STRADE PERDUTE

STRADE PERDUTE

Tra le opere più importanti della filmografia di David Lynch, anticipatrice per molti versi dei successivi sviluppi del suo cinema, Strade perdute torna in sala grazie al restauro in 4K della Criterion, nell’ambito del progetto Il cinema ritrovato della Cineteca di Bologna: un’occasione irrinunciabile, anche in virtù dell’incerto futuro del cinema del regista, e del suo porsi, anche decenni dopo, come inesauribile fonte di suggestioni.

(Ri)perdersi

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Il ritorno in sala di Strade perdute – per opera della Cineteca di Bologna, nell’ambito del progetto di distribuzione Il cinema ritrovato – ricopre a nostro avviso un rilievo enorme, per vari motivi. Un rilievo certo superiore a quello di altre – pur meritevoli – re-release cinematografiche, e che trascende anche l’importanza ormai universalmente tributata al cinema di David Lynch. Il regista americano, straordinario esploratore dell’inconscio e visualizzatore da ormai oltre quattro decenni di alcuni dei più memorabili sogni/incubi della settima arte, ha offerto infatti la sua ultima visione ormai quasi sei anni fa, con la serie sequel-revival di Twin Peaks; una “pausa”, quella in corso, in fondo coerente con la parsimonia con cui Lynch da sempre ci propina il suo cinema, ma che comunque, complici gli anni che avanzano e le varie voci – invero sempre smentite – di ritiro, pongono un grosso punto interrogativo sulla possibilità di rivedere un suo lavoro in una sala cinematografica. Tornare al cinema a vedere Strade perdute, insomma, è esercizio salutare da molti punti di vista; sia che lo si voglia vedere come preparazione a un ipotetico nuovo lavoro cinematografico del regista, sia che si voglia abbracciare l’ipotesi (che ci auguriamo, con tutto il cuore, non veritiera) di un suo eventuale ritiro – almeno limitatamente al cinema in sala. Ma questo lavoro del 1997, tanto discusso all’epoca della sua uscita quanto celebrato in seguito, ricopre anche un’importanza fondamentale di per sé, nella carriera di Lynch, segnando una cesura col passato e l’abbraccio di un cinema sempre più concettuale, e slegato per molti versi dalla necessità di una narrazione coerente. Almeno in senso classico, perché di coerenza (su altri piani) in realtà, in Strade perdute ce n’è molta.

Dick Laurent è (di nuovo) morto

Strade perdute, Bill Pullman e Patricia Arquette in una sequenza del film
Strade perdute, Bill Pullman e Patricia Arquette in una sequenza del film di David Lynch

Riassumiamo almeno la premessa del film, in quanto il plot in sé – che nei 26 anni trascorsi dall’uscita originale è stato alternativamente oggetto di studio, tentativi di spiegazione, perplessità e (in qualche caso) malcelata derisione – va assolutamente (ri)scoperto per proprio conto. Al centro della storia c’è il personaggio di Fred Madison (interpretato da Bill Pullman), musicista jazz sposato con l’affascinante Renée (Patricia Arquette), che un mattino sente al suo citofono di casa le enigmatiche parole “Dick Laurent è morto”. Dalla mattina dopo, la coppia inizia a trovare delle strane videocassette sull’ingresso di casa, che sembrano essere opera di uno stalker, contenenti dapprima riprese amatoriali della facciata esterna, e poi anche dell’interno dell’abitazione. Poco dopo, Renée viene assassinata, e un’ulteriore ripresa effettuata dal persecutore sembra inchiodare Fred come autore del delitto; delitto di cui, tuttavia, l’uomo non ricorda nulla.

Strade tracciate

Strade perdute, Robert Blake in un'inquietante immagine del film
Strade perdute, Robert Blake in un’inquietante immagine del film di David Lynch

Non è il caso di dilungarsi ulteriormente, sulla trama di Strade perdute, sia per quegli spettatori che si approcciassero per la prima volta al film di Lynch, sia per coloro che volessero immergervisi di nuovo, magari a distanza di tempo. I tentativi di spiegare con gli strumenti tradizionali i cambi di rotta, di spazi, tempi e personaggi, il collage di visioni che compongono un intreccio volutamente criptico restano, a nostro avviso, un esercizio sterile; e con ciò non vogliamo dire, si badi bene, che il film di Lynch non si possa analizzare, sviscerare e comprendere sul piano estetico e concettuale. Il punto è che con questo lavoro, che arrivava cinque anni dopo il poco compreso Fuoco cammina con me, la componente onirica e “magica” del cinema del regista iniziava ad assumere un peso preponderante; una componente che non restava più limitata a singoli elementi dell’intreccio, ma ne diveniva parte integrante e (in questo caso) base concettuale. Non a caso, i successivi lavori del regista seguiranno con decisione questo solco, con l’unica rilevante eccezione (non a caso solo due anni dopo: un’eccezione nell’eccezione) del notevole Una storia vera. Una “pausa” – come in fondo fu, un ventennio prima, quella di The Elephant Man – prima di immergersi ancor più a fondo nei territori dell’inconscio più selvaggio, della visualizzazione di pulsioni e incubi che prepotentemente chiedono un peso preponderante rispetto alla logica del racconto.

L’eterno (non) ritorno

Strade perdute, Patricia Arquette in una sequenza del film
Strade perdute, Patricia Arquette in una sequenza del film di David Lynch

Si è usato spesso l’aggettivo “circolare”, per descrivere l’andamento narrativo di Strade perdute, ponendo anche in questo caso un paragone imperfetto e riduttivo: più che descrivere un cerchio che si chiude, la sceneggiatura scritta da Lynch e Barry Gifford attraversa infatti personaggi, luoghi ed eventi trasformandone la fisicità e il senso, per tornare infine a un (non) punto di partenza che potrebbe essere, a sua volta, base di ulteriori mutazioni. In questo senso, l’immagine geometrica semplice e “illogica” del Nastro di Möbius – utilizzata da alcuni critici come termine di paragone per lo script – resta certamente più vicina alla struttura narrativa del film di David Lynch; e di fatto, da questo punto di vista, Strade perdute risulta per molti versi un’opera anticipatrice – più che di Mulholland Drive, che aveva invece un andamento lineare, seppur onirico – di ciò che vedremo nei successivi Inland Empire e Twin Peaks. Rivedendo oggi, in particolare, la trasformazione del personaggio di Fred Madison in Pete Dayton (e viceversa), e soprattutto il modo in cui questa viene presentata e gestita, la mente non può non tornare alle sorti dell’agente Cooper interpretato da Kyle MacLachlan nel sequel della celebre serie televisiva; lì una figura che si scindeva in tre corpi – dagli stessi lineamenti ma dalle divergenti fisicità – qui due alter ego lontanissimi per fisico, età e attitudini, che condividono tuttavia un analogo destino nel complesso gioco di eterno ritorno della vicenda. Un destino intessuto su una rete composta di personaggi-pedine che assumono di volta in volta ruoli diversi, citando, irridendo e rovesciando molte delle figure classiche del noir cinematografico.

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Il neo-noir e la sua negazione

Strade perdute, Balthazar Getty e Patricia Arquette in una scena del film
Strade perdute, Balthazar Getty e Patricia Arquette in una scena del film di David Lynch

Non abbiamo parlato a caso di noir: perché, nel gioco delle facili classificazioni e della necessità di catalogare, Strade perdute può essere fatto rientrare in qualche modo nel filone del neo-noir (filone che già il regista aveva affrontato, pur con altre basi, in Velluto blu). Tuttavia, il film di Lynch gioca a stupire e a disattendere le aspettative dello spettatore anche nel modo stesso in cui si prende gioco delle regole del genere; il suo avvio, con le visioni sperimentate dal personaggio interpretato da Bill Pullman, l’illuminazione espressionista degli interni della casa, e le autocitazioni inserite nel testo dallo stesso autore (tra cui spiccano le onnipresenti tende rosse) collocano da subito il film nel territorio dell’incubo, con atmosfere decisamente confinanti con l’horror; poi, quando nella parte centrale a venire in primo piano è il Pete Dayton interpretato da Balthazar Getty, il film cesella una classica struttura noir, con tanto di dark lady dalla chioma bionda, torbida love story dai risvolti pericolosi, tradimento e vendetta. Una frazione che anche visivamente si allontana nettamente dalla prima, con la prevalenza di riprese diurne e la descrizione (anche visiva e cromatica) di un amore bollente e torbido, che riporta alla mente il poco citato Brivido caldo (1981) di Lawrence Kasdan. La crasi tra le due componenti, provocatoriamente presentate nell’ordine inverso rispetto a quello che ci si aspetterebbe, arriva nell’ultima parte del film, che (non) rimette al proprio posto ogni singolo personaggio, con una nuova corsa sullo stesso oscuro nastro di asfalto verso destinazioni ignote. Su tutto, la magistrale cura visiva, che non fa pesare i frequenti “scarti” nella composizione cromatica e nella grana dell’immagine, oltre alla consueta, quasi ubriacante varietà delle composizioni musicali; con molto rimpianto per un maestro come Angelo Badalamenti, il cui inestimabile contributo alle visioni lynchiane resterà, in ogni caso, difficile da rimpiazzare.

Strade perdute, la locandina italiana del 2023 del film

Scheda

Titolo originale: Lost Highway
Regia: David Lynch
Paese/anno: Francia, Stati Uniti / 1997
Durata: 134’
Genere: Drammatico, Noir, Thriller, Giallo
Cast: Michael Massee, Alexander Folk, Marilyn Manson, Giovanni Ribisi, John Roselius, David Byrd, Michael Shamus Wiles, Leonard Termo, Robert Blake, F. William Parker, Mink Stole, Gary Busey, Patricia Arquette, Gene Ross, Guy Siner, Jenna Maetlind, Balthazar Getty, Lucy Butler, Louis Eppolito, Ivory Ocean, Richard Pryor, Bill Pullman, Henry Rollins, Jack Kehler
Sceneggiatura: David Lynch, Barry Gifford
Fotografia: Peter Deming
Montaggio: Mary Sweeney
Musiche: Angelo Badalamenti
Produttore: Deepak Nayar, Mary Sweeney, Tom Sternberg
Casa di Produzione: Asymmetrical Productions, CiBy 2000, Lost Highway Productions LLC
Distribuzione: Cineteca di Bologna

Data di uscita: 16/01/2023

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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