ANCHE IO

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Con Anche io, la regista Maria Schrader racconta con lucidità e assenza di retorica il lavoro delle due reporter che per prime misero in luce i crimini di Harvey Weinstein: il risultato è un film d’inchiesta intelligente, che innesta uno sguardo femminile e femminista sulla lezione dei maestri del genere.

Potere alla parola

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2017: una reporter del New York Times, Jodi Kantor, viene a sapere che l’attrice di Hollywood Rose McGowan sarebbe stata aggredita sessualmente, molti anni prima, dal produttore Harvey Weinstein. McGowan inizialmente rifiuta di rilasciare dichiarazioni, ma successivamente entra in contatto con la giornalista raccontando la violenza subita da Weinstein quando aveva 23 anni. Successivamente, le indagini di Kantor la portano in contatto anche con Ashley Judd e Gwyneth Paltrow, che pure accusano il produttore degli stessi comportamenti; tutte le attrici, tuttavia, chiedono di restare anonime per non compromettere la propria carriera. Kantor decide così di contattare la sua collega Megan Twohey perché la aiuti ad andare più a fondo nelle indagini; questa riesce a dimostrare che il sistema-Weinstein è più vasto e articolato di quanto le due donne inizialmente non credessero, e si basa su un silenzio da parte delle vittime comprato con ricchi patteggiamenti e intimidazioni. È la prima scossa che darà inizio al sisma del movimento #MeToo.

I rischi del tema

Anche io, Samantha Morton e Zoe Kazan in un momento del film
Anche io, Samantha Morton e Zoe Kazan in un momento del film di Maria Schrader

Non era facile, nel 2022, realizzare un film come Anche io (il titolo originale, She Said, evoca il tema più che declamarlo, in modo decisamente più in linea col film). Non era facile non solo per la vicinanza temporale degli eventi – anche se, a pensarlo ora, l’impero di Weinstein sembra lontanissimo, tanto temporalmente quanto culturalmente – ma anche per il carattere intrinsecamente controverso del suo tema; una problematicità che coinvolge in particolar modo gli sviluppi che il movimento #MeToo ha avuto negli ultimi anni. Dentro e fuori da Hollywood, attualmente, il movimento stesso e le sue ricadute sull’industria cinematografica – non solo americana – restano oggetto di discussione; i suoi risultati – più che le sue sacrosante istanze – tendono a polarizzare, secondo una logica che è stata accelerata e ampliata a dismisura dalla “democrazia” (virgolette d’obbligo) dei social.

Una narrazione rigorosa

Anche io, Carey Mulligan, Zoe Kazan e Patricia Clarkson in una sequenza del film
Anche io, Carey Mulligan, Zoe Kazan e Patricia Clarkson in una sequenza del film di Maria Schrader

Fortunatamente, del chiacchiericcio telematico e degli isterismi, della corsa al like facile e al tifo da stadio, nel film di Maria Schrader non c’è traccia: la ricostruzione dell’indagine delle giornaliste Jodi Kantor e Megan Twohey (interpretate dalle bravissime Zoe Kazan e Carey Mulligan) segue i dettami del cinema d’inchiesta, quello che da classici come Tutti gli uomini del presidente è arrivato ai giorni nostri con epigoni come Il caso Spotlight, Truth – Il prezzo della verità e (soprattutto) The Post. Tutti esempi di cinema che ha alla sua base una certa sobrietà, tesa a mettere in evidenza il ruolo del giornalismo (un tempo definito “cane da guardia della democrazia”) attraverso una struttura cinematografica che fa emergere la tensione dal resoconto degli eventi, senza facili scorciatoie spettacolari. Un modello che il film di Schrader segue attraverso una progressione rigorosa, incastonata in una sceneggiatura ben dosata, attenta a dividere la scena tra le protagoniste e le donne con cui vengono in contatto; una narrazione attenta a mantenere il controllo sulla temperatura emotiva del racconto, pur laddove sarebbe stato facile calcare la mano e perderne di vista il fulcro.

Lucidità d’intenti

Anche io, una scena del film
Anche io, una scena del film di Maria Schrader

Un fulcro che invece, in Anche io, emerge con grande chiarezza, proprio per il carattere anti-spettacolare e prettamente di scrittura del film di Maria Schrader. Al di là del prologo (comunque di buona efficacia, teso a introdurre nel modo più diretto il tema del racconto, mettendone in evidenza l’estensione temporale) il film evita di indugiare troppo a lungo sui volti delle vittime, dà spazio ai racconti personali per poi contestualizzarli immediatamente nel sistema di potere (anche politico) che Weinstein stesso incarnava: il risultato è di grande funzionalità narrativa, con una regia che si fa da parte e sceglie di lasciare fuori campo quegli elementi che avrebbero banalizzato – e reso più “epidermico” – il tutto. Anche laddove si avventura nei territori del flashback e della visualizzazione dei racconti delle vittime, Anche io evoca e non mostra: camere d’albergo vuote e in disordine con oggetti lasciati a terra, corridoi illuminati in modo iperrealistico, quasi in un horror in potenza. Il “mostro” stesso – o l’orco che dir si voglia – resta praticamente sempre fuori campo: solo una volta Weinstein è ripreso di spalle (non a caso nel momento della resa) mentre per il resto del tempo è una voce al telefono, sgradevole ma priva di qualsivoglia carisma. Un villain da cui viene volutamente tenuta lontana qualsiasi tentazione di fascinazione, infimo quanto respingente.

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Un racconto da dentro

Anche io, Zoe Kazan, Carey Mulligan, Patricia Clarkson, Andre Braugher in una scena del film
Anche io, Zoe Kazan, Carey Mulligan, Patricia Clarkson, Andre Braugher in una scena del film

In questo modo, Anche io centra l’obiettivo di raccontare l’importante (e oggi quasi dimenticato) lavoro delle due reporter, tenendo ben lontana la retorica, e di celebrare nel contempo gli albori di un movimento di cui viene restituita tutta la limpidezza e la chiarezza di intenti. Il cinema di inchiesta si colora di femminismo, nel film di Maria Schrader, senza perdere la proiezione verso l’universalità appresa dai maestri, e l’afflato umano e politico contraddistingue il genere: umano per la sua capacità di mettere in evidenza vittorie e sconfitte, grandezza e debolezze di tutti i personaggi coinvolti, che siano le vittime o coloro che hanno scelto di farsi portavoce delle loro istanze; politico in quanto capace di mettere il dito nella piaga di un sistema di potere che oggi intuiamo solo scalfito, anche se in modo più incisivo che in passato. Laddove il cinema d’impegno civile degli anni ‘70 tendeva a descrivere un sistema di potere oppressivo, e a raccontare l’opposizione a esso di singoli individui, qui il potere si sposta sul piano economico e su quello dell’industria (culturale e cinematografica). Il senso di oppressione è lo stesso, così come il carattere eroico di chi vi si oppone. Averlo raccontato da dentro Hollywood non è risultato da poco.

Anche io, la locandina italiana del film

Scheda

Titolo originale: She Said
Regia: Maria Schrader
Paese/anno: Stati Uniti / 2022
Durata: 129’
Genere: Drammatico
Cast: Adam Shapiro, Carey Mulligan, Patricia Clarkson, Tom Pelphrey, Andre Braugher, Dipa Anitia, Emma O'Connor, Frank Wood, James Austin Johnson, Judith Godrèche, Katherine Laheen, Katie Nisa, Lola Petticrew, Mike Spara, Sarah Ann Masse, Shirley Rumierk, Sujata Eyrick, Tessa Lee, Traci Wolfe, Zoe Kazan
Sceneggiatura: Rebecca Lenkiewicz
Fotografia: Natasha Braier
Montaggio: Hansjörg Weißbrich
Musiche: Nicholas Britell
Produttore: Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Lexi Barta
Casa di Produzione: Annapurna Pictures, Universal Pictures, Plan B Entertainment
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 19/01/2023

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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