IO SONO L’ABISSO

IO SONO L’ABISSO

Donato Carrisi dirige con Io sono l'abisso il suo terzo film, tratto dal romanzo omonimo, per proporre l'ennesimo ritratto del male da comprendere e, forse, perfino giustificare. Una scelta che, senza troppo analizzare il concetto di natura e di libera scelta, offre anche a un serial killer il suo alibi.

Le ragioni del male

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Non capita spesso di ricevere una lettera da un regista. Un’eccezione che Donato Carrisi ha deciso di concretizzare attraverso una missiva consegnata a mano a ogni giornalista durante la proiezione stampa del suo Io sono l’abisso. Al suo interno, la richiesta di non svelare mai i nomi e le identità dei protagonisti del suo terzo film. Secondo Carrisi, infatti, questa scelta rispetta quella fatta nel romanzo e, oltretutto, aumenterebbe il potenziale pathos della storia. Ma sarà veramente così? Iniziamo con il dire che, pur rispettando la volontà dell’autore, Io sono l’abisso non guadagna nulla da questo piccolo escamotage. E, di sicuro, non subisce una perdita sostanziale. Tratto dal romanzo omonimo, il film mostra indubbiamente una cifra stilistica ben precisa che, però, da vita a una spaccatura evidente tra il Carrisi scrittore e il Carrisi regista. Tanto lucido, essenziale e finalizzato tra le pagine dei suoi libri, quanto ridondante e alla ricerca di un tocco sofisticato a tutti i costi dietro la macchina da presa. Un atteggiamento, questo, che rende la storia asettica e poco incline alla tensione.

Prima di andare a considerare questi elementi più nel dettaglio, però, proviamo a ricostruire la vicenda. Il film sembrerebbe ruotare intorno alla figura misteriosa e spesso silente di un giovane uomo che, ogni mattina, si occupa di smaltire i rifiuti delle grandi case sul lungo lago. La sua personalità e l’aspetto raccontano la vicenda di un bambino trascurato dalla madre e, in modo particolare, torturato dal suo compagno. Che tipo di adulto può diventare un ragazzino costantemente educato al dolore e alla punizione fisica? La sua condizione è l’isolamento, e un bisogno di vendetta da consumare su donne bionde di mezz’età. Tutti elementi, questi, che definiscono il profilo del serial killer. La ribalta, però, deve essere condivisa con una donna, anche lei appesantita dalla sua storia famigliare, ma che ha deciso di rendere il dolore produttivo per aiutare donne maltrattate. Terza protagonista, per finire, una tredicenne benestante che, sottoposta a ricatti sessuali da parte di alcuni amici, trova nel misterioso spazzino una sorta di cavaliere con fin troppe macchie.

L’essenza del male 

Io sono l'abisso, Gabriel Montesi in un'immagine del film
Io sono l’abisso, un’immagine del film di Donato Carrisi

Da quanto detto fino a questo momento, e dalle pagine scritte da Carrisi, si va profilando un identikit del male ben preciso. Nonostante non lesini di descrivere assassini efferati e di grande crudeltà, lo scrittore e regista ha una visione particolare, se vogliamo comprensiva, dei suoi protagonisti. Nel definire il concetto del male, infatti, Carrisi non rinuncia mai a creare una sorta di alibi, un background che dovrebbe offrire una scusante anche all’efferatezza più evidente. Una visione che troviamo chiaramente tra le pagine della trilogia di Sandra e Marcus, per esempio, e che ora appare anche in questo film. Per l’autore, dunque, il concetto di thriller passa più attraverso lo studio ravvicinato della personalità del serial killer che sulle azioni in se.

Non è un caso, infatti, che in Io sono l’abisso vengano volutamente evitate immagini dichiaratamente forti e che l’essenza della violenza sia rappresentato più dal sentire che dal vedere. Una scelta anche pregevole ma che, alla fine, porta a un concetto piuttosto semplice e scontato: non esiste il male assoluto e noi siamo il frutto delle nostre esperienze. Una teoria vera fino a un certo punto, visto che esiste sempre il libero arbitrio. In questo caso, poi, il personaggio dello spazzino mostra un riflesso umano che non dona alla gestione generale di un thriller in cui non si dovrebbe provare poi troppa empatia per un personaggio di questo tipo.

Luci e atmosfere

Io sono l'abisso, una suggestiva immagine del film
Io sono l’abisso, una suggestiva immagine del film di Donato Carrisi

Gli elementi che definiscono non sempre in modo positivo questo film, però, sono soprattutto le scelte stilistiche. In modo particolare un’impronta decisa viene data dall’utilizzo delle luci che, dovendo raccontare lo stato d’animo dei diversi personaggi, rischia di cadere in una sorta di manierismo eccessivo. Così ci si trova spesso a brancolare nel buio, tra le tante, troppe ombre di questa storia dove si nasconde ben poco se non il disagio evidente dei protagonisti. Un’atmosfera di mistero che, però, non corrisponde con la natura di una vicenda che, in realtà, mette in chiaro le sue intenzioni dopo poche immagini dall’inizio. Quello che manca in Io sono l’abisso, infatti, è proprio il senso di scoperta, l’esigenza per lo spettatore e il lettore di diventare parte attiva di una ricerca. Nessuno può essere interessato a un’architettura narrativa in cui il mistero non sussiste se non per un breve momento nemmeno imputabile al protagonista. Tutto questo, dunque, porta a un film inteso e vissuto come un teorema dimostrato mille volte. Una sorta di regola matematica dove due più due dà sempre un solo risultato, e gli appassionati del thriller ci arrivano con uno sguardo veloce e distratto.

Io sono l'abisso, la locandina del film

Scheda

Titolo originale: Io sono l'abisso
Regia: Donato Carrisi
Paese/anno: Italia / 2022
Genere: Thriller
Cast: Ettore Scarpa, Diego Martini Romei, Leon Mancini, Daniele Parri, Adalgisa Manfrida, Eric Alexander, Andrea Gherpelli, Federico Vanni, Gabriel Montesi, Giordana Faggiano, Lidiya Liberman, Michela Cescon, Sara Ciocca, Saul Nanni, Sergio Albelli
Sceneggiatura: Donato Carrisi
Fotografia: Claudio Cofrancesco
Montaggio: Massimo Quaglia
Musiche: Vito Lo Re
Produttore: Carlo Degli Esposti, Nicola Serra
Casa di Produzione: Palomar, Sky, Vision Distribution
Distribuzione: Vision Distribution

Data di uscita: 27/10/2022

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Tiziana Morganti
Fin da bambina, ho sempre desiderato raccontare storie. Ed eccomi qui, dopo un po’ di tempo, a fare proprio quello che desideravo, narrando o reinterpretando il mondo immaginato da altri. Da quando ho iniziato a occuparmi di giornalismo, ho capito che la lieve profondità del cinema era il mio luogo naturale. E non poteva essere altrimenti, visto che, grazie a mia madre, sono cresciuta a pane, musical, suspense di Hitchcock, animazioni Disney e le galassie lontane lontane di Star Wars; e un ruolo importante l’ha avuto anche il romanticismo di Truffaut. Nel tempo sono diventata giornalista pubblicista; da Radio Incontro e il giornale locale La voce di Roma, passando per altri magazine cinematografici come Movieplayer e il blog al femminile Smackonline, ho capito che ciò che conta è avere una struggente passione per questo lavoro. D’altronde, viste le difficoltà e le frustrazioni che spesso s’incontrano, serve un grande amore per continuare.

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