MARTIN EDEN

MARTIN EDEN
di Pietro Marcello
Voto: 8,5

Presentato in concorso alla 76° Mostra del Cinema di Venezia, il Martin Eden di Pietro Marcello è insieme astratto nella sua collocazione storico-geografica, e concreto nel suo modo di rileggere, e far parlare ancor oggi, un classico della letteratura. Per il regista italiano, un azzardo e una scommessa vinta.

Napoli (ri)velata

È tornato al Lido dopo una lunga assenza, Pietro Marcello, otto anni dopo la presentazione nel 2011 del suo Il silenzio di Pelešjan, e sei dopo l’apparizione nel 2013 all’interno del progetto collettivo Venice 70: Future Reloaded; ci è tornato con un progetto più che mai ambizioso come quello di questo Martin Eden, adattamento libero – e frutto di un’altrettanto libera ricollocazione storica e geografica – dell’omonimo romanzo di inizio ‘900 di Jack London. Un lavoro, quello del regista casertano, che si è candidato fin da subito come titolo papabile per il Leone d’Oro, ma che non esaurisce certo nelle ambizioni festivaliere tutto il suo potenziale: quello di Pietro Marcello, rielaborazione personale e coltissima di un classico della letteratura, sembra un film in grado di portare finalmente il cinema del suo regista fuori dalle secche del circuito d’essai, in virtù anche (ma non solo) di un protagonista di richiamo, e ormai fortemente caratterizzante per il pubblico, come Luca Marinelli. Un interprete, Marinelli, che dimostra qui una volta di più la sua notevole versatilità, aderendo in modo mimetico e più che mai “fisico” al personaggio creato da London.

Il Martin Eden del film di Marcello vive a Napoli, in un periodo imprecisato che unisce le automobili, gli utensili e il vestiario degli anni ’70 del ‘900 ai moti politici e al clima sociale di inizio secolo. È ancora un marinaio proletario, Martin, e la sua aspirazione a elevarsi è legata a doppio filo all’amore per la benestante Elena, e a una fascinazione per un ambiente borghese che, nel suo immaginario, è intimamente connesso alla conoscenza e all’affrancamento dalla subalternità. Il tema del conflitto con l’autorità, quella che opprime trasversalmente l’individuo a prescindere da luoghi ed epoche, è presente in nuce già dalle prime sequenze del film; un tema che introduce il carattere universale, slegato da una collocazione storico/geografica precisa, della lettura del romanzo di London, collocando la sua vicenda nel campo dell’atemporalità. Le stesse, sgranate immagini iniziali che raffigurano un filmato dell’anarchico Errico Malatesta stanno a ribadire un’elasticità nel concetto di tempo che fa quasi rientrare il film nel campo del cinema astratto. C’è la Napoli popolare, in Martin Eden, i suoi luoghi e i suoi abitanti, ma si tratta più di uno spazio-simbolo che di un luogo reale.

È curioso il fatto che, a distanza di pochi giorni, abbiamo potuto vedere due film italiani che parimenti trasfigurano gli esterni del capoluogo campano, recuperandone gli spazi e i volumi e contemporaneamente trascendendolo come luogo fisico: da una parte 5 è il numero perfetto di Igort, adattamento della sua omonima graphic novel, dall’altra questo Martin Eden. Percorsi opposti, lì nel segno di un’astrazione fantastica, di un universo in cui sperimentare regole e stilemi di un’estetica precisa – quella del noir – con una sensibilità tipicamente moderna; qui in un percorso che spregiudicatamente giustappone luoghi e tematiche, che discute di socialismo, anarchia e individualismo in un contesto di piena società di massa novecentesca, che mette in scena un amore interclassista in un periodo in cui la retorica borghese stava già cercando di inculcare l’idea (fuorviante) di un superamento del concetto stesso di classe sociale. Il film di Pietro Marcello in effetti cerca – e trova – proprio ciò che di universale c’è nella storia narrata da London, i tratti del conflitto sociale e le sue conseguenze, il ruolo della cultura e le possibili degenerazioni del suo uso.

È tanto astratto nella scelta del suo setting, il film di Marcello, quanto straordinariamente fisico (persino sanguigno) nella messa in scena di quest’astrazione: le facce e i luoghi, i primi e primissimi piani dei personaggi, le carrellate sulle strade cittadine e sull’umanità che le abita, parlano il linguaggio della concretezza e della vita spiccia, minuta, e (come tale) palpitante. Il tema dell’oppressione dell’uomo sull’uomo, e dell’istituzione statale sull’individuo, viene ricondotto al volto inquieto e sempre più sofferente del protagonista, elevatosi eppure abbassatosi, espressione dell’aspirazione alla conoscenza in quanto ricerca di connessione con la propria natura umana – e quindi con un intimo senso di appartenenza – tradotta poi in un nichilistico autoisolamento, in un sempre più spinto ribrezzo per qualsiasi idea di comunità. L’amore, o quello che ne resta, viene fagocitato da questa spinta egocentrata e autodistruttiva – quella di un uomo “animale sociale” che rifiuta l’idea stessa di società – mentre la logica dell’odiato capitalismo viene ribadita e inconsapevolmente assimilata, nell’ingresso del protagonista in una classe intellettuale che il sistema economico non può volere sullo stesso livello dei suoi terminali ultimi. L’individualismo di Martin è funzionale al sistema, un sistema (ir)razionale che rifiuta un manoscritto e poi cerca di acquistarlo a peso d’oro, a distanza di solo pochi mesi. Prendere atto dell’insensatezza delle sue logiche, rinunciando a dar loro una spiegazione, porta all’inevitabile spinta all’autodistruzione e all’annullamento.

Giocato su un’alchimia perfetta tra concetti e loro traduzione in immagini, tra astrazione e fisicità, Martin Eden si regge sulla grande prova di Marinelli, oltre che su un cast di ottimi comprimari (Carlo Cecchi e Pietro Ragusa, tra gli altri); il film di Pietro Marcello vive di accelerazioni emotive, di ellissi che non spiegano ma riescono ugualmente ad autogiustificarsi, di un climax dall’esito noto ma ugualmente devastante, su più livelli. Il regista immerge il tutto in un granuloso, vivido 16mm, che si fa rimirare ma non fagocita l’attenzione dello spettatore, evitando di togliere sostanza al racconto. Un racconto che ora accarezza, ora colpisce duro, con la forza di chi parla il linguaggio dell’universalità, al di fuori di mode, epoche, collocazioni geografiche e ipotetici target.

Titolo originale: Martin Eden
Regia: Pietro Marcello
Paese/anno: Italia, Francia / 2019
Durata: 127’
Genere: Drammatico
Cast: Luca Marinelli, Carlo Cecchi, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Denise Sardisco, Carmen Pommella, Autilia Ranieri, Franco Pinelli, Savino Paparella, Elisabetta Valgoi, Pietro Ragusa, Giustiniano Alpi, Claudio Boschi, Dario Iubatti, Anna Patierno, Vincenza Modica, Gaetano Bruno, Maurizio Donadoni, Lana Vladi, Chiara Francini, Aniello Arena, Rinat Khismatouline, Giordano Bruno Guerri
Sceneggiatura: Maurizio Braucci, Pietro Marcello
Fotografia: Alessandro Abate, Francesco Di Giacomo
Montaggio: Aline Hervé, Fabrizio Federico
Musiche: Marco Messina, Sacha Ricci
Produttori: Pietro Marcello, Beppe Caschetto, Thomas Ordonneau, Michael Weber, Viola Fügen
Casa di Produzione: Avventurosa, IBC Movie, Rai Cinema Shellac Sud, Match Factory Productions
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 04/09/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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