AMSTERDAM

AMSTERDAM

Il ritorno alla regia, dopo sette anni, di David O. Russell non cambia granché i connotati del cinema del regista, abile confezionatore di giocattoloni mainstream “autoriali”, con molto mestiere e altrettanta furbizia. Amsterdam diverte, ma il gioco (a prescindere dallo sfarzo e dal cast sfavillante) resta fine a se stesso. Presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma.

Grosso guaio a Little Amsterdam

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Tra i film presentati in questa edizione (dalla qualità altalenante) della Festa del Cinema di Roma, questo Amsterdam era inevitabilmente uno dei più attesi, o comunque tra quelli che destavano una maggior curiosità. Da pochi giorni uscito negli USA, dove ha riscontrato il freddo giudizio della critica – ma soprattutto incassi largamente insoddisfacenti – il film segna il ritorno alla regia dopo sette anni di David O. Russell, lontano dal cinema dal suo Joy (2015). Un ritorno che ha visto il regista radunare un cast sfavillante, capitanato dal Christian Bale che già fu protagonista di The Fighter e American Hustle – L’apparenza inganna, affiancato da Margot Robbie e John David Washington quali co-protagonisti, insieme a nomi come Chris Rock, Anya Taylor-Joy, Zoe Saldana, Michael Shannon, Rami Malek e (non ultimo) l’altro habitué di lusso del cinema di O. Russell, Robert De Niro. L’ispirazione, seguendo uno schema comune ad alcuni dei più recenti film del regista, è un discusso fatto di cronaca, un ipotetico complotto che, negli anni ‘30 del ‘900, avrebbe avuto come scopo quello di rovesciare il governo di Frankin D. Roosevelt, per instaurare negli USA un regime simile a quelli al potere in Italia e Germania. Su queste basi, la sceneggiatura costruisce una trama noir incentrata sul legame tra tre vecchi amici, e su un misterioso omicidio di cui il trio si ritrova sospettato.

Un delitto per tre

Amsterdam, Margot Robbie, Christian Bale e John David Washington in un'immagine del film
Amsterdam, Margot Robbie, Christian Bale e John David Washington in un’immagine del film di David O. Russell

I tre amici sono Burt Berendsen, medico dai metodi poco ortodossi dedito alla cura dei reduci di guerra, che prestò servizio nel primo conflitto mondiale, il suo ex commilitone Harold Woodsman, avvocato afroamericano, e l’ex infermiera militare (e probabile spia) Valerie Voze, che curò i due dalle ferite riportate nel conflitto. Il trio, che per alcuni anni, nel dopoguerra, aveva vissuto insieme ad Amsterdam, si riunisce quando la moglie del senatore ed ex veterano Bill Meekins incarica Burt, tramite l’intermediazione di Harold, di eseguire un’autopsia sul corpo del marito, morto in circostanze misteriose. Poco dopo la scoperta del probabile avvelenamento dell’uomo, Elizabeth Meekins viene a sua volta uccisa, mentre gli assassini fanno in modo di incastrare Burt e Harold per il delitto. In soccorso dei due amici arriva la vecchia amica (nonché ex fiamma dell’avvocato) Valerie, di cui i due non avevano avuto più notizie dal loro soggiorno olandese; insieme al fratello di lei, l’industriale Tom, i tre cercano di dipanare la matassa dell’omicidio, che sembra portare a una cospirazione politica di alto rango.

Fedele alla linea

Amsterdam, Rami Malek, Anya Taylor-Joy e Margot Robbie in una scena del film
Amsterdam, Rami Malek, Anya Taylor-Joy e Margot Robbie in una scena del film di David O. Russell

Nonostante siano passati sette anni dall’ultima prova dietro la macchina da presa di David O. Russell, non molto sembra essere cambiato nell’approccio del regista alla messa in scena, sempre all’insegna di un ipercinetismo frenetico e un po’ patinato, permeato da toni grotteschi e improntati a un’”epica” programmaticamente surriscaldata. Una fedeltà alla linea che certo non farà guadagnare altri estimatori al cinema di O. Russell, che qui sceglie di abbandonare l’approccio intimo e biografico del film con Jennifer Lawrence per tornare a narrare una storia dal taglio più collettivo, sul modello di quanto fatto in American Hustle. Se lì il riferimento era il noir classico, espresso in un’epopea criminale sui generis che guardava a molto cinema americano dei decenni passati, qui il regista sembra rifarsi al filone della spy story, pur poggiata su (deboli) basi storiche e, soprattutto, su una storia d’amore e d’amicizia che attraversa i decenni. Torna soprattutto, in Amsterdam, la contaminazione tra dramma, struttura “di genere” dal taglio classico e commedia grottesca, insieme al tentativo di analisi sociale – nonché di una precisa fase della storia americana – attraverso la presentazione di personaggi tanto caricaturali ed eccessivi quanto (teoricamente) emblematici delle sue peculiarità.

Giocattolosa retorica

Amsterdam, Robert De Niro in una scena del film
Amsterdam, Robert De Niro in una scena del film di David O. Russell

Malgrado i limiti strutturali del cinema del regista, malgrado l’indubbia astuzia (vicina al compiacimento) della sua messa in scena, Amsterdam funziona complessivamente bene per gran parte della sua durata; una funzionalità che si deve soprattutto alla convincente descrizione del rapporto tra i tre amici, figure con cui resta facile empatizzare sotto il barocchismo della regia (e l’istrionismo del medico interpretato da Bale). Un racconto che funziona, al livello più elementare, anche grazie a una scansione temporale che aggancia in modo intelligente lo spettatore, svelando gli antefatti della storia – col vecchio e sempre valido stratagemma della voice over – solo in un secondo momento. Il buon ritmo del racconto (comune invero a quasi tutti i film di O. Russell) non cancella tuttavia la sensazione di gratuità della costruzione della sceneggiatura, che tende a mascherare con finti twist e prevedibili rivelazioni un intreccio in realtà piuttosto semplice. Un intreccio che, al di là dei telefonati riferimenti storici (la fascinazione dei villain per la figura di Mussolini, i primi echi dell’ascesa al potere di Hitler) resta un po’ pretestuoso nelle sue pretese di spaccato politico, funzionando decisamente meglio come black comedy astratta dal contesto. Un’”astrazione” che comunque risulta più difficile da fare negli ultimi venti minuti del film, in cui al prevalente carattere ludico dell’operazione si sostituisce una retorica un po’ trombona, affidata soprattutto al vecchio generale interpretato da De Niro. Il divertimento ne viene certo un po’ intaccato, pur senza modificare sostanzialmente i connotati di un film coerente (nel bene e nel male) con ciò che il suo regista ha sempre mostrato. Per qualcuno quello di David O. Russell sarà un gradito ritorno, per qualcun altro un fastidio che si credeva (sperava?) già lasciato alle spalle.

Amsterdam, la locandina italiana del film
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Scheda

Titolo originale: Amsterdam
Regia: David O. Russell
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 134’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Casey Graf, Matthias Schoenaerts, Mel Fair, Trinity Likins, Dey Young, Bonnie Hellman, Andrea Riseborough, Anya Taylor-Joy, Chris Rock, Christian Bale, John David Washington, Leland Orser, Margot Robbie, Michael Shannon, Rami Malek, Robert De Niro, Taylor Swift, Timothy Olyphant, Zoe Saldana, Mike Myers, Alessandro Nivola
Sceneggiatura: David O. Russell
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Jay Cassidy
Musiche: Daniel Pemberton
Produttore: Doug Torres, Eliana Adise, Anthony Katagas, Christian Bale, Matthew Budman, Arnon Milchan, Sarena Cohen, David O. Russell, Tracey Landon
Casa di Produzione: 20th Century Studios, Forest Hill Entertainment, Regency Enterprizes, New Regency Productions, Canterbury Classic
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

Data di uscita: 27/10/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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