisce per glissare sul trauma che ha provocato il desiderio inappagato della protagonista – evocato solo in una sequenza – tralasciando inoltre di approfondire a dovere il personaggio di Ali. Di quest’ultimo in particolare, piuttosto immobilizzato e privo di evoluzione, si fa fatica ad accettare la scelta che provoca la svolta principale del plot, arrivata in modo quasi decontestualizzato e narrativamente poco coerente. Un limite che I figli degli altri compensa in modo abbastanza efficace (seppur un po’ didascalico) con la sequenza dell’epilogo, per una conclusione aperta che rivela un personaggio ancora in evoluzione. Forse, l’unica conclusione possibile date le premesse del racconto.

I figli degli altri, la locandina italiana
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Scheda

Titolo originale: Les enfants des autres
Regia: Rebecca Zlotowski
Paese/anno: Francia / 2022
Durata: 104’
Genere: Drammatico
Cast: Chiara Mastroianni, Mireille Perrier, Roschdy Zem, Sébastien Pouderoux, Virginie Efira, Antonia Buresi, Frederick Wiseman, Henri-Noël Tabary, Victor Lefebvre, Yamée Couture
Sceneggiatura: Rebecca Zlotowski
Fotografia: George Lechaptois
Montaggio: Géraldine Mangenot
Produttore: Frédéric Jouve
Casa di Produzione: Les Films Velvet
Distribuzione: Europictures

Data di uscita: 22/09/2022

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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