VIZIO DI FORMA

VIZIO DI FORMA

In Vizio di forma, un Paul Thomas Anderson più che mai ispirato fa un’esplorazione cinica e amara degli anni ‘70 americani attraverso la forma di un noir contaminato e lisergico; lo fa presentando una galleria di eventi e personaggi che destrutturano il genere, restituendo alla fine una fotografia di straordinaria consistenza di un’epoca e di un pezzo di umanità.

L’anima oscura degli anni ‘70

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Dopo l’esplorazione dei meccanismi del potere e della prevaricazione, nonché della dipendenza umana, in The Master, Paul Thomas Anderson abbraccia in questo Vizio di forma (ma il titolo originale Inherent Vice indica piuttosto un vizio insito, connaturato a un determinato oggetto) uno dei generi hollywoodiani per eccellenza, quello del noir. Coerente col suo stile, tuttavia, il regista di Magnolia rielabora il filone dal suo particolare punto di vista, per farne strumento di analisi di un’intera società (quella americana) colta in una sua precisa epoca. Al centro della disamina di Anderson ci sono gli anni ‘70, il movimento hippie immortalato subito dopo che il suo sogno – quello del peace & love di sessantottina memoria – si era bruscamente fermato a Beverly Hills, bagnato dal sangue di Sharon Tate. Un risveglio duro per la maggior parte della comunità hippie: a meno di non scegliere di tenere in vita il sogno attraverso la follia, il consapevole distacco dalla realtà, l’uso di droghe non più per ampliare i confini della coscienza, ma piuttosto per obnubilarla in una delirante fuga. Tutto ciò mentre in Vietnam i giovani americani continuavano a morire, e il potere si riorganizzava, contaminando le istanze di libertà, consapevole della sua imminente vittoria.

Passaporto per il delirio

Vizio di forma, Joaquin Phoenix e Katherine Waterston in un'immagine del film di Paul Thomas Anderson
Vizio di forma, Joaquin Phoenix e Katherine Waterston in un’immagine del film di Paul Thomas Anderson

Porta dentro di sé la consapevolezza di tutto ciò il detective Larry “Doc” Sportello, ex tossicodipendente, che riceve inaspettatamente la visita dell’unica donna che ha mai amato, Shasta. Quest’ultima gli chiede aiuto per conto dell’uomo con cui ha una relazione, Mickey Wolfmann, incastrato dalla moglie e dall’amante di lei, che con uno stratagemma sono decisi a farlo finire in manicomio. Doc, ancora innamorato di Shasta, accetta di aiutarla: la sua decisione lo farà immergere sempre più in un universo di individui grotteschi e sui generis, dai comportamenti sopra le righe, in mezzo a centri dentistici usati come copertura per attività criminali, fratellanze afroamericane alleate con gruppi neonazisti, figlie rapite (o forse no) di facoltosi industriali, poliziotti dall’etica integerrima e privi di riguardo per i diritti civili; una galleria grottesca di personaggi mescolati e sovrapposti l’un l’altro, senza apparente senso, in una specie di trip allucinogeno privo di coordinate precise, con la consistenza del delirio.

Il senso nel quadro generale

Vizio di forma, Joaquin Phoenix e Owen Wilson in una scena del film di Paul Thomas Anderson
Vizio di forma, Joaquin Phoenix e Owen Wilson in una scena del film di Paul Thomas Anderson

È un film complesso e di non facile lettura, Vizio di forma, che si presenta con la veste, volutamente rutilante, dell’accumulazione e del parossismo. La fonte è il romanzo omonimo scritto da uno dei più importanti narratori americani contemporanei, Thomas Pynchon, che rielaborava la forma, letteraria e cinematografica, del noir classico: una forma passata sul grande schermo per i film di Torneur e Aldrich, evolutasi nel cinema di autori come Altman e Polanski, e arrivata fino alla rielaborazione che ne hanno dato in tempi più recenti i fratelli Coen. La sceneggiatura del film di Paul Thomas Anderson aderisce ai topoi del genere e li ripropone fedelmente, ma nel contempo li destruttura tramite il meccanismo del sovraccarico: lo spettatore è continuamente sfidato nella sua capacità di lettura degli eventi, in un’accumulazione continua e programmatica di nuovi personaggi e subplot, tendenti a una consapevole deriva verso l’anarchia narrativa. Una struttura che a guardarla troppo da vicino pare simulare la follia e l’assenza di morale, ma che acquista un senso laddove si faccia un passo indietro, e se ne osservi l’ordito nel suo complesso. L’ordito di un racconto nero, amaro e cinico, che vuole rappresentare un’epoca e un’umanità perdute e disilluse.

Solare e amaro

Vizio di forma, Joaquin Phoenix e Josh Brolin in una sequenza del film di Paul Thomas Anderson
Vizio di forma, Joaquin Phoenix e Josh Brolin in una sequenza del film di Paul Thomas Anderson

La scelta della confezione, per Vizio di forma, è quella di un’estetica piena di colori sgargianti, dei toni accesi e solari della west coast californiana, di un’ambientazione (scelta insolita per il genere) prevalentemente diurna; gli eventi sono immersi nelle note riconoscibili di canzoni d’epoca e in un’atmosfera sottilmente surreale, una specie di trip lisergico costante a bassa intensità, parallelo al frequente uso di sostanze psicotrope da parte dei personaggi. L’iperrealismo grottesco del mood viene interrotto a tratti da momenti di inaspettata, brutale violenza, quasi a sottolineare il senso di una scissione: quella tra il delirio e la mancanza di senso a cui il potere condanna i protagonisti, e la sua stessa irruzione atta a ristabilire, a suo modo, un ordine.

Al centro di tutto, un antieroe malinconico e praticamente perfetto col volto di Joaquin Phoenix, e la sua apparente nemesi (in realtà suo complemento) interpretata da Josh Brolin: entrambi personaggi guidati – pur in modi diversi – da un’etica che sanno votata al fallimento, entrambi avversi al potere ma troppo vecchi e disillusi per pensare di poterlo sconfiggere. Entrambi, a dispetto di tutto, incapaci di vivere diversamente da come fanno: di cedere ai ricatti di colleghi corrotti, di rifiutare l’aiuto a un padre tornato dal mondo dei morti per incontrare una figlia mai conosciuta, di evitare di perdersi dietro al passato, alla ricerca di un filo che riannodi il flebile legame con un vecchio amore. Sì, abbiamo combattuto la legge e la legge ha vinto, sembrano dirci i due personaggi (e il regista con loro): ma noi, a dispetto di tutto, restiamo ancora in giro, vivi.

Vizio di forma, la locandina italiana del film di Paul Thomas Anderson
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Scheda

Titolo originale: Inherent Vice
Regia: Paul Thomas Anderson
Paese/anno: Stati Uniti / 2014
Durata: 148’
Genere: Commedia, Drammatico, Noir, Thriller
Cast: Anders Holm, Benicio del Toro, Emma Dumont, Eric Roberts, Jeannie Berlin, Jena Malone, Jillian Bell, Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Katherine Waterston, Martin Donovan, Maya Rudolph, Michael K. Williams, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Sam Jaeger, Timothy Simons, Hong Chau, Joanna Newsom, Martin Short, Sasha Pieterse, Serena Scott Thomas, Wilson Bethel, Yvette Yates
Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson
Fotografia: Robert Elswit
Montaggio: Leslie Jones
Musiche: Jonny Greenwood
Produttore: JoAnne Sellar, Paul Thomas Anderson, Daniel Lupi
Casa di Produzione: Ghoulardi Film Company, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 26/02/2015

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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