RUSH

RUSH

Recuperando la dimensione del duello e dello scontro mitico, già da lui esplorata nel precedente Frost/Nixon – Il duello, Ron Howard dirige con Rush uno dei migliori film della sua produzione recente: un lavoro capace di esaltare le sue doti di artigiano della serie A, e di dare sostanza a una vicenda che conteneva già in sé, in nuce, un notevole potenziale cinematografico.

Lauda/Hunt - Il duello

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Se c’è un regista che può aspirare alla definizione di “classico”, nella Hollywood dell’ultimo trentennio, quello è senz’altro Ron Howard. Una classicità, quella dell’ex Richie di Happy Days, che certo non esclude una certa dose di scaltrezza, peraltro evidente già dalle prime battute della sua carriera dietro alla macchina da presa: si pensi alla fantascienza naïf di Cocoon, l’energia dell’universo, all’analogo approccio fantasy calcolatamente ingenuo di Willow, al disaster movie patriottico di Fuoco assassino, o al dramma Academy-oriented di A Beautiful Mind: tutti prodotti in certo qual modo “furbi”, se vogliamo usare questo termine; ma il cinema, va detto, è anche questo. E proprio in virtù delle grandi doti tecniche di Howard, artigiano dell’immagine d’altri tempi prestato alla serie A, gli si possono perdonare operazioni-blockbuster obiettivamente poco centrate come Il codice Da Vinci, o commedie insignificanti quali il recente Il dilemma. E questo Rush, che segue l’esempio in un certo senso analogo di Frost/Nixon – Il duello, ci restituisce in questo senso un cineasta in piena forma, grazie anche al rinnovato sodalizio con lo sceneggiatore Peter Morgan: ancora un confronto tra opposti, qui giocato sul confine tra rivalità e amicizia, ancora l’archetipo del duello, tanto codificato da risultare a rischio retorica, se non accompagnato da una buona qualità di scrittura.

Temperature a confronto

Rush (2013) recensione

Rush racconta il confronto/scontro, lungo tutti gli anni ‘70, tra le due stelle della Formula 1 Nicki Lauda e James Hunt (a cui danno il volto rispettivamente Daniel Brühl e Chris Hemsworth), descrivendone le rispettive ascese e culminando in un momento topico: il Campionato Mondiale del 1976, una competizione drammatica quanto indimenticabile per qualsiasi appassionato, che si ricorda per l’incidente che quasi costò la vita a Lauda. Il pilota austriaco, nell’occasione, restò sfigurato e gravemente infortunato, ma riuscì a compiere un miracoloso recupero che lo portò a gareggiare di nuovo solo 42 giorni dopo l’incidente, arrivando a un passo dal conquistare il titolo. La prima frazione del film di Ron Howard si concentra prevalentemente sulla presentazione dei due personaggi, delineandone i background e giustapponendone i caratteri, coi rispettivi approcci alla passione per le corse (e alla vita): metodico e disciplinato, pochissimo incline all’espressione emotiva quello di Lauda (che non per niente si guadagnò il soprannome de “il Freddo”); istintivo e passionale, naturalmente incline agli eccessi, quello di Hunt.

Il mito riportato sulla terra

Rush (2013) recensione

Quella che il film mostra è una contrapposizione basica e facile da maneggiare, perfettamente funzionale alla vicenda che si vuole mettere in scena: ma questa “schematicità”, lungi dall’essere un difetto, è in realtà propedeutica alla costruzione di un’epica. In fondo, quello che Howard porta sullo schermo è un confronto mitico, che già era tale per le cronache sportive d’epoca: il suo potenziale cinematografico era già presente nella sua formazione, e nel modo in cui veniva narrato. Proprio il cinema, semmai, con un procedimento all’inverso che potrebbe apparire paradossale, ma non lo è (specie laddove si pensi alle capacità espressive e narrative del mezzo, oltre che a quelle prettamente spettacolari) poteva e doveva occuparsi di riportare il mito alla sua dimensione terrena, di renderlo umano e umanamente comprensibile, di evidenziarne il realismo e porre l’accento (anche) sulle sue zone d’ombra. Un compito difficile da raggiungere senza una sceneggiatura che, senza trascurare la natura archetipica della storia, restasse legata alle sue contingenze umane e (anche) storiche, evitando altresì di adagiarsi troppo su due interpreti comunque di buona caratura come Hemsworth e Brühl,

La morte dietro le quinte

Rush (2013) recensione

Proprio in questo senso, Rush è un film che deve molto al suo script e all’eccellente lavoro di Peter Morgan, capace di evidenziare le differenze e gli impensabili punti di contatto tra i suoi protagonisti: la dedizione al lavoro inflessibile e quasi calvinista (e tuttavia molto lucida) di Lauda, il suo fare solitario e l’estraniamento dalla famiglia, il carattere ruvido e ben poco amichevole (evidenziato anche nel rapporto col compagno Clay Regazzoni a cui dà il volto Pierfrancesco Favino); e dall’altra parte la costante, sotterranea presenza della morte nell’agire di Hunt, un’ossessione sopita che il personaggio tiene lontana coi suoi continui eccessi. Proprio la dimensione del rischio e quella del flirt con la morte, più presente negli anni ‘70 rispetto a oggi, in un ambiente come quello delle corse (anche in ragione della minor presenza di misure di sicurezza) fornisce al film un apprezzabile tono plumbeo, che in un certo senso ne aumenta il portato epico.

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Una felice integrazione tra regia e scrittura

E su tutto, va detto, c’è anche (e soprattutto) l’ispirata regia di Ron Howard, supportata dall’ottimo e funzionale uso del montaggio – sia nella parte iniziale, che delinea i background dei protagonisti, sia nella rutilante messa in scena delle corse; una regia classica quanto ricca di potenza e personalità, che mostra i muscoli quando deve e non dimentica la formazione di un regista che dagli ultimi singulti di una New Hollywood che andava lentamente ritirandosi (non vanno dimenticate le frequentazioni del regista con personaggi come Roger Corman, Don Siegel e George Lucas) ha preso molto del suo approccio al racconto per immagini. Un approccio che lo pone ben lontano da molti degli shooter moderni (corretti quanto anonimi) e che gli permette da un lato di gestire ottimamente il ritmo del racconto, e dall’altro di dare il suo meglio nelle sequenze sui circuiti: sequenze di un impatto spettacolare che – alternate solo laddove necessario alle immagini di repertorio – chiamano lo spettatore a un coinvolgimento quasi fisico. Il climax intelligentemente costruito dallo script, nella parte conclusiva di Rush, rende quasi palpabile la tensione per la risoluzione della storia: l’appassionato sa benissimo come andrà a finire, ma preso nel vortice del racconto quasi se ne dimentica. Un risultato certamente da non sottovalutare.

Rush (2013) poster locandina

Scheda

Titolo originale: Rush
Regia: Ron Howard
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti, Germania / 2013
Durata: 123’
Genere: Drammatico, Sportivo, Azione, Biografico
Cast: Alexandra Maria Lara, Alistair Petrie, Chris Hemsworth, Christian McKay, Cristian Solimeno, Daniel Brühl, Jamie Sives, Jay Simpson, Josephine de la Baume, Julian Seager, Kate Sweeney, Kristofer Dayne, Lee Asquith-Coe, Lee Nicholas Harris, Natalie Dormer, Olivia Wilde, Patrick Baladi, Pierfrancesco Favino, Rain Elwood, Rebecca Ferdinando, Tom Wlaschiha, Victoria Sviggum
Sceneggiatura: Peter Morgan
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Daniel P. Hanley, Mike Hill
Musiche: Hans Zimmer
Produttore: Brian Oliver, Eric Fellner, Brian Grazer, Andrew Eaton, Ron Howard, Jim Hajicosta, Peter Morgan, Kay Niessen, Daniel Hetzer, Anita Overland, Jens Meurer
Casa di Produzione: Double Negative (DNEG), Imagine Entertainment, Working Title Films, Cross Creek Pictures, Exclusive Media Group
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 19/09/2013

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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