THE WOMAN KING

THE WOMAN KING

Solida epopea storico-avventurosa, con protagonista un’ottima Viola Davis, The Woman King funziona nell’ottica di un intrattenimento muscolare di vecchio stampo, riproposto con mestiere e in fondo poco intaccato, nelle basi, dallo sguardo femminile (e blandamente “sociale”) della regista Gina Prince-Bythewood.

Le Amazzoni d’Africa

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Regista proveniente dalla factory di Spike Lee, con un solido retroterra nel cinema indie a tematica sociale, Gina Prince-Bythewood si cimenta per la prima volta, in questo The Woman King, nel dramma epico a sfondo storico. Un genere che la regista di Love & Bastketball declina ovviamente a suo modo, tentando di portare avanti, in ambito mainstream, quel discorso “intersezionale” che le aveva sempre fatto prediligere, nella sua carriera, la descrizione della realtà di donne di colore nella società moderna. Qui, il setting storico è quello degli anni ‘20 del 1800, nel regno africano del Dahomey; al centro della trama c’è la casta guerriera delle Agojie, un esercito di donne militari cresciute di potere e diventate, negli anni, parte della guardia personale del re. Nelle file delle Agojie viene reclutata la giovane Nawi, diciannovenne ripudiata dalla famiglia in quanto aveva rifiutato un matrimonio combinato; la ragazza, forte ma dall’indole ribelle, stabilisce un rapporto conflittuale con la generale Nanisca, leader assoluta delle guerriere. Nel frattempo, la stabilità del Dahomey è minacciata dalle pretese del vicino impero Oyo, che commercia in schiavi coi coloni europei e pretende dal regno il pagamento di tributi sempre più esosi; pur riluttante, il re Ghezo decide così di rompere i rapporti di sudditanza con l’Oyo, interrompendo la fornitura di merci e schiavi e preparando una guerra in cui le Agojie avranno un ruolo fondamentale.

Peplum ottocentesco

The Woman King, un'immagine
The Woman King, un’immagine del film

Il definitivo salto di Gina Prince-Bythewood nel cinema mainstream (preparato, due anni fa, dalla produzione sci-fi The Old Guard, distribuita da Netflix) si declina in un’epopea storico-action che guarda al peplum più muscolare, e soprattutto alle sue riletture degli ultimi decenni con prodotti di largo consumo quali Braveheart e Il gladiatore. Un filone che invero, negli anni più recenti, era stato messo un po’ in ombra nell’ambito delle produzioni hollywoodiane a budget medio-alto: da un lato oscurato (e in parte fagocitato) da generi più popolari come quello del cinecomic – che, in alcune sue declinazioni, aveva finito per assorbirne gli stilemi; dall’altro confinato a un discorso più autoriale, indirizzato – come nel recente The Northman di Robert Eggers – a una platea inevitabilmente più ristretta.

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In questo senso, non deve trarre in inganno il focus femminile di The Woman King, o la sommaria rappresentazione di una società patriarcale che trova nel palazzo delle Agojie la sua dorata nicchia femminista; a dispetto del background della regista (di cui si diceva in apertura), e del suo tentativo di abbozzare un’analisi politica che muova da uno sguardo femminile, la componente antropologica che approfondisce i rapporti di genere, e la specificità della condizione delle guerriere, nel film restano solo abbozzate. Trovandosi a gestire un soggetto non suo, Prince-Bythewood si limita a traslare nel contesto storico un canovaccio solido e ben rodato, con al centro un rapporto mentore-maestra (qui incarnato nei due personaggi di Thuso Mbedu e Viola Davis) e la descrizione – non importa quanto veritiera – dell’epopea di un popolo che si affranca da un giogo tirannico.

Muscolarità e (scarsa) aderenza storica

The Woman King, Viola Davis e Thuso Mbedu in una scena
The Woman King, Viola Davis e Thuso Mbedu in una scena del film

In questo senso, è forse fuorviante andare a ricercare la veridicità storica, in un prodotto come The Woman King, che inevitabilmente piega gli eventi alle sue necessità narrative e alla parabola di educazione guerriera (quella della giovane Nawi) che è il vero cuore della sua trama. L’approccio è dichiaratamente quello dell’intrattenimento mainstream, all’insegna di una messa in scena potente e muscolare, e di uno sguardo sui personaggi che volutamente mette tra parentesi la componente più prettamente politica della vicenda; una componente schematizzata e (per alcuni aspetti) inventata ex novo dal film, con forzature e accomodamenti storici non da poco. Poco male, perché il genere “storico” a cui guarda la regista è più vicino a quello del già citato Il gladiatore che a quello (pur da lei menzionato come fonte di ispirazione) del Michael Mann de L’ultimo dei Mohicani; e inoltre, a ben vedere, lo sviluppo della vicenda – specie in alcune soluzioni narrative, che evitiamo di anticipare – finisce in qualche punto per confinare col fantasy e con la fiaba morale, pur traslata in ambito storico. Proprio in quest’ottica, la sceneggiatura avrebbe potuto probabilmente delineare meglio (o elidere del tutto) alcuni subplot, tra cui il poco convincente accenno di love story tra la giovane protagonista e il colono mezzosangue col volto di Jordan Bolger. Una linea narrativa, quest’ultima, che appare abbastanza slegata dal resto della storia, inserita forse più per esigenze produttive che per altro.

Il gusto popolare

The Woman King, Viola Davis in una sequenza di battaglia
The Woman King, Viola Davis in una sequenza di battaglia del film

Comunque, al netto dei suoi limiti di concept, e del carattere fuorviante di qualsiasi aspettativa di ritratto storico-sociologico dettagliato, The Woman King complessivamente funziona, intrattenendo con vigore e mestiere. Il personaggio di Viola Davis, dura leader dalle fragilità inespresse – ma col tempo sempre più evidenti – è costruito probabilmente in ottica-Oscar, e trova nell’attrice la migliore delle interpretazioni possibili; il suo rapporto col personaggio interpretato dall’esordiente Thuso Mbedu (l’abbiamo vista sul piccolo schermo, un anno fa, nella serie La ferrovia sotterranea) è all’insegna di uno schema forte e collaudato, con un’evoluzione magari prevedibile per molti aspetti, ma non per questo meno drammaturgicamente efficace. A dispetto dei suoi schematismi, ci si lascia trasportare facilmente dalla costruzione visiva e narrativa del film di Gina Prince-Bythewood, una volta che se ne accettano le basi e si impara a “convivere” con le sue debolezze narrative; in fondo, c’era bisogno, a Hollywood, di un’opera che riportasse il genere peplum (inteso nel senso più ampio) a un gusto più popolare e da grande pubblico. The Woman King l’ha fatto utilizzando un soggetto che aveva, probabilmente, potenzialità più “alte”, e che in altre mani avrebbe potuto dar vita a un risultato di maggior sostanza; ma, in definitiva, ci si può accontentare.

The Woman King, la locandina italiana
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Scheda

Titolo originale: The Woman King
Regia: Gina Prince-Bythewood
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 135’
Genere: Drammatico, Azione, Storico
Cast: Thuso Mbedu, Chioma Antoinette Umeala, Siyamthanda Makakane, Sheila Atim, Adrienne Warren, Masali Baduza, Hero Fiennes Tiffin, Jimmy Odukoya, John Boyega, Jordan Bolger, Lashana Lynch, Shaina West, Sivuyile Ngesi, Viola Davis, Jayme Lawson
Sceneggiatura: Dana Stevens
Fotografia: Polly Morgan
Montaggio: Terilyn A. Shropshire
Musiche: Terence Blanchard
Produttore: Maria Bello, Dale Butler, Jayson de Rosner, Viola Davis, Julius Tennon, Cathy Schulman
Casa di Produzione: Eone Entertainment, JuVee Productions, TriStar Pictures, TSG Entertainment, Welle Entertainment
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 01/12/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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